domenica 19 dicembre 2021

Maria ed Elisabetta: la santità nel quotidiano

 IV Domenica di Avvento/C – 19 dicembre 2021


Dal Vangelo di Luca (1,39-45) 

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 

Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».


Commento a cura di Martha, Mary e Elisabetta

Quando accade qualcosa di bello, quando veniamo a sapere una buona notizia partiamo, ci mettiamo in cammino. Non stiamo fermi, non ci riusciamo. Il primo istinto è quello di andare, di andare a vedere, di andare a trovare. È come se il corpo fosse attratto da una forza bella, gioiosa, nuova. Il corpo è opera di Dio, noi deriviamo da lui, perciò aneliamo per tutta la vita alla felicità e la ricerchiamo in ogni angolo del mondo. 

Maria aveva saputo dall'angelo che sua cugina era incinta, lo aveva saputo quando ricevette l'annuncio. Emozione su emozione. Me la immagino, lì in ginocchio e poi seduta, e di certo anche durante la notte, distesa, con gli occhi spalancati, a pensare a tutto quello che le stava accadendo. Quel figlio che era arrivato dentro di lei, inaspettatamente, era qualcosa di inimmaginabile, era Qualcuno che avrebbe stravolto la sua esistenza prima di stravolgere quella dell'umanità intera. Me la immagino che pur nella sua santità avrà avuto dei momenti in cui si è sentita sopraffare da tutto questo, ma essendo Lei non avrà mai lasciato che l'angoscia prevalesse perché amava Dio, si fidava ciecamente di Lui e sapeva che non doveva temere nulla. Allora fece quello che fanno le donne di solito, andò avanti, occupandosi oltre che della sua anima anche del suo corpo di mamma, e pensò a quella cugina, anziana, che era incinta e che molto probabilmente aveva bisogno di una mano di donna, sia per affrontare e condividere il carico emotivo, che per tutto il resto. 

Qui c'è tutto un mondo femminile fatto di intimità, scambi di emozioni, accudimento, gentilezza. Qui c'è un po' di quegli incontri tra donne, amiche, cugine, durante i quali ci si chiede: "L'hai già preparata la valigia? Ti porti i body a manica corta o lunga?". E ancora: "Ma tu come stai? Io ho le nausee tutto il giorno. E poi per non parlare del nervo sciatico!". 

Maria non aveva questi pensieri, i suoi erano probabilmente molto più elevati e profondi, lei era pervasa di Spirito Santo, la pace regnava in essa. Ciononostante, sebbene fosse la prescelta, la madre del figlio di Dio, non veniva meno la sua natura di donna e quando fu il momento giusto si mise in viaggio e andò da sua cugina, per aiutarla, per starle vicino, per farle compagnia. 

È fantastico il carico di umanità che porta questa visita. Non è stato l'angelo a dirle di andare da Elisabetta, è stata lei, Maria, a prendere questa decisione. Ne avrà di certo parlato con Giuseppe, avranno organizzato tutto insieme, lui l'avrà aiutata e l'avrà salutata con amore. Probabilmente sono stati lontani ben tre mesi, fino al parto di Elisabetta. Maria voleva starle accanto nel trimestre più importante, quello che precede la nascita, quello in cui tutto si fa più concreto, i movimenti nella pancia sono forti, spesso ti rivoltano lo stomaco. La stanchezza è grande, c'è bisogno di mani esterne che aiutano, che confortano, che cucinano, puliscono. Potremmo immaginarci Maria, la madre di Dio, trascorrere la sua gravidanza in modo nascosto, in contemplazione, quasi in ritiro spirituale. E invece eccola, incinta, partire verso le montagne, fare un viaggio, il primo viaggio insieme a quel bambino appena nato dentro di lei. 

Questo ci dice tanto sulla santità, che non è uno stato d'essere astruso da ciò che ci circonda, è anzi l'essere nel mondo - ma non del mondo - in modo santo, con Dio nel cuore ma accanto alle persone. E Maria ci fa vedere come si fa: tra donne ci si deve aiutare nei momenti di bisogno, e di certo la gravidanza è un momento estremamente delicato, ricco di gioia ma anche di stanchezza, fatica, difficoltà, sensazioni e emozioni che un uomo non può comprendere pienamente, se poi pensiamo al tempo in cui si svolsero i fatti era impensabile che un uomo si occupasse di queste cose. 

