venerdì 5 novembre 2021

La gioia della restituzione

 

Commento al Vangelo della XXXII Domenica del Tempo Ordinario, anno B – 7 novembre 2021, 


Dal Vangelo di Marco (12,38-44) 

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 

Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».





Commento a cura di Benedetta Dui da Jesi, redazione on line www.legraindeble.it

Offertorio ovvero restituzione

Il vangelo di questa domenica mi fa pensare a un momento preciso della celebrazione eucaristica e risveglia in me il ricordo di un’esperienza particolare vissuta qualche anno fa.

Ero al Sermig di Torino per un ritiro organizzato dai frati cappuccini. I volontari della struttura ci spiegarono che lì al Sermig si è soliti chiamare l’offertorio, (ovvero quando si ha il passaggio del cestino per la raccolta delle offerte e la presentazione dei doni), con il nome di ‘restituzione’. Ricordo bene infatti che durante la Santa Messa che celebrammo, ci fu chiesto di passarci gli uni gli altri un sacchetto contenente le offerte, che ciascuno era invitato in prima persona a tenere per qualche secondo in mano, prima di passarlo al vicino. Il senso era questo: anche se un fedele non poteva lasciare alcun soldo all’interno, era comunque chiamato a prendersi qualche secondo per ‘restituire’ simbolicamente in quel sacchetto ciò che aveva certamente ricevuto da Dio nell’arco della giornata o della settimana. 

Allora la prima domanda che mi cresce nel cuore è: Cosa posso restituire io al tesoro?

Farsi poveri per donare

Un dono è vero quando è libero, gratuito, quando non pretende un contraccambio, quando comporta una perdita magari faticosa ma che facciamo con la gioia nel cuore, perché sappiamo che il destinatario del dono è più importante del dono stesso. 

Non è un caso che la donna del vangelo oltre ad essere vedova sia anche povera perché in effetti si può davvero amare ed essere beati solo quando si ha un cuore povero… Allora non sarebbe bello se ogni tanto chiedessimo allo Spirito Santo di aiutarci a impoverirci di qualcosa? Non occorre pensare a doni eclatanti e impossibili da fare, ma bastano quelle ‘due monetine’. Bastano quei 5 minuti in cui chiedo a un'amica come sta. Basta offrire un passaggio in macchina a un fratello bisognoso, o mandare un messaggio solo per dire grazie, o dire una preghiera di cuore.

Basta credere che Dio sia il nostro tesoro e che nulla sia più importante di Lui e della carità verso il prossimo. Questo è il punto di partenza per mettere in pratica il comandamento di Gesù.

Una beata che ci è riuscita è stata Sandra Sabattini. Gli amici raccontano che era solita far loro dei regali che lei stessa realizzava: doni semplici, poveri, che però diventavano un modo unico e creativo per dir loro: ‘vi voglio bene’. 

Vi lascio il link di una canzone per la meditazione personale: ‘Cosa offrirti’ (https://www.youtube.com/watch?v=mdvOucpzet0).

Che il nostro cuore possa riconoscere in Dio un tesoro, a cui cantare ogni giorno: Il mio unico bene sei solo Tu, solo Tu.


sabato 30 ottobre 2021

Un comandamento 'su misura'

 

Commento al Vangelo della XXXI Domenica del Tempo Ordinario – anno B – 31 ottobre 2021, a cura di Elisabetta Corsi di Fermo


Dal Vangelo secondo Marco (12,28-34)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.




Commento

La Parola di Dio di questa domenica la sento particolarmente vicina, sia perché mi ha accompagnato per un bel tratto di strada sia perché mi ha liberato da una variante del perfezionismo.

Qui sta il genio di Marco, l'evangelista, nell'introdurre un pronome possessivo come 'tuo'; a volte infatti possiamo cadere nell'illusione che per amare ci sia bisogno di uno sforzo sovrumano, eroico.

