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mercoledì 4 marzo 2015

di fra Giuseppe Bartolozzi


“Se tu squarciassi i cieli e scendessi”(Is 63,19). Quest’invocazione del profeta Isaia è l’invocazione del popolo di Israele ma è anche l’invocazione di ogni uomo: il desiderio di toccare Dio, avere con lui un contatto sensibile. Ora questo desiderio si è realizzato nel mistero di Gesù Cristo, il Figlio eterno del Dio vivente fatto realmente uomo. 
di fra Giuseppe Bartolozzi


La preghiera cristiana autentica è l’incontro, cioè relazione, con il Dio vivente: pregando noi non entriamo in contatto con un’idea, con un pensiero, ma con l’essere stesso di Dio che è Padre e Figlio e Spirito Santo. Se scorriamo l’Antico testamento noi vediamo che Dio, innanzitutto, è colui che parla all’uomo, che si manifesta all’uomo con la sua parola.

lunedì 1 dicembre 2014

Tutto è pieno di Dio

di fra Giuseppe Bartolozzi


Il cristiano è adoratore di Dio che è Padre e Figlio e Spirito Santo. Questo mistero insondabile è a fondamento della nostra fede proprio perché ciascuno di noi è stato battezzato nel nome di Dio-Trinità. Dopo la sua risurrezione Gesù dice: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”(Mt 28, 18-19). E' importante sottolineare che qui l’espressione: nel nome di, vuol dire che si instaura una relazione personale del battezzato col Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

lunedì 3 novembre 2014

Il mistero di Dio

di fra Giuseppe Bartolozzi


Andrej Rublev è il sommo iconografo russo e – per molti – il più grande tra quelli di cui ci sono rimaste opere. Della sua vita si sa poco: nacque a Mosca intorno al 1360-70 e fu allievo e poi assistente di Teofane il Greco, altro grande autore di immagini sacre. Diventò monaco del Monastero Andronikov di Mosca dove trascorse la maggior parte della sua vita e vi morì nel 1430 circa. Rublev fu canonizzato nel 1988 in occasione del Millennio del Battesimo della Russia, ma la sua fama di Santità aveva già attraversato i secoli insieme con le sue celebri opere.

mercoledì 7 maggio 2014

Pregare è fare di sé un dono d'amore

di fra Giuseppe Bartolozzi


La preghiera del cristiano nella sua dimensione più profonda è aderire a Cristo e al suo Spirito che abita in noi, aderire ai diversi aspetti che componevano la preghiera del Figlio di Dio fatto uomo: adorazione, lode, azione di grazie, offerta, intercessione. Consideriamo, innanzitutto, ciò che è riservato esclusivamente a Dio, l’adorazione: “Adorerai il Signore Dio tuo e a Lui solo renderai culto”. Questo precetto fu nei secoli la regola fondamentale della vita privata e pubblica del popolo ebraico e questo precetto trova il suo compimento in Cristo quando dice: “Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori”(Gv 4, 23). 

mercoledì 23 aprile 2014

La preghiera di Cristo e la nostra preghiera (2)

di fra Giuseppe Bartolozzi


Dice Gesù: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”(Gv 4, 35). Possiamo supporre che la preghiera notturna di Gesù, fatta in solitudine, di cui ci parla il vangelo (cf. Mc 1, 35) sia stata animata da una parte dal desiderio di custodire l’intimità col Padre [“io sono nel Padre e il Padre è in me”(Gv 14, 11)], dall’altra di realizzare la volontà del Padre, cioè la manifestazione del Regno di Dio, e di intercedere perché questo si compisse. Anche nella sua preghiera terrena Gesù è stato il grande intercessore presso il Padre per la salvezza del mondo, come ci suggerisce questo passo del vangelo: “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede”(Lc 22, 31-32).

mercoledì 9 aprile 2014

La preghiera di Gesù e la nostra preghiera.

di fra Giuseppe Bartolozzi


“Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli a pregare». Ed egli disse loro: «Quando pregate dite: Padre …» (Lc 11, 1-2). Soffermiamoci su questa prima espressione della preghiera che Gesù ha donato ad ogni suo discepolo. Noi sappiamo che Gesù nella sua preghiera si rivolgeva al Padre chiamandolo, nella sua lingua aramaica, Abbà, come ci testimonia l’evangelista s. Marco a proposito della preghiera di Gesù nel Getsemani: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu”(14, 36). 

