venerdì 20 novembre 2020

Tutto nel frammento

 XXXIV Domenica del Tempo Ordinario - Solennità di Cristo Re dell'Universo 

                                            22 novembre 2020



Dal Vangelo di Matteo (25,31-46)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 

Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 

Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 

E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».



Commento a cura di Carolina Perfetti da Macerata (redazione on line www.legraindeble.it)


Il Vangelo di questa Domenica conclude il tempo ordinario e ci prepara all’avvento, tempo di attesa, conversione, di trepidante desiderio di andare incontro a Gesù. Μeditare questo Vangelo come ultimo messaggio in preparazione all’avvento è l'ultimo dono prezioso che il Signore prepara per quest'anno liturgico. 

Ecco quindi che Matteo, ci presenta una bellissima visione giudiziale, dove al centro vi è il Figlio dell’uomo descritto come giudice che siede sul seggio del giudizio di fronte a cui si presentano tutte le genti. Così come accade spesso nel Vangelo, il giudizio finale è espresso attraverso una separazione: quella del grano dalla zizzania, dei pesci buoni da quelli cattivi. Dunque, ci viene presentata una visione in cui il Cristo appare come re, giudice di tutta l’umanità. Ricordiamoci, però, che il giudizio universale sarà anche un giudizio personale, un giudizio che si intrattiene con l'anima di ciascuno di noi. Ognuno verrà giudicato non per quanto avrà fatto, ma per quanto avrà amato. 

Mi colpisce che di nuovo l’attenzione del Vangelo sia posta sui piccoli, sugli ammalati, sui poveri, sui carcerati, su tutti coloro che siedono ai confini della città. 

Se pensiamo alla situazione che stiamo vivendo oggi, rifletto su quali sono i poveri per me, e mi chiedo: "A chi mi sta chiedendo di dare da mangiare il Signore oggi? Chi mi chiede di amare?". Un'altra domanda che per molto tempo si annidava nella preghiera, era questa:  "Qual è  l’urlo del regno Dio?"

Mi tormentavo alla ricerca di questa risposta, perché volevo mettermi davvero in gioco con il Signore, poi un’estate mi venne proposta un’esperienza in un centro diurno per minori. Piena di entusiasmo, preparai lo zaino e partii. Il giorno dopo conobbi i ragazzi del centro. Il primo pensiero, influenzata anche dalla mia formazione, fu quello di osservare tutto ciò che questi ragazzi facevano, per poter comprendere i loro bisogni. Ma più andavo avanti, più non riuscivo a capire in che modo li avrei amati di più. Finché un giorno, pregando, compresi che dovevo accantonare la mia parte da educatrice e semplicemente stare con loro. Che rivelazione. Fu davvero stupendo: ridere, giocare, scherzare con questi ragazzi. Parlare di Gesù venne così naturale che pensai che stessi davvero cambiando la storia. Quando arrivò il momento di salutarli, solo in quel momento, compresi davvero ciò che il Signore mi stava dicendo. Non ero stata io a  cambiare il mondo, ma erano stati loro a cambiare il mio. L’urlo del Regno è quello di essere amato, ed è proprio ciò che il Vangelo ci vuole dire. Ciò che avrete fatto al più piccolo di loro, lo avrete fatto a me. Amando quei ragazzi, avevo amato un po’ di più il Signore. 

Il Regno di Dio, la sua totalità, la ritroviamo  nel piccolo frammento della nostra vita quotidiana.


giovedì 12 novembre 2020

Che me ne faccio di un talento?

XXXIII Domenica del TO/A - 15 novembre 2020 




Dal Vangelo di Matteo (25,14-30)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 

«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. 

Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 

Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 

Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 

Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 

Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. 

Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».


COMMENTO a cura di Benedetta Dui da Iesi (redazione on line www.legraindeble.it)

Un talento che lascia liberi

Dio Padre affida alle nostre mani che sappiamo quanto possano essere incapaci e sporcarsi, i suoi preziosi beni – i talenti appunto - e poi che fa? Rimane lì a controllarci e opprimerci col fiato sul collo? Assolutamente no. Dio si allontana. A prima vista non sembra così logica questa partenza perché Dio non ci ha mica affidato degli scarti o delle cose di poco valore, ma almeno un talento lo ha dato a tutti! E ai tempi di Gesù il talento era un’unità di misura corrispondente a più di 34 kg di argento: qualcosa di prezioso, abbastanza pesante, e sicuramente responsabilizzante. Dunque questa strana partenza ci rivela che Dio si fida esageratamente di noi pur conoscendo i nostri limiti e ci ama al punto da volerci rendere totalmente protagonisti della nostra storia. Liberiamoci della falsa immagine di un Dio-Dittatore che ci obbliga a fare questo e non fare quello, e sigilliamo nel cuore l’esperienza di Dio-Amore che ci chi-ama, ci affida qualcosa di prezioso, un talento, ma poi ci lascia i nostri spazi, rispetta la nostra libertà e unicità.