La buona notizia di oggi è questa: è più che sufficiente che tu faccia il massimo delle tue possibilità, al massimo della tua anima, al massimo della tua mente, del tuo cuore. Non guardare troppo agli altri ma ama e se, come accade a tutti, non hai dato tutto, ricomincia perché la prossima volta, se perseveri, andrà meglio. Non fissare con tristezza ciò che manca ma gioisci di quello che hai donato perché "Il Signore ama chi dona con gioia".

Buona domenica in Cristo!

sabato 23 ottobre 2021

Mendicanti dell’amore di Cristo: la storia di Bartimeo

Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario – anno B -  24 ottobre 2021

a cura di Elisabetta Corsi da Fermo


Dal Vangelo di Marco (10,46-52)

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 

Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 

Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 

Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.



Commento

Bar-Timeo

Il vangelo di questa domenica presenta il personaggio che benefica della guarigione di Cristo attraverso queste parole:  ὁ υἱὸς Τιμαίου Βαρτιμαῖος (tr. o iòs Timéu Bartiméos), ‘il figlio di Timeo Bartimeo’. Se si scioglie ancora il nome proprio Bar-timeo e si traducono le sue componenti, la pericope risultante è, di nuovo, ‘figlio (bar) di Timeo’. Bartimeo è un uomo senza nome, il suo esserci coincide con il suo essere figlio di un  padre di cui, neppure, viene detto nulla. Bartimeo è, ancora, τυφλὸς (tiflòs), ‘cieco’ e προσαιτής (prosaitìs), ‘mendicante’ ed ‘era seduto accanto alla via’. 

Un avvenimento

Nella vita di quest’uomo, descritta come privata di identità, come una vita immersa nelle tenebre della cecità, una vita che mendica per sopravvivere, avviene un fatto. Ἰησοῦς ὁ Ναζαρηνός ἐστιν (Isùs o Nazarinòs estin), letteralmente ‘Gesù il Nazzareno è’. Nella vita di Bartimeo avviene Cristo. Bartimeo non può vederlo, e Gesù si manifesta al suo udire. Bartimeo, sul ciglio della via, sente che la Via è giunta a guarire la sua esistenza e riempie di parole e di grida lo spazio vuoto che lo separa dal Nazzareno. ‘Figlio di David, Gesù, abbi pietà di me’. Il ‘figlio di Timeo’ chiama Gesù ‘figlio di David’, lo chiama con il proprio nome, con l’unico linguaggio che conosce. Eppure sa che Gesù è Gesù, unica vera sostanza della propria vita.

Ti chiama

Cosa fa Gesù? Gesù dice: Φωνήσατε αὐτόν (Fonìsate avtòn), letteralmente, ‘Inviate a lui la voce’. È come se stesse dicendo agli astanti: ‘Siate miei testimoni presso di lui’. E la folla va da Bartimeo e gli dice: ‘Abbi coraggio, alzati, ti chiama’. Gesù si manifesta a noi, come a Bartimeo, per mezzo di una folla, la folla di coloro che hanno scelto la via del suo amore. Impauriti dalla vita, ciechi di fronte al nostro destino, mendicanti e cercatori della vera gioia, attendiamo l’avvenimento di Cristo. Ma poi un volto, pieno di vita, ci chiama e ci fa volgere lo sguardo alla stessa sorgente di Luce da cui è stato chiamato. 

Che io veda di nuovo

Cosa chiede Bartimeo? ἵνα ἀναβλέψω (ina anavlépso), ‘Che io veda di nuovo’. Non chiede soltanto di vedere, ma di vedere di nuovo. Perché Gesù non si conosce, ma si ri-conosce, perché sostanza della nostra sostanza, eternità della nostra conoscenza. La storia di Bartimeo suscita in me tante domande, nel mio sentirmi mendicante dell’amore di Cristo: 

1. Riesco a cogliere davvero la bellezza dell’incontro con il Signore?

2. Cristo è davvero 'avvenuto' nella mia vita?

3. Riesco a riconoscerlo nella folla di chi mi chiama a guardarLo?

Che il Signore possa illuminarci e sorridere della sua bellezza alla nostra vita - che cerca soltanto Lui -.

venerdì 30 luglio 2021

Ascolta la tua “fame”

 

Commento al Vangelo della XVIII Domenica del TO anno B – 1 agosto 2021 a cura di Paride Petrocchi da Offida - redazione on line www.legraindeble.it


Dal Vangelo di Giovanni (6,24-35)

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».

Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 

Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 

Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»





Commento

La “fame” sembra essere la protagonista della Parola di questa prima domenica di Agosto: la fame degli israeliti nel deserto, la fame della folla al seguito di Gesù.

In realtà al centro dell’attenzione non c’è tanto la fame in sé e per sé ma le scelte che la fame stessa scatena; in un primo caso fanno sorgere una mormorazione potente, nel secondo una sequela interessata.

E noi cosa facciamo quando abbiamo “fame”? A prima vista può sembrare una domanda oltremodo sciocca: quando abbiamo fame, semplicemente mangiamo, in realtà dalla risposta a questa “fame” dipende la qualità della nostra vita.

Esistono molti tipi di “fame”: la “fame” di cibo, di riconoscimento, di successo, di soldi, di affetto e così via. Se subito acconsentiamo ad ogni specie di “fame”, presto diventeremo grassi ed insoddisfatti.

A me capita spesso, senza rendermene conto, mi affatico per colmare un “vuoto”, mi affanno per dare risposta ad una “fame” ma poi quel “cibo” non sazia ed allora, con un po’ di amarezza e tristezza, mi guardo indietro e mi dico: “Forse quella non era fame vera ma un semplice capriccio”.

Quante volte ci avventuriamo con caparbietà su strade che poi ci portano a vicoli ciechi, arrivati alla meta apriamo gli occhi ed ecco l’amara consapevolezza di aver seguito un fantasma, un idolo, un’illusione?

Ecco perché diviene essenziale ascoltare la propria fame, per non affannarsi inutilmente su sentieri che non portano a nulla o meglio portano a cibi che non saziano, a cibi che riempiono al momento ma che poi lasciano un vuoto ancora più grande.

Davanti a noi abbiamo il tempo delle vacanze, tempo propizio per guardarsi dentro e capire cosa veramente ci spinge, quale bisogno o desiderio traina le nostre giornate.

Buon ascolto.


venerdì 23 luglio 2021

Quattro pani più uno


 Commento al Vangelo della XVII Domenica del TO/B – 25 luglio 2021                          (a cura di Benedetta Dui da Jesi)



Dal Vangelo di Giovanni (6,1-15) 

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 

Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 

Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 

Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 

E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Commento

Eccoci davanti al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, uno dei più famosi operati da Gesù. Lo conosciamo a memoria. L’abbiamo ascoltato milioni di volte, che altro può dirci questa Parola?

Se c’è una cosa che abbiamo bisogno di reimparare ogni volta è che la Parola di Dio ci raggiunge sempre in modo nuovo e con la sua radicalità sa sradicare la nostra visione spesso mediocre della vita o della fede. C'è sempre una novità che il Signore vuole comunicarci e donarci personalmente: una Parola fatta su misura per ciascuno di noi. Una Parola che attende di vestire la nostra vita. Perciò di fronte al vangelo più noto, occorre buttar via la nostra presunzione di sapere già come andrà a finire, per metterci umilmente in ascolto e in dialogo con Cristo.

Questione di dialogo…

La prima cosa che salta agli occhi meditando il vangelo di Gv 6, 1-15, è la domanda di Gesù, cui segue la risposta di Filippo.

Gesù: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».

Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».

C’è qualcosa di strano, non trovate? Sembra che Filippo non tenga conto della domanda di Gesù che mica gli aveva chiesto un quanto!, gli aveva chiesto un dove! Il discepolo sembra non ascoltare con il cuore la domanda postagli dal Maestro. Resta chiuso, fermo nella sua prospettiva, nella sua personale visione delle cose, senza aprirsi a una Parola che vuole portarlo oltre. E così se ne esce con questa risposta che sembra la conclusione di un suo ragionamento taciuto, non espresso, privo di prospettive positive. È un po' come se dicesse: «Guarda, Signore, è meglio che lasci perdere. Qua il problema non è tanto il dove perché il pane costa dovunque e, nel caso non te ne fossi accorto, a noi ci mancano proprio i soldi!».