Il bello, il grandioso, il segno ci viene dato nel momento in cui Maria arriva in casa della cugina, saluta Zaccarìa, ed eccola, vede Elisabetta, le va incontro salutandola e probabilmente la abbraccia. In quel momento, quel saluto fa sussultare, o più che altro saltare di gioia, il bambino nella pancia di Elisabetta. Ed Elisabetta non tentenna, non dubita, non perde tempo e riconosce subito la grandezza della giovane donna che aveva davanti a sé: Maria. Elisabetta loda sua cugina, le rivolge parole di amore e in questo suo benvenuto, che somiglia ad una preghiera, benedice Maria e poi benedice il figlio che porta nel grembo, riconoscendo senza esitazione il fatto straordinario della maternità divina.

Ecco cosa vuole dirci Luca nel suo vangelo: Dio passa attraverso una donna, sua madre Maria, e viene da noi con un entusiasmo unico. Ognuno di noi è amato, cercato, voluto e quando Maria ci saluta sta a noi riconoscerla, sta a noi sentire il sussulto di gioia. Maria ci porta a Dio, lo fa come una mamma, quindi ci mette gentilezza, delicatezza, cura. Non viene da noi con eserciti al seguito, non grida, non ci scuote le spalle, anche se a volte sono certa che lo vorrebbe, specie quando vede uno dei suoi figli perdersi, darsi via, trattarsi come fosse spazzatura. Ma non lo fa, rimane discreta, rispetta i nostri tempi, prende strade tortuose, passa per vicoli stretti, fa tutto pur di portarci a Dio. Noi dobbiamo fare la nostra parte, dobbiamo mettere a tacere tutto il rumore del mondo, tutto l'inquinamento acustico che non ci permette di sentire il sussulto, perché quando accadrà, quando dopo tanta fatica, tanto dolore, pur soffrendo avremo fatto silenzio, ci saremo messi in ascolto e lo avremo sentito, quel sussulto sarà come un terremoto che spazza via tutte le macerie in cui abbiamo ridotto la nostra anima e ci costruisce sopra una vita nuova.


domenica 5 dicembre 2021

Giovanni l'eccentrico

II Domenica di Avvento, anno C– 5 dicembre 2021


Dal Vangelo di Luca (3,1-6) 

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.

Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:

«Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!

Ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato;

le vie tortuose diverranno diritte

e quelle impervie, spianate.

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».


Commento a cura della fraternità della Speranza

Da subito il brano evangelico capovolge i canoni tradizionali della storia, dirotta uno svolgimento classico, in qualcosa di inaspettato. È la Parola che, guidando il nostro sguardo sulla storia, lo dirotta dai palazzi imperiali di Roma e dalle curie sacerdotali di Gerusalemme, al deserto di Giuda. Così come la parola aveva dirottato lo sguardo su una giovane ragazza di un insignificante villaggio della Galilea delle genti. In modo da abituare il nostro cuore a fermarsi dove Dio ama posarsi.

Il Battista rappresenta quell’uomo vero, che può finalmente accogliere il Signore che viene e raggiungere così la completezza, perché l’uomo è immagine di Dio. La caratteristica fondamentale di Giovanni è che è una persona eccentrica, non solo perché andava vestito di peli di cammello e mangiava locuste e viveva nel deserto, ma perché ha il centro fuori di sé. Il nostro centro è fuori. Noi abitiamo dove sta il nostro cuore, dove amiamo.

Lasciandoci quindi affascinare da ciò che conta davvero ai Suoi occhi. Imparando anzitutto a passare dall'abitudine istintiva di guardarsi addosso, d'essere auto centrati, a saper vedere nella direzione che lo sguardo di Dio ci indica di volta in volta.

Giovanni raffigura la sua missione in modo visivo, il deserto /esodo, la terra promessa/ Gesù. La sua missione analogamente a Mosè è condurre verso la libertà, verso la terra promessa che è Gesù.

La parola cadde quindi su quest'uomo nel deserto di Giuda e non nel palazzo di Tiberio Cesare, né dei sommi sacerdoti a Gerusalemme. Perché la parola cade sempre nel luogo del silenzio, il luogo del non disturbo, il luogo dove si è fuori da tutti i giochi di potere, il luogo della povertà.

Quello è il luogo fondamentale dove l’uomo sperimenta i suoi limiti, dove ha bisogno di tutto, dove si può vivere solo insieme con gli altri in solidarietà, sennò muori subito se sei da solo.

