sabato 1 maggio 2021

L’albero della vita: da dove tutto ebbe inizio

 

V Domenica di Pasqua/B – 2 maggio 2021


Dal Vangelo di Giovanni (15,1-8) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».



Commento a cura di Elisabetta Corsi da Fermo, redazione on line www.legraindeble.it

«In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni» (Ap. 22, 2).

La vite vera

«Io sono la vite vera, il Padre mio è l’agricoltore». Così comincia il vangelo di questa V domenica di Pasqua. La sconcertante bellezza di un Figlio che abbandona tutta la sua vita nelle mani del buon georgòs perché in Lui ogni suo tralcio fiorisca, riporta il cuore dell’uomo là dove tutto ebbe inizio, nel giardino dell’Eden. È scritto, infatti, in Gen. 2, 8-9: «Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male».

Il peccato originale

Strisciando nell’alleanza fra il Creatore e la sua creatura più bella, il serpente sfalda la miracolosa unione fra Dio e l’uomo: Eva e Adamo, innalzandosi nella superbia, disubbidiscono al Signore e mangiano dell’albero della conoscenza del bene e del male. Dice allora Dio (Gen. 3, 22): «Adamo è divenuto come uno di noi nel conoscere il bene e il male, che ora non stenda la mano e prenda dell’albero della vita e ne mangi e viva in eterno». Scivolando via dalla premurosa cura di Dio, Adamo comincia a lavorare la terra, esiliato dal Paradiso Terrestre.

Nel giardino

Eppure, la storia dell’umanità non si compie con l’esilio, ma inizia e si conclude con la vita eterna: l’albero della vita è Cristo-vite, eternità del nostro essere, compimento di ogni nostro istante. Soltanto percorrendo la sua Via, possiamo compiere all’indietro il viaggio che ci ha condotto nell’esilio, ritornare alle sponde del Paradiso e ora stendere la mano e prendere del Frutto della Vita. Membra vive della sua Vita, rinvigoriti dallo scorrere delle acque spirituali, il nostro cuore ricorda la voce di Dio che ci chiamava pieno di gioia e che accarezzava l’anima con la verità della sua promessa d’amore. 

L’albero della croce

Tralci della vite vera, i giusti formeranno la Gerusalemme celeste e saranno immagine dell’uomo descritto in Sal. 1, 2-3, colui «il cui diletto è nella legge del Signore, e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale dà il suo frutto a suo tempo, e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà». Nelle mani del divino agricoltore, innestati nella Verità del Verbo, il nostro spirito fiorisce e si dona gratuitamente, come gratuitamente ha ricevuto. In un amore crocifisso e risorto, in un amore che stende la mano, trova compimento la storia della creazione: l’albero della vita è albero della croce. Come si legge nella Prefazio della Preghiera eucaristica dell’Esaltazione della Santa Croce:

«Nell’albero della Croce tu, o Dio, hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita, e chi dall’albero traeva vittoria, dall’albero venisse sconfitto, per Cristo nostro Signore».


venerdì 23 aprile 2021

Il tuo volto, Signore, io cerco…

 

IV Domenica di Pasqua/B – 25 aprile 2021



Dal Vangelo di Giovanni (10,11-18) 

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 

Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 

Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio»





Commento a cura di Paride Petrocchi da Offida, redazione on line www.legraindeble.it

Il grido del salmista alla ricerca del Volto del Signore mi sembra il miglior incipit per questo Van gelo pasquale. Dopo l’ultima apparizione, oggi il Risorto ci viene incontro con un’immagine potente: “Io sono il buon pastore”. 

Nel tempo ho probabilmente intuito un fatto: uno dei tentativi più subdoli del “nemico” è quello di deformare il nostro volto e – ancora prima - il Volto di Dio. Chi presterebbe ascolto ad un Dio giudice, ad un Dio crudele? Immagino nessuno, davanti ad un Dio così ci rimane in mano solo la paura se non il terrore. 

Rimedio a questo veleno è la contemplazione del vero Volto di Dio.

Nel brano evangelico odierno, non mancano i tratti di questo bellissimo Volto ma un’illustrazione ancora più mirabile e commovente è quella che tratteggia Ezechiele profeta: 

Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. (Ez 34, 15 – 16). 

Avete letto con attenzione i verbi di “cura” del Cristo? Chi sono le pecore se non noi suoi amati? 

