domenica 28 novembre 2021

La vigilanza degli amici di Dio

 

 I Domenica di Avvento anno C – 28 novembre 2021 

 


Dal Vangelo di Luca (21,25-28.34-36)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

 

 

 COMMENTO a cura di PennaSpuntata

 
Ogni volta che la liturgia dell’Avvento ci propone quel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato oggi, io (che sono una storica di professione, e studio la religiosità e il folklore attraverso i secoli) sento il pensiero correre immediatamente a quel misterioso ciclo di segni prodigiosi si manifestarono nei cieli dell’Europa tra il XVI e il XVII secolo.

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle», si legge nel Vangelo – e a giudicare le cronache dell’epoca, sembrava che quei segni fossero cominciati per davvero.
Nel 1547, gli abitanti del Württenberg riportarono di aver visto comparire in cielo una gigantesca spada sanguinante. Nel 1583, il cielo di Londra si riempì di costellazioni che nessuno aveva mai visto prima (o così, almeno, assicurano numerosi testimoni) mentre raggi di luce attraversavano la volta celeste, simili a frecce scoccate da un arco. Nel 1628, gli abitanti del Berkshire sollevarono lo sguardo al cielo attirati da un fragore, simile a quello di artiglieria, che sembrava provenire da sopra le nuvole, scoprendo che delle entità indistinte stavano combattendo una feroce battaglia sulle loro teste. Una visione un po’ inquietante, fortunatamente compensata da quella che graziò nel 1642 gli abitanti del Suffolk, i quali ebbero il non comune privilegio di sentirsi offrire un concertino da una orchestra d’angeli che li deliziò suonando strumenti a corda. E potrei andare avanti molto a lungo, citando caso dopo caso: i tre soli che illuminarono i cieli del Sussex a più riprese negli anni ’50 del Seicento; i draghi che volteggiarono sul Belgio nel 1579… i cieli erano un posto molto frequentato, all’apparenza.

Ovviamente, nel leggere queste testimonianze, lo storico non può che farsi una domanda: ma cos’è che stavano vedendo veramente, questi poveretti? Probabilmente, nulla di diverso da ciò che ancor oggi spinge molti di noi a scambiare per avvistamenti UFO fenomeni che, ad una attenta analisi, risultano perfettamente spiegabili in termini naturali. Quasi sicuramente, anche all’epoca accadeva qualcosa di molto simile, con l’unica differenza che, là dove noi vediamo una astronave aliena, gli uomini del passato scorgevano fenomeni che riflettevano la loro cultura, le loro preoccupazioni, le loro ansie apocalittiche. In effetti, in quei secoli, si respirava per davvero un’aria che profumava d’Apocalisse imminente: straziata dalle divisioni religiose, minacciata dai Turchi che premevano da est, pronta a precipitare nella Guerra dei Trent’Anni, l’Europa non stava vivendo un bel momento.  

Però è interessante notare una cosa. A differenza di quanto accade oggi con gli avvistamenti UFO, la fascinazione per questi fenomeni non era circoscritta a una specifica fascia sociale. Vale a dire: a queste apparizioni prestavano credito un po’ tutti, dai contadini creduloni su su fino agli studiosi e agli esponenti del clero. Capita frequentemente di leggere nei sermoni d’epoca riferimenti a questi “araldi del Signore” apparsi qua e là nel cielo, col fine evidente di trasmettere un messaggio. Per utilizzare una efficace immagine che spesso appariva nelle omelie dell’epoca, queste apparizioni era sermoni che Dio aveva voluto scrivere nel cielo, al fine di renderle visibili al massimo numero possibile di persone. Insomma, erano fenomeni che davvero portavano a compimento ciò che Gesù aveva promesso ai suoi discepoli:

