di Paride Petrocchi
Tra
legami a idrogeno e legami covalenti
«Un trillo, lo schermo che si
illumina e l'occhio che cade lì, in maniera quasi automatica.
É una notifica, qualcuno in un' altra dimensione, in un altrove ci ha rivolto
la sua attenzione.
Ed ecco che d'improvviso, in
naturalezza alienante, prendiamo lo smartphone e diventiamo all'istante ciechi e
sordi al mondo che prima ci ha circondati, siamo dentro una bolla.
Appena due istanti prima
stavamo discutendo con degli amici ad un tavolo di un bar, discutevamo del più
e del meno come si fa tra amici e poi quel trillo, la bolla, come me anche il
mio amico prende il suo smartphone e si aliena, e così ad effetto domino, siamo
tutti altrove.
Eccoci:
insieme ma soli».
Così si intitola il saggio di Sherry Turkle che indaga questo paradosso tutto
contemporaneo di una tecnologia che ci rende allo stesso tempo incredibilmente
vicini ma straordinariamente soli. Possiamo allo stesso momento twittare con un
nostro "amico" sudafricano, ma non riusciamo più a discutere con una
persona senza essere continuamente interrotti da questo altrove che ormai
allunga le radici fin dentro la nostra più intima realtà. Un esempio di ciò è
l'abitudine, così innocente ma così pericolosa, di controllare lo smartphone
appena svegli oppure appena prima di chiudere gli occhi la sera.
Soffriamo di una sorta di ipertrofia da contatto, abbiamo troppi input,
talmente tanti che non riusciamo a metabolizzarli, abbiamo l' idea di essere
popolari, ma di una popolarità che si nutre di click, una popolarità che monta
come la marea, dopo un'ora è tutto finito; tutto ingurgitato dalla voracità di
una timeline, che non ammette requie. Tutti legami “ad idrogeno” che si sciolgono e si
ricompongono nel giro di secondi, legami talmente deboli che basta un punto
esclamativo di troppo per romperli.