Non serve andare oltre, leggiamo e rileggiamo questi verbi, facciamoli cadere come gocce di Grazia sul nostro cuore chiuso ed impaurito perché Lui è il “Buon Pastore”, non è un mercenario, Lui dà la Vita alle sue pecore. Questi verbi a poco a poco rischiareranno il suo Volto adorato.


sabato 17 aprile 2021

Nel cuore del Pensiero

 

III Domenica di Pasqua, anno B – 18 aprile 2021  


Dal Vangelo di Luca (24,35-48) 

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».





Commento a cura di Elisabetta Corsi da Fermo, redazione on line www.legraindeble.it

Alla fine

Prima di condurre la riflessione nel commento al vangelo di questa III domenica di Pasqua, sostiamo per un attimo di fronte all’intestazione del Sal. 4 (eb. 5) che la liturgia pone in relazione al brano evangelico. Così recita letteralmente: “Alla fine, nei salmi: cantico per Davide”. Alla luce della Nuova Scrittura, queste parole assumono il dolce sapore della Resurrezione. Il cantico, per Davide-Cristo e di Davide, viene proclamato in vista della fine, perché essa non sia sinonimo di consuzione, ma di compimento. Ed ecco che per noi, “figli degli uomini” (v. 3), troppo terreni e poco celesti, la medaglia si rovescia e da destinati alla morte-fine, diventiamo consapevoli di un disegno che si compie nella Resurrezione.

La preghiera del Figlio

Se immaginiamo che ogni parola del salmo sia pronunciata da Cristo, perché vediamo in Davide la sua figura, allora il v. 2 suonerà come la preghiera del Figlio al Padre: “Quando l’ho invocato, mi ha esaudito il Dio della mia giustizia, nella tribolazione mi hai allargato il cuore”. Notiamo che fra la seconda e la terza frase c’è un cambiamento di persona: mi ha esaudito (III p.s.) cambia in mi hai allargato il cuore (II p.s.). Quanto è bello entrare all’interno del dialogo fra il Figlio e il Padre, riuscire a capire come pregare perché radicati nel cuore del Figlio! Gesù invoca, il Padre lo esaudisce: ma è solo nella tribolazione, nelle torture della Passione, in un annichilimento che conduce alla morte che il cuore del Figlio s’allarga per ospitare e far dimorare in Sé il Padre.

Nel cuore di Cristo

Il passaggio dalla III p.s. alla II p.s. è l’immagine semantica dell’azione di un Dio che dimora nel cuore del Figlio e che s’avvicina a Lui tanto da diventare una cosa sola. Se è evidente l’essenziale unione trinitaria, manca un tassello perché la fine possa diventare compimento. E quel tassello mancante ce lo offre il vangelo. Dice, infatti, Gesù, agli apostoli: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Soltanto quando tocchiamo il corpo glorificato di Gesù, le sue piaghe, la sua incarnata presenza d’amore, possiamo riconoscerlo ed entrare con la nostra carne, nel cuore di Cristo, abitato dal Padre.

Per illuminazione d’Amore

Nell’esperienza di una preghiera che si nutre e si incarna in Gesù possiamo fare esperienza di un allargamento del cuore che, ad immagine e somiglianza del suo Signore, anche nella tribolazione è pieno di gioia, perché immerso della gloria trinitaria. Ma Gesù compie un altro prodigio: “Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture”. Quando la nostra volontà si radica nel suo Verbo, allora anche il pensiero si apre, ad immagine e somiglianza del Padre – che è Pensiero –, l’originale ferita guarisce, detersa alle sorgenti della salvezza, e tutto s’illumina d’Amore. Così la Trinità sta in mezzo a noi, presenza permanente di Lei in noi e di noi in Lei, perché tutto si compia e abbia il pieno sapore della Sapienza.


venerdì 9 aprile 2021

Misericordia Divina: un bene eterno!


 II Domenica di Pasqua – 11 aprile 2021


Dal Vangelo di Giovanni (20,19-31) 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. 





Commento a cura di Benedetta Dui da Jesi, redazione on line www.legraindeblé.it

Oggi, seconda Domenica di Pasqua, celebriamo la festa della Misericordia di Dio per ciascuno di noi e il Vangelo odierno ci fa meditare l’immenso abbraccio che il Padre ci dona attraverso il sacramento della Riconciliazione che Gesù Risorto ha creato per tutti noi. 