mercoledì 26 marzo 2014

La Parola di Gesù e la nostra preghiera.

di fra Giuseppe Bartolozzi


Nell’ultimo incontro abbiamo considerato l’umanità di Gesù come la via indispensabile per incontrare il Dio vivente poiché Gesù è il Rivelatore del Padre: “Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre: mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico non le dico da me, ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me”(Gv 14, 8-11). Richiamando l’episodio evangelico che abbiamo proposto all’inizio della scuola di preghiera, cioè quello che in cui vediamo Maria seduta ai piedi di Gesù la quale rivolge esclusivamente a lui la sua attenzione (cf. Lc 10, 38-42), vogliamo insistere sul fatto che il silenzio, condizione indispensabile per la nostra preghiera, non significa semplicemente tacere e far tacere tutto ciò che ci distrae fuori di noi e dentro di noi: significa, soprattutto, ascoltare la Parola di Gesù la quale è “Parola di Vita”(Fil 2, 16), “Parola di salvezza”(At 13, 26); “accoglierla”(Mc 4, 20), “custodirla”(Lc, 8, 15; Gv 8, 51; 14, 23; 15, 20).

mercoledì 12 marzo 2014

Amore e preghiera (2)

di fra Giuseppe Bartolozzi


Lo sguardo interiore al cuore del Salvatore trafitto per amore nostro (“dalle sue piaghe siete stati guariti” 1 Pt 2, 25) può essere sempre il punto di partenza della preghiera per aprire il nostro cuore all’amore di Dio. “L’orazione è, fondamentalmente, stare alla presenza di Dio per lasciare che lui ci ami. La risposta d’amore viene in seguito, sia durante sia al di fuori dell’orazione. … Da questo primato dell’amore consegue pure che la nostra attività nella preghiera deve essere guidata dal seguente principio: quello che noi dobbiamo fare è ciò che favorisce e fortifica l’amore.

mercoledì 26 febbraio 2014

Amore e preghiera

di fra Giuseppe Bartolozzi


Ultimamente abbiamo considerato nella preghiera l’umiltà a motivo soprattutto del fatto che siamo peccatori bisognosi dell’amore di Cristo che ci purifica e ci trasforma. “Pensa allo sguardo di Cristo su Pietro che lo ha appena rinnegato … Credi che fu uno sguardo di rimprovero o di collera? Ben più terribile, fu uno sguardo d’amore, d’amore più intenso, che esprimeva una tenerezza più premurosa, più bruciante, più avvolgente che mai. Pietro non può resistergli; il suo cuore si spezza, lasciando sgorgare delle lacrime insieme dolci e amare. Nello stesso tempo sotto l’azione congiunta dello sguardo di Cristo e dello Spirito di Cristo al lavoro in lui, un amore nuovo s’impadronisce di tutto il suo essere. E così pochi giorni dopo il suo rinnegamento osa, senza esitare, affermare a Cristo: Tu sai bene che ti amo”(Caffarel). 

La testimonianza di s. Pietro è particolarmente significativa per farci comprendere che, oltre alla necessità di un’autentica umiltà del cuore insegnataci da Gesù con la parabola del pubblicano al tempio, c’è bisogno dell’amore, c’è bisogno che diciamo a Gesù: Tu sai che io ti amo. È significativo, ancora, anche l’episodio evangelico della donna peccatrice che saputo che Gesù si trovava nella casa di Simone il fariseo “venne con un vasetto di olio profumato e stando dietro presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato”; le parole di Gesù: “le sono perdonati i suoi molti peccati poiché ha molto amato”(Lc 7, 38. 47), manifestano il primato dell’amore.

mercoledì 12 febbraio 2014

Umiltà e preghiera (3)

di fra Giuseppe Bartolozzi


Ci siamo soffermati nell’ultimo incontro su quella necessaria umiltà nella preghiera che scaturisce dalla consapevolezza del nostro peccato ed abbiamo visto che il figlio perduto della parabola evangelica ritrova la sua dignità quando ritorna alla casa del padre e viene rivestito dalla misericordia del padre: "l’orazione è questo: il luogo dell’incontro tra il Padre e il figlio, l’abbraccio tra la misericordia e la miseria"Nel vangelo troviamo un altro testo significativo in cui Gesù in maniera diversa insiste su quest’aspetto: la parabola del pubblicano e del fariseo: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano essere giusti e disprezzavano gli altri: due uomini salirono al tempio a pregare, uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: quest’ultimo tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”(Lc 18, 9-14). 