Ecco Filippo è uno che parte prevenuto e altroché se ci somiglia! Lui non si mette in un vero dialogo con Gesù, rimane un po' sulle sue, con il cuore paralizzato sull'impossibile. Anziché partire da Gesù, Filippo parte da se stesso e non può trovare alcuna buona soluzione. Invece quanto è più saggio partire sempre da Gesù in qualunque situazione veniamo a trovarci.

Sei caoticamente confuso? Riparti da Gesù! Hai un dubbio assillante? Parlane con Gesù! Ti senti solo o abbandonato? Fatti abbracciare da Gesù! Hai bisogno di conforto? Dona a Gesù le tue lacrime.

Forse tante volte cediamo alla tentazione di piangerci un po’ addosso e finiamo con il dar voce a lamentele sterili. Ma indipendentemente da ciò che stiamo vivendo ora, il punto è chiedersi: "Quanto tempo è che non mi faccio una bella chiacchierata come si deve con Te, Signore, e non Ti ascolto di cuore?". Spesso è proprio in quell’assenza o pausa di dialogo con Cristo che si nasconde l’origine delle nostre ansie, paure, problemi.

…di pani e di pesci

Gesù ci insegna che anche per fare un miracolo, da qualche cosa bisogna partire. E Lui sceglie di partire da noi, da quel nostro poco, che forse troppo sbrigativamente consideriamo inutile, perfino ridicolo. Eppure se lo mettiamo nelle mani di Gesù, il nostro niente viene da Lui benedetto e porta frutti in abbondanza fino ad avanzare.

Ho conosciuto la storia di un architetto, Daniela, che ha progettato e aiutato a costruire una chiesa a Dianra-Village (in Costa d’Avorio). Vi invito a dare almeno una sbirciatina alle immagini nei seguenti link: 

http://www.piccolestelledafrica.org/lamissione.htm 

https://www.youtube.com/watch?v=OzU26fpFK8w.

 Ebbene tra i tanti mosaici realizzati in questa chiesa, ce n’è uno simpatico che mi è rimasto impresso. Ritrae i simboli del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci: due pesci e quattro pani. “Ma come, non erano cinque i pani?” – viene da chiedersi. Daniela risponde: “Sì certo. Qui però ce ne sono quattro, perché il quinto è il tuo, è quello che porti tu”.

Augurando a tutti una Santa Domenica, vi lascio 'visitare' online la chiesa e ammirare la bellezza dei suoi volti, dei dipinti e dei mosaici, magari in compagnia della seguente domanda: qual è il quinto pane che posso offrire al Signore affinché Lui lo benedica e lo moltiplichi?


sabato 17 luglio 2021

"Prof, lei ci sarà?"... Insegnare per regalare la forza di una Presenza

 

Commento al Vangelo della XVI domenica del Tempo Ordinario 

– 18 luglio 2021 -

a cura di Milani prof.ssa Alessandra


Dal Vangelo di Marco (6,30-34) 

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 

Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.






Commento


SI MISE AD INSEGNARE LORO MOLTE COSE

È il 4 giugno, ultimi giorni di scuola. Tento di dire ai miei studenti le ultime cose utili prima delle vacanze; cerco di attirare la loro attenzione ma Andrea mi interrompe bruscamente: “Prof, tanto io vengo bocciato; a cosa serve ancora studiare? Lei però ci sarà anche il prossimo anno e quindi ci vediamo di nuovo in primo”.

Colgo in quella esternazione tutta la lotta che sta vivendo: delusione, rassegnazione, rabbia contro sé stesso per non essersi impegnato e contro un sistema che sembra essersi arreso alla sua negligenza, incapace di incuriosire e suscitare desiderio di apprendere. Andrea è arrabbiato ma sembra che la sua rabbia trovi un appiglio nella certezza della mia presenza il prossimo anno. In questo anno abbiamo costruito un buon rapporto di fiducia, ma io non posso dire che ci sarò. Noi prof precari siamo soggetti alla tombola delle graduatorie. Basta un punto in più o in meno a decidere se e dove insegnerò.