È il luogo della prova, della tentazione, ma anche il luogo della fedeltà, della manna, della parola, del cammino, dell’acqua. Il deserto è il luogo fondamentale. Come il silenzio è il luogo della parola, il deserto è il luogo dove si forma l’uomo.

Giovanni non è uno che si fa strada e non è certo preoccupato della sua carriera tra le gerarchie del mondo e delle religioni. È un apripista esperto e capace di aprire varchi, di individuare percorsi, di intravvedere sentieri che col tempo s'erano persi. Capace di attraversare le montagne, di fare ponti, di farti correre verso la meta. La sua grande e unica passione è quella di permettere a tutti di riuscire a vedere finalmente “la salvezza di Dio”. E mentre parla e cerchi di fissare lo sguardo su di lui, la sua immagine si dissolve e in dissolvenza vedi già Lui, Gesù di Nazaret che sta avanzando.

Non sei più tu il motore che avvia il senso, una direzione di vita che merita d'essere percorsa. Un altro ti sta conducendo. Di Lui hai cominciato a fidarti, accettando che ti abitasse senza più fare calcoli su di te, senza avere più riserve o recuperi. È così che si diventa traghettatori: portatori di una Parola che ti brucia dentro e ti dirotta il cuore là dove non avresti mai pensato.

E, come Giovanni, gridi la Parola e alzi la voce. Senza provare vergogna, senza temere le reazioni dei potenti. Semplicemente prendi posizione e ti schieri. E c'è chi ti esalta e chi invece ti giudica temerario e ti disprezza. Ma tutto questo non conta. A te importa d'essere allineato alla Parola che ti conduce e che dentro ti brucia: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”.

Sul Giordano luogo del passaggio alla terra promessa, Giovanni proclama un battesimo. Le prime parole che dice sono quelle del profeta Isaia, che annuncia, in un momento di grande disperazione, quando il popolo è schiavo a Babilonia – schiavo per colpa propria e in esilio per il suo peccato, che è possibile uscire da questo esilio, da questo male. E allora dice di preparare la via del ritorno verso la terra promessa. La terra promessa è la via di cui bisogna far dritti i sentieri, colmare i burroni, spianare le colline, far dritte le vie storte. Questo va fatto per fare una strada decente.

Il punto d’arrivo qual è? Ogni carne veda la salvezza di Dio. La salvezza di Dio è per ogni carne, per ogni uomo. La salvezza è per l’uomo. Ogni carne vedrà la salvezza di Dio. Si arriva alla contemplazione, al gusto della salvezza.

Allora perché la figura di Giovanni per noi in questa seconda domenica di avvento; perché il Battista è semplicemente un indice puntato su Colui che sta per venire. Se hai la grazia di incontrare un uomo così, che da come vive e come parla, non è preoccupato di sé, ma subito ti proietta verso l'altro che viene o già ti sta accanto, allora scatta anche per te la grande occasione. E se trovi un uomo fatto così, che ti fa ancora sognare, allora non fai alcuna fatica a stargli accanto e senza forzature lo introduci nel segreto del tuo cuore. Lo tempesti di domande, chiedendogli comprensione e lumi.

Luca parla di folle di persone che gli chiedono cosa possono fare, e Giovanni risponde a tutti in modo appropriato, sapendo dare a ciascuno la risposta più adatta e diretta. C'è quindi un esercizio che tutti possiamo fare: prendere sul serio l'altro mentre ci sta parlando, mentre semplicemente, per un bisogno del cuore, ti sta regalando qualcosa di sé, si sta compromettendo con te e tu decentrato sei concentrato sull’altro. Essere ascoltati è la speranza di ogni uomo, ed anche la nostra.


domenica 28 novembre 2021

La vigilanza degli amici di Dio

 

 I Domenica di Avvento anno C – 28 novembre 2021 

 


Dal Vangelo di Luca (21,25-28.34-36)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

 

 

 COMMENTO a cura di PennaSpuntata

 
Ogni volta che la liturgia dell’Avvento ci propone quel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato oggi, io (che sono una storica di professione, e studio la religiosità e il folklore attraverso i secoli) sento il pensiero correre immediatamente a quel misterioso ciclo di segni prodigiosi si manifestarono nei cieli dell’Europa tra il XVI e il XVII secolo.