Un talento che rende unici

E proprio per onorare la nostra unicità, Dio non può fare a tutti gli stessi identici doni. Ecco perché a uno dà cinque talenti, a un altro tre, e a un altro ancora uno. Non è affatto un’ingiustizia! Anzi questa parabola ci fa capire che il punto non è fare i capricci e dire al Signore: “Che ci faccio con un talento solo? Se me ne avessi dati di più, allora sì che avrei fatto tante cose!”. Questa è una lamentela sterile che nasconde pigrizia, malvagità, invidia, oltre che una buona dose di paura. Il punto invece è comprendere che avere tanti talenti vuol dire avere altrettante responsabilità perché “a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà chiesto molto di più” (Lc 12, 48). Il punto è non sprecare i talenti ricevuti, ma partire da quello che c’è nel nostro oggi, non importa se è tanto o poco: infatti se mettiamo a frutto i doni del Signore, li vedremo moltiplicarsi, raddoppiarsi come accade ai servi buoni e fedeli nella parabola. Il punto è metterci in gioco nella vita perché Dio si fida di noi e perché qui sta la chiave per essere santi e pienamente gioiosi.

Per riflettere

Quali sono e dove sono i nostri talenti? Abbiamo anche noi un talento sotterrato in una buca? Che cosa aspettiamo a metterlo a frutto? Stiamo rendendo utile la nostra vita per qualcuno oppure ci nascondiamo per pigrizia, egoismo e paura?


sabato 7 novembre 2020

Olio per far luce...In attesa dello sposo eterno

 XXXII Domenica del TO/A – 8 novembre 2020


Dal Vangelo di Matteo (25,1-13)         

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 

«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 

A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. 

Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».




COMMENTO di Elisabetta Corsi  da Fermo (Redazione on line www.legraindeble.it)

Assisa nell'eternità. La traduzione letterale del primo versetto del vangelo di questa domenica recita: “Allora il regno dei cieli sarà reso simile a dieci vergini”. In quell’ὁμοιωθήσεται (omoiothésetai), “sarà reso simile”, si dispiega la potenza rivelatrice del Verbo: l’Uomo-Dio, che sta parlando e che per mezzo dello Spirito ricongiunge all’Eterno l’anima umana, in un futuro che diventa presente, per amore “previene quanti lo desiderano”; è la Sapienza precorritrice del tempo, perché assisa nell’eternità.

L’esilio e l’attesaNel moto parabolico di proiezione verso le sponde della salvezza, l’anima umana assiste al resoconto dei suoi chiaroscuri interiori, alla lotta di luce e di tenebre che prepara la sua più profonda essenza all’ὑπάντησιν τοῦ νυμφίου (ypàntesin toù nynfìou), “all’incontro con lo sposo”. Le dieci vergini, esemplificazione dell’integra regalità celeste, sostanziano, dunque, il punto di principio e fine di uno spazio temporale d’esilio e di attesa: conoscono lo sposo, lo attendono, e per riconoscerlo portano con sé delle lampade. Quelle λαμπάδας ἑαυτῶν (lampàdas eautòn) sono loro corredo sostanziale, bagaglio che le vergini hanno preso con sé prima di ogni cosa, dono elargito da Dio in vista dell’“incontro con lo sposo”.

Nel tempio di DioProprio nella cavità di quelle lampade l’anima riconosce se stessa quale tempio di Dio: tempio futuro e presente della “sapienza radiosa e indefettibile” di Dio, ma che ha bisogno di olio per avere luce e per far luce. Le vergini sagge, infatti, “avendo portato con sé le loro lampade”, ἔλαβον ἔλαιον ἐν τοῖς ἀγγείοις, (élabon élaion en tois angeìois), “portarono olio nei piccoli vasi”. Se a livello letterale e meramente concreto riusciamo a comprendere che la lampada non serve a nulla se non perché, per mezzo dell’olio, si possa accendere la luce, cosa indica spiritualmente la necessità dell’olio per far luce?