A porte chiuse 

Per due volte nel Vangelo si sottolinea che Gesù – nella sera della sua Resurrezione e otto giorni dopo – entrò nella casa a porte chiuse e si sa, nei Vangeli nessuna parola è scritta per caso, specialmente se viene ripetuta. Queste porte chiuse ce le immaginiamo proprio come porte fisiche, tanto più che il Vangelo ci fa capire che i discepoli stavano nascosti tutti insieme in uno stesso luogo per timore dei Giudei. Ma in realtà a quanti di loro la paura aveva chiuso anche le porte del cuore! Quanti di loro erano a un passo dalla disperazione, quanti avevano il cuore pietrificato dalla paura, dalla confusione, dall’incertezza, dalla mancanza di prospettive. E quanti di noi oggi sperimentano gli stessi stati d’animo. Ma Gesù, oggi come allora, non si scandalizza dei nostri dubbi, dell’incredulità, del casino che abbiamo nel cuore, delle morti che ci portiamo dentro. Lui fa sempre il passo più grande per venirci incontro e portarci la sua pace e la sua gioia anche quando le porte del nostro cuore sono ancora chiuse. 

E noi? Siamo disposti ad accogliere, dare ascolto e fiducia a Cristo anche quando siamo un po’ impauriti, chiusi, duri di cuore? Siamo disposti a dagli sempre ‘seconde possibilità’, a ri-nascere ogni giorno un po’ di più, insieme a Lui?

Misericordia e libertà

Se è vero che «Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3, 20), è vero anche che non ci ha fatto come burattini meccanici e perciò non ci costringe a stare con Lui, a credere in Lui, ad amare Lui, contro la nostra volontà. Ci ammonisce, questo sì, un po’ come fa con S. Tommaso: «Non essere incredulo, ma credente!», ma non verrà mai a forzare la nostra libertà. Anzi, mi viene da pensare che la misericordia sia proprio sorella della libertà. E in effetti l’Amore vero ci rende e ci lascia sempre liberi. Perciò, di fronte alla Misericordia di Dio, due sono le strade possibili: o beneficiarne oppure sprecarla. A noi la scelta.

Misericordia è un Dio che ti ci dice così: “Ti amo eternamente, nonostante tutto”

Mi torna in mente la parabola del Padre Misericordioso (Lc 15, 11-32). Il figlio minore in fondo mi ricorda tutte le volte in cui il peccato mi scaraventa nel fango a pascolare i porci finché, ritornando in me, ripensando al Padre, mi decido a tornare da Lui e preparo una sorta di confessione. Penso che la parte più importante, al di là del ‘discorso’ che ci prepariamo, sia sempre quel decidere di alzarsi e tornare da Dio, perché dentro di noi riconosciamo che in fondo con Dio Padre si stava e si sta bene. E dietro al confessore, io credo che Gesù, come un amico, ci dica ogni volta: “Oh finalmente! Sai che ti aspettavo? Non vedevo l’ora di rivederti! Allora, che mi racconti di bello? Che hai fatto di bello o di brutto in questi giorni/settimane/mesi/anni?”. E così, ancor prima che noi proferiamo parola, è sempre il Padre che ci corre incontro come nella parabola: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 15, 20). Se ci ricordassimo che Gesù non ha creato il sacramento della Riconciliazione per condannarci, ma perché muore dalla voglia di correrci incontro, abbracciarci, baciarci, e fare festa per noi e con noi, allora davvero non ci stancheremmo mai di chiedere perdono a Dio.

Per riflettere

Che bello se piano piano anche i nostri gesti, le nostre parole, i nostri occhi, raccontassero la Misericordia di Dio! Ho una santa amica che spesso mi dice: Ti voglio un bene eterno. Così, ‘a gratis’, senza che io glielo chieda e soprattutto senza che io faccia qualcosa per meritarlo. Ecco, questa per me è Misericordia. Non solo perdonarci a vicenda ma anche amarci gli uni gli altri gratuitamente, senza motivo e senza misura, proprio come Cristo ha fatto con noi. 

Vi lascio da contemplare la bellissima immagine dipinta da Eugeniusz Kazimirowski. Gesù stesso consegnò a Santa Faustina questo messaggio: “Attraverso questa immagine concederò molte grazie, perciò ogni anima deve poter accedere ad essa” (Diario di Santa Faustina Kowalska, 570).

Gesù, confido in Te! Buona Festa della Divina Misericordia a tutti!

martedì 6 aprile 2021

E' risorto, alleluia!