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle», si legge nel Vangelo – e a giudicare le cronache dell’epoca, sembrava che quei segni fossero cominciati per davvero.
Nel 1547, gli abitanti del Württenberg riportarono di aver visto comparire in cielo una gigantesca spada sanguinante. Nel 1583, il cielo di Londra si riempì di costellazioni che nessuno aveva mai visto prima (o così, almeno, assicurano numerosi testimoni) mentre raggi di luce attraversavano la volta celeste, simili a frecce scoccate da un arco. Nel 1628, gli abitanti del Berkshire sollevarono lo sguardo al cielo attirati da un fragore, simile a quello di artiglieria, che sembrava provenire da sopra le nuvole, scoprendo che delle entità indistinte stavano combattendo una feroce battaglia sulle loro teste. Una visione un po’ inquietante, fortunatamente compensata da quella che graziò nel 1642 gli abitanti del Suffolk, i quali ebbero il non comune privilegio di sentirsi offrire un concertino da una orchestra d’angeli che li deliziò suonando strumenti a corda. E potrei andare avanti molto a lungo, citando caso dopo caso: i tre soli che illuminarono i cieli del Sussex a più riprese negli anni ’50 del Seicento; i draghi che volteggiarono sul Belgio nel 1579… i cieli erano un posto molto frequentato, all’apparenza.

Ovviamente, nel leggere queste testimonianze, lo storico non può che farsi una domanda: ma cos’è che stavano vedendo veramente, questi poveretti? Probabilmente, nulla di diverso da ciò che ancor oggi spinge molti di noi a scambiare per avvistamenti UFO fenomeni che, ad una attenta analisi, risultano perfettamente spiegabili in termini naturali. Quasi sicuramente, anche all’epoca accadeva qualcosa di molto simile, con l’unica differenza che, là dove noi vediamo una astronave aliena, gli uomini del passato scorgevano fenomeni che riflettevano la loro cultura, le loro preoccupazioni, le loro ansie apocalittiche. In effetti, in quei secoli, si respirava per davvero un’aria che profumava d’Apocalisse imminente: straziata dalle divisioni religiose, minacciata dai Turchi che premevano da est, pronta a precipitare nella Guerra dei Trent’Anni, l’Europa non stava vivendo un bel momento.  

Però è interessante notare una cosa. A differenza di quanto accade oggi con gli avvistamenti UFO, la fascinazione per questi fenomeni non era circoscritta a una specifica fascia sociale. Vale a dire: a queste apparizioni prestavano credito un po’ tutti, dai contadini creduloni su su fino agli studiosi e agli esponenti del clero. Capita frequentemente di leggere nei sermoni d’epoca riferimenti a questi “araldi del Signore” apparsi qua e là nel cielo, col fine evidente di trasmettere un messaggio. Per utilizzare una efficace immagine che spesso appariva nelle omelie dell’epoca, queste apparizioni era sermoni che Dio aveva voluto scrivere nel cielo, al fine di renderle visibili al massimo numero possibile di persone. Insomma, erano fenomeni che davvero portavano a compimento ciò che Gesù aveva promesso ai suoi discepoli:

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

Fortunatamente, i nostri antenati avevano frainteso: non era quella la fine dei tempi e il mondo era destinato ad andare avanti ancora per un po’. E qui lo storico dovrebbe probabilmente commentare scrivendo che, in fin dei conti, questi fenomeni erano un segno dei tempi, che molto ci dicono riguardo la mentalità e le ansie di quel periodo.
Quello però lo direbbe lo storico. Abbandonando invece per un attimo i panni della professionista, chi scrive si sentirebbe invece di fare questa riflessione: sotto un certo punto di vista, fanno pure invidia, però, questi nostri antenati.
A loro bastava vedere in cielo qualche luce strana o qualche nuvola dalla forma suggestiva, e immediatamente il pensiero correva alla venuta di Gesù. Quanta dimestichezza dovevano avere con le promesse fatte dai Vangeli; e con quanta fiducia dovevano attenderne la loro realizzazione, in un futuro prossimo e vicino!

Certo: le attendevano con una intensità tale da far prendere loro lucciole per lanterne, almeno in questo caso. Ma di tanto in tanto penso che vorrei avercela, un po’ di quella loro fede così granitica che sussurrava loro ogni giorno “il Signore è vicino!”. Quanto doveva essere più profondo e più sentito il loro modo di vivere l’Avvento. Magari senza darci agli avvistamenti UFO, ma sarebbe probabilmente caso di tentare di imitarli.


sabato 20 novembre 2021

IN CHRISTO STAT VIRTUS

 

XXXIV Domenica TO/B, Solennità di Cristo Re – 21novembre 2021 –


Dal Vangelo di Giovanni (18,33-37) 