Aspersi d’olioPer comprendere il significato anagogico della parabola pronunciata dal Verbo, può giungere in nostro soccorso la prima lettura, che dice: “la sapienza facilmente è contemplata da chi la ama”. Allora, affinché il tempio di Dio, la lampada della nostra anima, non cada in un tenebroso e inerte sonnecchiare, ma, nell’attesa, faccia luce sullo sposo e ci permetta di contemplare il suo radioso arrivo, è necessario che i bordi della lampada siano aspersi dell’olio dell’amore e con esso consacrati a Dio. Perché in “piccoli vasi”? È il sentimento dell’attesa e dell’esilio che sostanzia la piccolezza del vaso, perché è difficile per anime create per l’eternità travasare nello stretto pertugio del divenire e nella piccolezza delle situazioni temporali, quell’amore celeste che deve ungere le pareti della nostra terrena esistenza. Ma amare negli stretti vasi di questo nostro esilio è la necessaria eterna via per amare a pieno la vita: via che dobbiamo percorrere per raggiungere il nostro eterno sposo celeste.


giovedì 29 ottobre 2020

Nutrimento per il cuore

Solennità di Tutti i Santi - 1 novembre 2020 


Dal Vangelo di Matteo (5,1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».





COMMENTO a cura di Paride Petrocchi da Offida (redazione on line www.legraindeblé.it)


Il brano evangelico odierno – Solennità di Ognissanti – più che essere commentato, andrebbe contemplato in silenzio, meditato nel cuore, “ruminando” nel corso della giornata, “impastato” nella nostra vita affinché essa sia tutta lievitata nell’amore.

Mi soffermo solo sull’incipit della pericope evangelica: “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: ”Beati..."

Come nell’Esodo Mosè era salito sul Monte ed era disceso con le tavole della Legge, ora Gesù, il Nuovo Mosè sale su un monte e da lì scendono parole che sono Parola per la vita beata. Perché compie questo gesto? Perché crede che vi sia l’esigenza di una “Nuova Legge”? Quell’antica non andava più bene?

Tutte domande legittime ma che non giungono alla profondità necessaria della questione, infatti prima di parlare, Gesù “vede” le folle, le osserva, scruta i loro cuori, percepisce la loro fame e sete, è in perfetta “compassione” con i loro cuori, come con i nostri.

Gesù sa che ogni cuore pulsa che quell’eterna ed indomita domanda che ha sulle labbra il giovane ricco: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (Mc 10, 17). Come il giovane ricco, i discepoli gli si avvicinano, come se fossero calamitati da Gesù.

Tutto si ferma e si pone in ascolto. Nell’episodio del “giovane ricco”, Gesù inizia rispondendo, indicando il Decalogo, ma si spinge oltre e lo fa tutt’ora con le Beatitudini. La domanda rimane aperta, la risposta è sospesa o meglio “intessuta” in questo brano evangelico, perché essere felici è essere beati, essere beati è essere santi.

Contempliamo in questa domenica questa lunga lista e gustiamocela avrà il gusto della “vita eterna”.

sabato 24 ottobre 2020

Al cuor non si comanda?

Commento al Vangelo della XXX Domenica del TO / A - 25 ottobre 2020


Dal Vangelo secondo Matteo (22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai Sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».



COMMENTO 

Ringraziamo, per il commento di questa settimana, Emanuela Mori da Offida, della redazione on line http://www.legraindeble.it/

A volte anche noi mettiamo alla prova Dio, presumendo di conoscere il giusto. Ma Dio non si scompone: il tranello che il fariseo voleva porgli, Gesù lo tramuta in occasione per dare un insegnamento a tutti noi, perché siamo "come pecore senza pastore" (Marco 6,34). 

Gesù risponde: "Il grande comandamento è quello dell'amore". È qui l'assurdo: si può "comandare" l'amore? Nella nostra presunzione diremmo di no: "l'amore o c'è o non c'è, o lo senti o non lo senti; se non lo sento, le nostre strade si dividono", ci dice la nostra cultura dominante, e le amicizie finiscono, i rapporti si sgretolano e anche i legami familiari vacillano. Ma Dio ha un progetto di bene per noi. Dio non la pensa così: per Lui l'amore non è "quello che sento". Sulla croce, Dio non pensava alle tenebre che "sentiva" nel cuore (altrimenti, sarebbe sceso); pensava al Bene che poteva farmi con la sua resurrezione. L'amore esige i fatti. Non i nostri sentimenti, ma avere in noi "gli stessi sentimenti di Cristo" (Fil 2,5 e ss.). 

Mettendo il nostro cuore nel suo cuore possiamo sentirci capiti profondamente e misteriosamente, e unire le nostre sofferenze al valore salvifico della Sua croce. Unendoci a Lui, alla sua croce, anche quella frattura che percepiamo tra il nostro cuore e le esigenze dell'amore sarà redenta, inabissata nella sua morte (cfr. Rom 6,3-4), illuminata dalla sua resurrezione. E il mio cuore troverà la pace che desidera, intraprendendo la via dell'amore verso Dio "con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima e con tutta la mia mente", e verso il prossimo "come me stessa". Perché "chi cerca il Signore, non manca di nulla" (Salmo 34,11). 