 I Domenica di Pasqua di risurrezione, 4 aprile 2021


Dal Vangelo di Giovanni (Gv 20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 

Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.




Commento a cura di Maria Giulia da Martinsicuro (TE) e Francesca da Massafra (TA), redazione on line www.legraindeble.it

E' risorto, alleluia! Può essere definito come un inno all'Amore che, riprendendo le parole di Don Fabio Rosini, “è il contrario della paura”. Questa Parola tratta dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-10)  ci pone di fronte al compimento di una Promessa d'Amore. Essa è madre di tutte le scelte coraggiose dell'uomo di ogni tempo e origine, di ogni slancio che proietta donne e uomini di buona volontà nel mondo, al di là della paura. La paura di essere troppo o troppo poco, di essere sbagliati o inadeguati. La paura di fare un passo in avanti perché spaventati dalla possibilità di poter perdere l'equilibrio e di cadere ma anche la paura di arrivare troppo in alto o di restare troppo in basso. La paura di non meritare la vita. 

Il contrario della paura, appunto, è l'amore ed è solo amando che si comprende quanto essa sia una comoda trappola per la sete di infinito che, naturalmente, abita il Cuore dell’uomo che si affida. 

Il pezzo di storia che stiamo attraversando è uno squarcio buio che ha necessariamente bisogno di essere illuminato. Durante la Settimana Santa appena trascorsa, è stato spontaneo riflettere su come, anche gli amici di Gesù si sentissero smarriti dopo averlo visto morire. Delusi e tristemente fuorviati dall'immagine di una croce che tutto sembrava, tranne il simbolo del Si alla Salvezza.

Avevano paura perché non avevano ancora capito quanto il Signore Gesù li amava, “sino alla fine”, ἕως τέλους (Gv. 13,1).

Infatti, vi era un Amore sconfinato in seno a quell'accadimento, tant'è che la “sorpresa” della Resurrezione ha ribaltato la loro e la nostra concezione della vita tessuta fino a quel momento. Ed è proprio questo che fa Cristo lungo il cammino della Vita di ciascuno di noi: ribalta, confonde, trasforma, nutre e ne proclama la grandezza. Redime, innalza, rendendo tale strada dono fruttuoso e percorso di rivoluzione per i passi del prossimo, a partire da uno sterile cumulo di ciottoli disordinati. Cos'è, infatti, la Resurrezione se non la mirabile meta di un cammino? 

“Una volta che si comincia a camminare con Dio si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata”, diceva Hetty Hillsum ma era ancora buio quando Maria di Màgdala raggiunse il sepolcro: “Si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio” (Gv. 20,1). E cos’è la notte se non il sentirsi smarriti, senza speranza che vi sia una via d’uscita? Eppure da lì a poche ore, il buio si trasformerà in luce. Infatti, è con il verbo “vedere” che Maria, prende coscienza e pone l'attenzione, “prendendosi cura”, di ciò che era successo. “La pietra era stata tolta dal sepolcro” (Gv. 20,1). Ci si soffermò, non passò oltre ma decise di restare davanti a quella pietra fuori posto. Perché anche l’esperienza drammatica dell’oscurità è un luogo, non da fuggire ma da abitare e Maria di Màgdala sceglie di stare. Poi “corse”, “andò” a chiamare Pietro e “l’altro discepolo”, questo ad evidenziare lo stupore e l'entusiasmo che quella scoperta misteriosa le aveva seminato nel cuore e nelle gambe. 

Pietro e all'altro discepolo, “correvano insieme tutti e due” (Gv. 20, 4) come a due a due Gesù manderà i Suoi ad annunciare la bellezza del suo messaggio universale. L’altro discepolo, l’amato da Gesù, giunge per primo: “corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro” (Gv. 20,4). Questo perché l’Amore arriva sempre prima. Giunto lì Pietro “Si chinò ma non entrò” (Gv. 20, 5). Probabilmente, la paura di essere schiacciato da un passo inaspettato, lo aveva bloccato sulla soglia del sepolcro. L'altro discepolo invece, “vide e credette”” (Gv. 20,8), senza ancora comprendere. Si affidò senza farsi domande, perché sicuro di poter essere testimone inconsapevole della Gioia.

Ogni parola di questo Vangelo è un passo dopo l'altro che conduce dal semplice vagare senza meta al più profondo camminare, verso una meta che, in realtà, diventa da sé punto di ripartenza per la missione universale di ogni cristiano. E ciascuno di noi è chiamato ad essere testimone di quella Promessa, di quel sudario “non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte” (Gv. 20,7). Ossia, diverso e lontano dalla tradizionale concezione della Vita. 