ERANO COME PECORE CHE NON HANNO PASTORE

Questi ragazzi sono disorientati e delusi, immersi in mondi familiari disgregati, con parentele allargate, hanno due madri o due padri perché i genitori naturali si sono risposati e cercano negli occhi di chi li accompagna, anche di una prof, una risposta al loro desiderio di sentirsi unici, voluti, amati. 

A volte sono sballottati dentro derive culturali, ideologie, tendenze affettive reali che toccano nel profondo la loro persona come Maria che un giorno in classe ha fatto davanti a tutti l’esternazione della sua omosessualità.

Parlavamo delle vacanze e chiedevo loro come le avrebbero trascorse e Maria se ne è uscita provocatoria: “Io, prof, starò finalmente con la mia fidanzata”. Sono seguiti attimi in cui Maria ha ascoltato attentamente il mio silenzio. Un silenzio di non-giudizio che l’ha disorientata e poi ha continuato come se dovesse difendersi anche se nessuno l’aveva attaccata: “Prof, guardi che non c’è niente di male ad avere una compagna, ad essere omo”.

Avrei voluto chiederle cosa la legava alla sua fidanzata: vero amore, bisogno di comprensione, affinità, paura dell'altro sesso, sensazione di sicurezza, semplice emulazione oppure adesione ad un fenomeno culturale? 

Invece ho fatto tabula rasa di tutto: teorie, pregiudizi, analisi psicologiche, curiosità. Ho cancellato quella pretesa di comprensione, quell’analisi tecnica, quella conclusione morale che così tanto allontanano le persone. Maria era lì, viva, esposta al giudizio di tutti; una piccola donna originale e troppo unica per stare dentro qualche teoria. Così, come spesso faccio le ho posto una domanda che era semplice interesse a lei, per dirle: “Mi interessi tu e basta”. Ho chiesto serena: “È una cosa seria?”. Maria è rimasta spiazzata ma ha continuato ancora aggressiva: “Prof, sono solo due mesi che stiamo insieme. È poco tempo per capirlo sia se stai con un ragazzo, sia se stai con una ragazza”.

Ho imparato a fare da sponda alle rabbie dei miei studenti. Perché la rabbia ha bisogno di sponde, di ascolto, di presenza fiduciosa. Le parole non servono. Non si parte dai discorsi ma dal regalare la forza di una Presenza che colpisce nel fondo del cuore e suscita desiderio di apprendere, di farcela. Desiderio di vivere. 

Non è forse in-segnare un “segnare dentro”?

Al termine della lezione Maria mi si è avvicinata per dirmi che sarebbe venuta al corso estivo che organizzava la scuola.

“Prof, io ci sarò al corso. Lei ci sarà?” Stavolta ho potuto rispondere: “Si, ci sarò”.

Stavolta posso dire che vi accompagnerò per un altro pezzo di strada.


EBBE COMPASSIONE DI LORO

In questo anno mi sono chiesta quale fosse l’elemento che mi avrebbe permesso di entrare in sintonia con i miei studenti. Empatia? A me la questione dell'empatia convince poco. Ho studiato e letto molto sull’empatia ma ora sono ancora più certa che il segreto non è nella psicologia.

Cosa riempiva lo sguardo di Gesù di compassione? Cosa lo rendeva empatico, capace di arrivare al cuore della gente? 

Gesù riceve su di sé lo sguardo del Padre. Passa tanto tempo in preghiera per ricevere quello sguardo, per lasciarsi guardare e amare dal Padre. Riceve un amore totale, senza giudizio, tenerissimo. E quello sguardo che Lui riceve lo ridona a chi incontra. La gente si sente guardata da Gesù con lo sguardo del Padre. Forse Andrea, Maria e gli altri studenti hanno incontrato nel mio sguardo “lo sguardo del Padre”. Lo stesso sguardo che sento per me. Lo sguardo di un pastore-padre che veramente ha a cuore la mia vita e non mi lascia.

“Ebbe compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise ad insegnare loro molte cose".