Buon cammino! 

domenica 18 ottobre 2020

Appartenere per essere liberi

 XXIX DOMENICA DEL TO/A  - 18 ottobre 2020


Dal Vangelo di Matteo (22,15-22)

15 Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 17 Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». 21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». 22 A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono.


Commento a cura di Marco Raponi da Montecosaro

Da qualche domenica notiamo come i capi dei sacerdoti e i farisei sono particolarmente accaniti contro Gesù, d’altro canto Gesù è quanto mai diretto e tagliente nell’annuncio del Regno e nell’invito alla conversione; il tempo stringe, siamo al cap. 22 di Matteo, e nel cap. 26 poi inizierà il racconto della sua Passione. La radice del peccato va messa ben in evidenza affinché i figli di Dio siano attenti e vigilanti prima della partenza terrena di Gesù. 

Gesù è il veritiero e in questo hanno fatto centro i farisei, ma Gesù sa guardare in faccia a tutti, anche ai peggiori peccatori, perché Gesù non è venuto a condannare ma ad accogliere. Cesare era considerato un grande peccatore dai giudei, ma i farisei che si ritenevano perfetti e si permettono maliziosamente di tentare di incastrare Gesù. Come li avrebbe dovuti giudicare Gesù? Ma Gesù, come dicevamo, guarda tutti con occhi di amore, anzi con più amore i grandi peccatori. Gesù ci guarda dunque in faccia, ma condanna fermamente il peccato, e ci mette in guardia: il peccato porta necessariamente alla insoddisfazione, alla tristezza, al ripiegamento e in conclusione, alla dannazione.

Ecco la domanda palesemente ipocrita e consapevolmente tentatrice: "dato che tu sei il veritiero, vogliamo sapere da te se è giusto essere oppressi o no da tutte queste tasse, ancor più, essere sotto il giogo dei romani". In verità la domanda dei mandatari dei farisei posta a Gesù non è affatto interessata a chiedere un suggerimento su come comportarsi con gli oppressori romani, non è una domanda posta con fede. I farisei erano ricchi e non si interessavano alla condizione del popolo, ricchi di superbia soprattutto, e  amavano farsi vedere ed ammirare dalla gente come coloro che ritenendosi superiori non hanno bisogno di ascoltare qualcuno che possa minare difronte agli altri la loro superiorità, né tantomeno si interessavano di ascoltare la Parola di Verità di Gesù perché estremamente pungente per i cuori mondani.

Gesù in un’altra circostanza aveva parlato di tasse e di tributi da pagare (Matteo 17,24-27); in quella circostanza si rivolge a Pietro in occasione della visita a Cafarnao. I giudei che erano ritornati dall'esilio in Babilonia si impegnarono solennemente nell'assemblea a pagare  la tassa, in quel caso che era per fare in modo che il Tempio continuasse a funzionare e per curare la manutenzione sia del servizio sacerdotale che dell'edificio del Tempio (Neemia 10,33-40). Gesù in quella occasione dice: "da chi vanno riscossi i tributi per il Tempio? Dagli stranieri o dai propri figli?" Pietro risponde: "dagli stranieri". Gesù da una risposta simile anche agli emissari dei farisei: rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare. La lettera ai romani cap. 13,7 dice: Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse date le tasse, a chi l’imposta date l’imposta, a chi il timore il timore a chi il rispetto il rispetto. Gesù va al cuore dell’insegnamento, come sempre non si difende con violenza o attaccando sterilmente chi cerca di toglierlo di mezzo; Gesù ha una Paola di amore, di insegnamento, di accoglienza, di correzione con tutti. Gesù oggi ci dice: "dammi il tuo cuore, del resto usane per quel che è stato predisposto; non ti curare troppo nel trovare un bene o un male assoluto sulle cose del mondo, cura di avere il tuo cuore nel mio. Di chi è il cuore dell’uomo se non di Dio (date a Dio quel che è di Dio.) 

E’ bello vedere lo stupore negli emissari dei farisei, bene o male essi hanno avuto la grazia di ascoltare le parole di Gesù, hanno avuto modo di ascoltare una Parola liberante e benedicente, i farisei invece chiusi nel loro orgoglio restano con il cuore indurito. Se ci pensiamo anche noi dovremmo stupirci di questo Vangelo, a volte ci lamentiamo per le tasse per i servizi scarsi offerti dallo Stato ecc… , ma ci pensiamo mai che quei pochi o tanti soldi con cui paghiamo le tasse sono pur sempre un dono di Dio? Non è forse un dono il poter lavorare? Non è forse un dono avere quella data abilità che ci permette di svolgere il nostro lavoro? Ma soprattutto dov’è il nostro cuore dopo essere usciti da questa chiesa?