Il riferimento alla preghiera del pubblicano, insieme a quanto troviamo in un altro passo evangelico dove il cieco Bartimeo, grida per poter riavere la vista: “Gesù , abbi pietà di me!”(Mc 10, 46-52), ha dato origine a quella invocazione che si è sviluppata soprattutto fra i monaci dell’Oriente cristiano, nella quale in maniera semplice ed efficace si invoca il Nome di Gesù: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. “Mediante questa preghiera il cuore entra in sintonia con la miseria degli uomini e con la misericordia del Salvatore. L’invocazione del santo Nome di Gesù è la via più semplice della preghiera continua. Ripetuta spesso da un cuore umilmente attento, non si disperde in fiumi di parole, ma custodisce la Parola e produce frutto con perseveranza. Essa è possibile «in ogni tempo», giacché non è un’occupazione accanto ad un'altra, ma l’unica occupazione, quella di amare Dio, che anima e trasfigura ogni azione in Cristo Gesù”(Catechismo Chiesa cattolica, nn°2667-68).

mercoledì 29 gennaio 2014

Umiltà e preghiera (2° parte)

di fra Giuseppe Bartolozzi


Gesù ha affermato: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”(Mt 18, 3). Gesù, il quale conosce il cuore dell’uomo, sa che il più grande ostacolo per entrare nel regno di Dio, cioè avere un’autentica comunione con Dio, è l’orgoglio, la presunzione di essere qualcosa da parte dell’uomo. Nell’ultimo incontro, e vogliamo insistere su questo, abbiamo sottolineato che mettersi davanti a Dio nella preghiera richiede da noi, innanzitutto, il riconoscimento della nostra radicale povertà: dipendiamo in tutto e per tutto da Dio e per questo è necessario “diventare come i bambini” davanti a lui. 

mercoledì 15 gennaio 2014

Umiltà e preghiera

di fra Giuseppe Bartolozzi
        

Il significato di ogni autentica preghiera cristiana, sia questa di lode e ringraziamento, oppure di domanda e intercessione, è questo: il nostro essere e la nostra vita dipendono esclusivamente da Dio. Gesù ci insegna: “Chi di voi, per quanto si affanni può aggiungere un’ora sola alla sua vita?”(Lc 12, 25). Poiché "Dio è colui che dà, l’uomo è colui che riceve"(Ireneo), nella preghiera può accostarsi veramente a Dio solo chi è umile: “Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili”(1Pt, 5, 5). Quando Gesù proclama: “beati i poveri nello spirito perché di essi è il regno dei cieli”(Mt 5, 3) e quando benedice il Padre che ha nascosto i suoi misteri ai dotti ed ai sapienti e li ha rivelati ai piccoli (cf. Lc 10, 21), intende dire che Dio abita il cuore di chi è umile davanti a Dio.

Con questo è evidente che noi tocchiamo un aspetto essenziale della nostra preghiera: a fondamento di tutti gli atteggiamenti del cuore necessari per la preghiera c’è l’umiltà, cioè quel riconoscimento che Dio è tutto per me ed io sono nulla senza di lui. Il giovane ricco si rivolse a Gesù chiamandolo: “Maestro buono …”, e che cosa si sentì rispondere? “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non uno solo, Dio”(Lc 18, 18). Gesù, in quanto Figlio di Dio, poteva accettare di essere chiamato ‘buono’, tuttavia preferisce indicare che solo il Padre possiede la pienezza della bontà perché ne è la sorgente.

lunedì 13 gennaio 2014

La preghiera: respiro della vita

da un omelia di Teofane il Recluso


Se pratica la preghiera, l’anima vive; senza preghiera, non c’è vita spirituale. Tuttavia, non ogni atto di preghiera è vera preghiera. Stare in piedi davanti alle icone in casa, o venerarle qui in chiesa, non è ancora pregare, ma “l’equipaggiamento” della preghiera. Recitare preghiere, a memoria o da un libro, o ascoltare qualcuno recitarle non è ancora pregare, ma solo uno strumento o un metodo per ottenere e risvegliare la preghiera.