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

Fortunatamente, i nostri antenati avevano frainteso: non era quella la fine dei tempi e il mondo era destinato ad andare avanti ancora per un po’. E qui lo storico dovrebbe probabilmente commentare scrivendo che, in fin dei conti, questi fenomeni erano un segno dei tempi, che molto ci dicono riguardo la mentalità e le ansie di quel periodo.
Quello però lo direbbe lo storico. Abbandonando invece per un attimo i panni della professionista, chi scrive si sentirebbe invece di fare questa riflessione: sotto un certo punto di vista, fanno pure invidia, però, questi nostri antenati.
A loro bastava vedere in cielo qualche luce strana o qualche nuvola dalla forma suggestiva, e immediatamente il pensiero correva alla venuta di Gesù. Quanta dimestichezza dovevano avere con le promesse fatte dai Vangeli; e con quanta fiducia dovevano attenderne la loro realizzazione, in un futuro prossimo e vicino!

Certo: le attendevano con una intensità tale da far prendere loro lucciole per lanterne, almeno in questo caso. Ma di tanto in tanto penso che vorrei avercela, un po’ di quella loro fede così granitica che sussurrava loro ogni giorno “il Signore è vicino!”. Quanto doveva essere più profondo e più sentito il loro modo di vivere l’Avvento. Magari senza darci agli avvistamenti UFO, ma sarebbe probabilmente caso di tentare di imitarli.


sabato 20 novembre 2021

IN CHRISTO STAT VIRTUS

 

XXXIV Domenica TO/B, Solennità di Cristo Re – 21novembre 2021 –


Dal Vangelo di Giovanni (18,33-37) 

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 

Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

 Commento a cura di Serena Lambertucci

C’è un antico detto latino, “in medio stat virtus”, che nella tradizione italiana è comunemente tradotto come “la verità sta nel mezzo”. Non mi sono mai trovata d’accordo con questa affermazione: una sua lettura superficiale può portare a credere che, alla fine, la cosa migliore sia trovare un compromesso in ogni cosa, senza mai schierarsi. Il mio disaccordo è aumentato esponenzialmente dopo che ho incontrato Gesù, perché ho capito che la soluzione non sta mai “nel mezzo”, perché rimanere nel mezzo spesso significa fare la scelta più sicura per uscirne sani e salvi, e Lui ci ammonisce chiaramente: “Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà”.

Se questo non è sufficiente, accorre in nostro soccorso il Vangelo di questa domenica, nella quale contempliamo Cristo Re dell’Universo. Immaginiamo la scena: Gesù è stato consegnato a Pilato per una sentenza definitiva: “Cristo è o non è il re dei Giudei?”. Ricordate la storia di Erode e la strage di bambini maschi primogeniti per sbarazzarsi del nuovo, mistico e salvifico “Re dei Giudei” appena nato? Ecco, la storia del re va avanti da allora: sono passati circa trentatré anni ed ora Gesù si trova davanti alla massima autorità civile, che deve decidere sulla sua vita: o libero, o morto crocifisso.

Una qualsiasi persona normale, davanti alla sola, remota ipotesi della pena di morte peggiore che si potesse immaginare all’epoca, destinata ai criminali più criminali della società, avrebbe ritrattato. Invece Gesù no. Anzi, Lui confessa: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù. […] Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Dice queste parole come se fossero il sillogismo più naturale e scontato del mondo. Attesta e conferma di essere Re per ben tre volte, venuto nel mondo non solo per dire la verità, ma per testimoniarla.

Gesù si schiera dalla parte della Verità, non sta fermo nel mezzo. Non si ferma a dire: “Lo dici tu che sono re, mica io”. Non nega l’evidenza. Così come rimane fedele alla testimonianza per la quale è venuto nel mondo: l’amore incondizionato alla fine salva e sconfigge anche la morte, perché l’Amore è più forte della morte.

Riconoscere Cristo Re dell’Universo significa ascoltare quelle parole da Lui pronunciate negli ultimi frangenti della sua vita terrena, tatuarsele nel cuore e riempirle di significato. Significa sconvolgere quell’idea di regalità aurea, ricca e intoccabile in favore di una regalità umile e mite, che si fa umana, si spoglia e si lascia maltrattare per Amore, fino a morire. 