Cristo, il Risorto, ha impresso le sue tracce sul lino vuoto della nostra vuota esistenza. Ci ha chiamati ad essere testimoni di quella pietra fuori posto rispetto al perimetro del sepolcro umano ma al posto giusto per l'infinita geometria di un Padre misericordioso fino alla fine - e oltre. 

Buon cammino, buon vento a favore per ogni nostra orma di rinnovamento, dalla Pasqua in poi.



sabato 27 marzo 2021

Per cantare l’inno della Pasqua

 

Domenica delle Palme, anno B – 28 marzo 2021





La Passione di Gesù Cristo fra salmo e poesia

(cfr: Mc 14,1-15,47)

a cura di Elisabetta Corsi da Fermo (redazione on line www.legraindeble.it).


In calce, a suggello e firma della riscrittura del Sal. 21 (eb. 22), che la liturgia colloca in relazione al vangelo della Passione nella domenica delle Palme, scrive D.M. Turoldo: 

Padre, dopo le forti grida e le lacrime

di tuo Figlio in croce, noi ti chiediamo di capire;

ti chiediamo solo di essere fedeli come lui

e che tu ci esaudisca nella nostra pietà:

così pure noi possiamo cantare l’inno della Pasqua

assieme a tutti i poveri e gli oppressi.

Amen

La preghiera del poeta Turoldo in due punti sembra essere ambivalente: le espressioni noi ti chiediamo di capire e nella nostra pietà nascondono un doppio significato. Il duplice movimento semantico delle espressioni rivela un movimento teologico doppio che, nella Passione e Risurrezione del Cristo raggiunge il parossismo: I movimento) l’itinerario che da Dio conduce all’uomo e II movimento) quello opposto che dall’uomo ritorna a Dio. Vediamo in che modo si esprime l’ambiguità della scrittura, intrecciando le parole di Turoldo con le parole del salmo.


Noi ti chiediamo di capire

Il primo significato e più evidente alla percezione interiore del lettore è noi ti chiediamo, fa’ che comprendiamo. Il poeta, in contemplazione della Passione, elegge se stesso a voce del consorzio umano e chiede il dono della comprensione. L’umanità innalza a Dio una preghiera, (tracciando il II movimento) e desidera che la traiettoria venga ripercorsa all’indietro, chiedendo allo Spirito di ridiscendere e illuminare le menti di fronte al mistero (movimento I). Questo desiderio di discesa dello Spirito è lo stesso che terribilmente traspare dal salmo nel suo primo versetto. È il grido di Gesù crocifisso: “Dio mio, Dio mio, guardami, perché mi hai abbandonato lontano dalla mia salvezza?”.

Il secondo significato che si può estrapolare dall’espressione del poeta è: noi chiediamo che tu comprenda. Di fronte alla verità di un Dio crocifisso, di suo Figlio inchiodato sulla croce, carico del nostro peccato, assieme a Turoldo chiediamo a Dio la comprensione di ogni nostra mancanza. Il verbo greco che Agostino traduce con guardami in Sal. 21, 1, esprime a pieno il sentimento umano di fronte al mistero: proécho significa letteralmente “tenere davanti”: in primo luogo, veicola l’idea della superiorità di Dio e della conseguente presa di coscienza da parte dell’uomo di essere un nulla al suo cospetto. In secondo luogo, viene utilizzato per descrivere il movimento di un Dio che, pur in virtù della propria superiorità, si volge a guardare la nostra piccolezza.


Per la nostra pietà

Il dolore del Figlio Crocifisso trova il suo apice nell’abbandono del Padre: spogliato di tutto, il Crocifisso si spoglia, in comunione con la Trinità, dell’Amore di Dio e la sua carne santa, privata della divinità, grida al cielo l’allontanamento del Padre. Quale il fine di questo annichilimento? Doppio, come duplice è il significato dell’espressione per la nostra pietà: per pietà di noi, perché dalla fratturata realtà del peccato potessimo giungere alla salvezza. Per la pietà nostra, cioè per quel dono di consapevolezza che nel percorso d’ascesa, possiamo coltivare nel cuore e con esso guardare al mistero. Con occhi pietosi e pieni di lacrime, l’anima guarda al Crocifisso e ricorda, allora, il principio, il mezzo, la fine della sua salvezza.