Pregare significa instillare nei nostri cuori santi sentimenti verso Dio, uno dopo l’altro – sentimenti di umiltà, sottomissione, gratitudine, dossologia, perdono, prostrazione sincera, conformità al volere di Dio ecc. Tutto il nostro sforzo dovrebbe far sì che, durante la nostra preghiera, questi sentimenti e sentimenti simili a questi colmino le nostre anime, così che il cuore non sia vuoto quando reciteremo le preghiere, o quando le orecchie ascolteranno e il corpo si curverà in prostrazione, ma ci saranno sentimenti verso Dio.

Quando questi sentimenti sono presenti, il nostro pregare è preghiera, e quando sono assenti, esso non è ancora preghiera. Sembra che non ci sia niente più semplice e più naturale per noi che una preghiera in cui il cuore è sintonizzato con Dio. Ma in realtà non è sempre così per ognuno di noi. Bisogna risvegliare e rafforzare uno spirito di preghiera, cioè bisogna allevare uno spirito orante.

mercoledì 18 dicembre 2013

Fede e preghiera

di fra Giuseppe Bartolozzi


Nella preghiera si tratta, innanzitutto, di stare con fede alla presenza di Dio che abita il nostro cuore. “Dio è in noi, al centro del nostro essere. Presente, vivo, amante, attivo. Là ci chiama. Là ci aspetta per unirci a Lui. Dio è là, siamo noi che non ci siamo. La nostra esistenza trascorre all’esterno di noi stessi, o perlomeno alla periferia del nostro essere, nella zona delle sensazioni, emozioni, delle immaginazioni, delle discussioni … in questa periferia dell’anima, rumorosa ed inquieta. 

L’orazione è lasciare questa periferia tumultuosa del nostro essere; è raccogliere, radunare tutte le nostre forze e immergersi nella notte arida verso la profondità della nostra anima. Là non resta che tacere e farsi attenti. Non si tratta più di sensazioni spirituali, si tratta della fede: credere nella presenza di Dio. Adorare in silenzio la Trinità vivente. Offrirsi e aprirsi alla sua vita zampillante.

Se volete che tutta la vostra vita divenga una lunga preghiera, una vita alla presenza di Dio, una vita con Dio, se volete diventare delle anime di preghiera, sappiate, durante il giorno, rientrare spesso in voi stessi per adorare il Dio che vi attende. Non c’è bisogno di un tempo prolungato: un tuffo di un istante, e ritornate ai vostri compiti, ma ringiovaniti, rinfrescati, rinnovati” (H. Caffarel). Dicevamo l’ultima volta che la nostra preghiera è autentica se è autentica la nostra fede, come quella che nel Vangelo è mostrata dal centurione romano nei confronti di Gesù: “Dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito”(Mt 8, 8). Se un pagano, quale era il centurione, ha potuto riconoscere, certo per una grazia singolare, la presenza di Gesù come Salvatore in maniera così chiara e netta, perché noi, i fratelli di Gesù, fatichiamo a volte così tanto ad abbandonarci a Lui? Ecco un aspetto della povertà della nostra preghiera.

martedì 17 dicembre 2013

La preghiera è una cosa semplice!


La preghiera è una cosa semplice, ma questo fatto non esclude il bisogno di un’iniziazione. Anzi, direi che è la semplicità stessa ad esigerlo. Infatti la spontaneità, l’immediatezza e la semplicità (qualità imprescindibili nella vera preghiera) non si trovano all’inizio, ma piuttosto al termine del nostro cammino umano e spirituale. E questo è vero in tutti i campi: la pattinatrice che piroetta con grazie e perfezione, sul vostro schermo televisivo, si è allenata per dieci anni, ogni giorno per cinque ore, estate e inverno. Pensate al teatro: un giorno assistendo con alcuni amici ad un’opera lirica italiana, avevamo notato che gli attori più naturali, più veri, quelli che quasi non sembravano recitare, erano i più anziani; ai primi dieci anni di studio intenso al conservatorio si erano aggiunti trent’anni di palcoscenico. Per riuscire a fare cosa? Ad essere totalmente semplici e spontanei. Possiamo senz’altro affermare che la naturalezza è un traguardo del cammino umano.

mercoledì 27 novembre 2013

Presenza e preghiera

di fra Giuseppe Bartolozzi


Il silenzio è un aspetto essenziale della preghiera cristiana nella misura in cui permette di aprirci alla presenza di Dio e di ascoltare la sua Parola, che è il suo Figlio: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!”(Mc 9, 7). “Noi siamo assillati dalla vita e stanchi e ci guardiamo intorno se c’è un luogo di tranquillità, di autenticità, di ristoro. Vorremmo riposarci in Dio, lasciarci cadere in lui, avere da lui nuove forze per andare avanti. Ma non lo cerchiamo là dove egli ci aspetta, dove è raggiungibile da noi: nel Figlio suo che è la sua Parola”(von Balthasar). 