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 

Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

 Commento a cura di Serena Lambertucci

C’è un antico detto latino, “in medio stat virtus”, che nella tradizione italiana è comunemente tradotto come “la verità sta nel mezzo”. Non mi sono mai trovata d’accordo con questa affermazione: una sua lettura superficiale può portare a credere che, alla fine, la cosa migliore sia trovare un compromesso in ogni cosa, senza mai schierarsi. Il mio disaccordo è aumentato esponenzialmente dopo che ho incontrato Gesù, perché ho capito che la soluzione non sta mai “nel mezzo”, perché rimanere nel mezzo spesso significa fare la scelta più sicura per uscirne sani e salvi, e Lui ci ammonisce chiaramente: “Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà”.

Se questo non è sufficiente, accorre in nostro soccorso il Vangelo di questa domenica, nella quale contempliamo Cristo Re dell’Universo. Immaginiamo la scena: Gesù è stato consegnato a Pilato per una sentenza definitiva: “Cristo è o non è il re dei Giudei?”. Ricordate la storia di Erode e la strage di bambini maschi primogeniti per sbarazzarsi del nuovo, mistico e salvifico “Re dei Giudei” appena nato? Ecco, la storia del re va avanti da allora: sono passati circa trentatré anni ed ora Gesù si trova davanti alla massima autorità civile, che deve decidere sulla sua vita: o libero, o morto crocifisso.

Una qualsiasi persona normale, davanti alla sola, remota ipotesi della pena di morte peggiore che si potesse immaginare all’epoca, destinata ai criminali più criminali della società, avrebbe ritrattato. Invece Gesù no. Anzi, Lui confessa: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù. […] Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Dice queste parole come se fossero il sillogismo più naturale e scontato del mondo. Attesta e conferma di essere Re per ben tre volte, venuto nel mondo non solo per dire la verità, ma per testimoniarla.

Gesù si schiera dalla parte della Verità, non sta fermo nel mezzo. Non si ferma a dire: “Lo dici tu che sono re, mica io”. Non nega l’evidenza. Così come rimane fedele alla testimonianza per la quale è venuto nel mondo: l’amore incondizionato alla fine salva e sconfigge anche la morte, perché l’Amore è più forte della morte.

Riconoscere Cristo Re dell’Universo significa ascoltare quelle parole da Lui pronunciate negli ultimi frangenti della sua vita terrena, tatuarsele nel cuore e riempirle di significato. Significa sconvolgere quell’idea di regalità aurea, ricca e intoccabile in favore di una regalità umile e mite, che si fa umana, si spoglia e si lascia maltrattare per Amore, fino a morire. 

Significa, infine, ascoltare la Sua voce che ci chiama figli, quell’unica voce fuori dal mondo che ci dà dignità e ci può definire.

Significa schierarsi e testimoniare il nostro senso di appartenenza a Cristo senza la paura e la vergogna della croce, ma con la speranza della risurrezione e della felicità eterna.

Perché la verità non sta in un indefinito “mezzo”: la Verità sta in Cristo.

domenica 14 novembre 2021

Il momento di perdere i miti


XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, anno B – 14 novembre 2021

    

Dal Vangelo di Marco (13,24-32) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 

«In quei giorni, dopo quella tribolazione,

il sole si oscurerà,

la luna non darà più la sua luce,

le stelle cadranno dal cielo

e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 

Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».




Commento a cura di Claudio Spurio

“Il sole si oscurerà e la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte".

Ci sarà un momento, dice il Vangelo, in cui l’umanità perderà tutti i suoi riferimenti e prevarrà il caos. Niente di ciò che era o sembrava illuminante potrà più essere preso da “guida".

Il sole, la luna, le stelle sono i mezzi astronomici per l'orientamento, ci danno le coordinate fondamentali e imprescindibili che ci sostengono nel viaggio della vita. Come fa un navigante in mare ad orientarsi senza il sole, senza ciò che indica i poli? Come fa a trovare il nord di notte senza la stella polare? Come fa a calcolare la rotta senza le costellazioni?

Non può: è il caos. Così sarà della Chiesa e del mondo negli ultimi tempi (non è forse anche questo tempo un po’ così?) 

Così è anche per chi decide di seguire il Cristo da vicino.

Arriva un momento in cui chi dovrebbe guidare, dare il passo e l'esempio si oscura, cade anche lui. Nessun riferimento umano brilla a dare segni sul cammino, anzi “le potenze sono sconvolte". Come navigare allora? Come orientarsi? 