L’espressione dell’Apocalisse: “Ecco, sto alla porta e busso”(3, 20), indica con chiarezza che Gesù è presente, è alla porta del nostro cuore: bisogna solo aprire nella fede al Signore che attende. Quest’aspetto è davvero importante per la nostra vita di preghiera: “Indipendentemente da tutto ciò che possiamo sentire o non sentire, dalla nostra preparazione, dalla nostra capacità o meno di formulare dei bei pensieri e qualunque sia la nostra situazione interiore, Dio è lì accanto a noi. … Qualunque sia il nostro stato di aridità, la nostra miseria, l’impressione che il Signore sia assente, non dobbiamo mai mettere in dubbio questa presenza. … Ancor prima che noi ci mettiamo alla sua presenza, Lui è già là, poiché è Lui che ci invita ad incontrarlo. … Dio ci desidera infinitamente più di quanto noi desideriamo Lui” (J. Philippe).

lunedì 25 novembre 2013

Pregare: un modo per non diventare "alieni"


Il termine "alieno", viene dal latino alius, e ancor prima dal greco allos, che significa semplicemente "altro". Gli alieni non sono gli extraterrestri verdi smaniosi di conquistare il mondo, gli alieni siamo spesso noi. E quando siamo alieni? Quando siamo altri, lontani da noi stessi, da avere quasi la sensazione fisica di non appartenerci più. Quando non sentiamo nostra la vita che viviamo, quando in testa ci fluttuano pensieri che non vorremmo ospitare, quando le parole che diciamo sembrano tradirci più che rappresentarci, quando le azioni che compiamo non ci esprimono ma ci sbugiardano, quando ci sentiamo burattini impazziti spinti qua e là da fili invisibili, quando osserviamo la vita scorrerci via quasi fossimo estranei a noi stessi, appunto "altri". Perché? Perché spesso siamo lontani da noi stessi, profondamente incapaci di ascoltarci, del tutto ineducati a farlo. Ci fanno bene allora le righe di questo santo monaco.

mercoledì 13 novembre 2013

Silenzio e ascolto

di fra Giuseppe Bartolozzi


L’episodio evangelico di Lc 10, 38-42, da cui siamo partiti per la nostra scuola di preghiera, ci presenta l’atteggiamento contrapposto di Marta e di Maria nell’accogliere Gesù nella propria casa: la prima è presa dai molti servizi e quindi agitata; la seconda, invece, sta in silenzio ed in ascolto ai piedi di Gesù, occupata esclusivamente dalla sua presenza.

martedì 12 novembre 2013

Pioggia e sorgente: un gioco divino

di Paul de la Croix, (Eremitage de la Source, 1981)



Tra la pioggia e la sorgente vi è un gioco divino.
La sorgente riceve. Tutto. Sa soltanto ricevere.

È accoglienza. È sete. È attesa. Povera, essenzialmente povera.

Ed ecco che la sorgente assetata nasconde questo dono che viene dall’alto nel mistero e nel silenzio. Nella purezza originaria della madre terra. La sorgente non sa cosa sia l’impazienza. Non si cura di fare sfoggio delle proprie ricchezze. Sa attendere. Conosce il prezzo di una lunga elaborazione sotterranea. 

L’acqua piovana, a volte, è torbida; ma chi dice acqua di sorgente, intende l’acqua limpida, più pura e più fresca. Acqua di sorgente! Un giorno la sorgente offre al cielo e a gli uomini il suo tesoro da tempo celato. A sua volta si fa dono e dispensa, a intervalli, la pioggia: giorno e notte, estate e inverno.

Esistono sorgenti che non inaridiscono mai. Essa hanno accolto la pioggia a tali profondità ed a tali altezze, che ciò che avviene in superficie non può toccarle.

Così è la contemplazione.
Essa è il cielo e la terra nell’uomo.
È l’uomo fatto di cielo e di terra.
È purezza e dono nella povertà.
È il gioco divino della saggezza.