Nella vita di ogni cristiano arriva il tempo della delusione e del caos, quella in cui ci si trova privi di riferimenti. Per ogni cristiano arriva il momento di “perdere i miti”, il momento di “perdere ogni fiducia umana". E se questo momento non arriva il cammino cristiano è acerbo. E può esserlo tutta la vita. 

Arriva il tempo di “demistificare" la realtà e assumersi la responsabilità di radunare, consolare, curare i piccoli, gli esclusi, i poveri (gli eletti) invece che continuare a cantare inni di gloria a potenze cadute. Papa Francesco ha già segnato da tempo la caduta delle potenze autoreferenziali, invitando ad una Chiesa povera che raduna. Povera perché raduna i poveri per condividere la vita con loro.

Arriva dunque il tempo della corruzione, oppure il tempo di aprire finalmente gli occhi su di essa. E proprio questo può essere un momento molto propizio. Può essere il momento in cui il ramo diventa tenero e spuntano le foglie. In questo momento può germogliare qualcosa di grande. Se lasciamo che questa prova e questa tribolazione siano feconde nelle profondità dell'anima può germogliare l'unico vero frutto: la fede. La fede che Egli, unica roccia della nostra vita, è vicino. Di più: ci è vicino ora.


venerdì 5 novembre 2021

La gioia della restituzione

 

Commento al Vangelo della XXXII Domenica del Tempo Ordinario, anno B – 7 novembre 2021, 


Dal Vangelo di Marco (12,38-44) 

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 

Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».





Commento a cura di Benedetta Dui da Jesi, redazione on line www.legraindeble.it

Offertorio ovvero restituzione

Il vangelo di questa domenica mi fa pensare a un momento preciso della celebrazione eucaristica e risveglia in me il ricordo di un’esperienza particolare vissuta qualche anno fa.

Ero al Sermig di Torino per un ritiro organizzato dai frati cappuccini. I volontari della struttura ci spiegarono che lì al Sermig si è soliti chiamare l’offertorio, (ovvero quando si ha il passaggio del cestino per la raccolta delle offerte e la presentazione dei doni), con il nome di ‘restituzione’. Ricordo bene infatti che durante la Santa Messa che celebrammo, ci fu chiesto di passarci gli uni gli altri un sacchetto contenente le offerte, che ciascuno era invitato in prima persona a tenere per qualche secondo in mano, prima di passarlo al vicino. Il senso era questo: anche se un fedele non poteva lasciare alcun soldo all’interno, era comunque chiamato a prendersi qualche secondo per ‘restituire’ simbolicamente in quel sacchetto ciò che aveva certamente ricevuto da Dio nell’arco della giornata o della settimana. 

Allora la prima domanda che mi cresce nel cuore è: Cosa posso restituire io al tesoro?

Farsi poveri per donare

Un dono è vero quando è libero, gratuito, quando non pretende un contraccambio, quando comporta una perdita magari faticosa ma che facciamo con la gioia nel cuore, perché sappiamo che il destinatario del dono è più importante del dono stesso. 

Non è un caso che la donna del vangelo oltre ad essere vedova sia anche povera perché in effetti si può davvero amare ed essere beati solo quando si ha un cuore povero… Allora non sarebbe bello se ogni tanto chiedessimo allo Spirito Santo di aiutarci a impoverirci di qualcosa? Non occorre pensare a doni eclatanti e impossibili da fare, ma bastano quelle ‘due monetine’. Bastano quei 5 minuti in cui chiedo a un'amica come sta. Basta offrire un passaggio in macchina a un fratello bisognoso, o mandare un messaggio solo per dire grazie, o dire una preghiera di cuore.

Basta credere che Dio sia il nostro tesoro e che nulla sia più importante di Lui e della carità verso il prossimo. Questo è il punto di partenza per mettere in pratica il comandamento di Gesù.

Una beata che ci è riuscita è stata Sandra Sabattini. Gli amici raccontano che era solita far loro dei regali che lei stessa realizzava: doni semplici, poveri, che però diventavano un modo unico e creativo per dir loro: ‘vi voglio bene’. 

Vi lascio il link di una canzone per la meditazione personale: ‘Cosa offrirti’ (https://www.youtube.com/watch?v=mdvOucpzet0).

Che il nostro cuore possa riconoscere in Dio un tesoro, a cui cantare ogni giorno: Il mio unico bene sei solo Tu, solo Tu.