Significa, infine, ascoltare la Sua voce che ci chiama figli, quell’unica voce fuori dal mondo che ci dà dignità e ci può definire.

Significa schierarsi e testimoniare il nostro senso di appartenenza a Cristo senza la paura e la vergogna della croce, ma con la speranza della risurrezione e della felicità eterna.

Perché la verità non sta in un indefinito “mezzo”: la Verità sta in Cristo.

domenica 14 novembre 2021

Il momento di perdere i miti


XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, anno B – 14 novembre 2021

    

Dal Vangelo di Marco (13,24-32) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 

«In quei giorni, dopo quella tribolazione,

il sole si oscurerà,

la luna non darà più la sua luce,

le stelle cadranno dal cielo

e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 

Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».




Commento a cura di Claudio Spurio

“Il sole si oscurerà e la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte".

Ci sarà un momento, dice il Vangelo, in cui l’umanità perderà tutti i suoi riferimenti e prevarrà il caos. Niente di ciò che era o sembrava illuminante potrà più essere preso da “guida".

Il sole, la luna, le stelle sono i mezzi astronomici per l'orientamento, ci danno le coordinate fondamentali e imprescindibili che ci sostengono nel viaggio della vita. Come fa un navigante in mare ad orientarsi senza il sole, senza ciò che indica i poli? Come fa a trovare il nord di notte senza la stella polare? Come fa a calcolare la rotta senza le costellazioni?

Non può: è il caos. Così sarà della Chiesa e del mondo negli ultimi tempi (non è forse anche questo tempo un po’ così?) 

Così è anche per chi decide di seguire il Cristo da vicino.

Arriva un momento in cui chi dovrebbe guidare, dare il passo e l'esempio si oscura, cade anche lui. Nessun riferimento umano brilla a dare segni sul cammino, anzi “le potenze sono sconvolte". Come navigare allora? Come orientarsi? 

Nella vita di ogni cristiano arriva il tempo della delusione e del caos, quella in cui ci si trova privi di riferimenti. Per ogni cristiano arriva il momento di “perdere i miti”, il momento di “perdere ogni fiducia umana". E se questo momento non arriva il cammino cristiano è acerbo. E può esserlo tutta la vita. 

Arriva il tempo di “demistificare" la realtà e assumersi la responsabilità di radunare, consolare, curare i piccoli, gli esclusi, i poveri (gli eletti) invece che continuare a cantare inni di gloria a potenze cadute. Papa Francesco ha già segnato da tempo la caduta delle potenze autoreferenziali, invitando ad una Chiesa povera che raduna. Povera perché raduna i poveri per condividere la vita con loro.

Arriva dunque il tempo della corruzione, oppure il tempo di aprire finalmente gli occhi su di essa. E proprio questo può essere un momento molto propizio. Può essere il momento in cui il ramo diventa tenero e spuntano le foglie. In questo momento può germogliare qualcosa di grande. Se lasciamo che questa prova e questa tribolazione siano feconde nelle profondità dell'anima può germogliare l'unico vero frutto: la fede. La fede che Egli, unica roccia della nostra vita, è vicino. Di più: ci è vicino ora.


venerdì 5 novembre 2021

La gioia della restituzione

 

Commento al Vangelo della XXXII Domenica del Tempo Ordinario, anno B – 7 novembre 2021, 


Dal Vangelo di Marco (12,38-44) 

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 

Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».





Commento a cura di Benedetta Dui da Jesi, redazione on line www.legraindeble.it

Offertorio ovvero restituzione

Il vangelo di questa domenica mi fa pensare a un momento preciso della celebrazione eucaristica e risveglia in me il ricordo di un’esperienza particolare vissuta qualche anno fa.

Ero al Sermig di Torino per un ritiro organizzato dai frati cappuccini. I volontari della struttura ci spiegarono che lì al Sermig si è soliti chiamare l’offertorio, (ovvero quando si ha il passaggio del cestino per la raccolta delle offerte e la presentazione dei doni), con il nome di ‘restituzione’. Ricordo bene infatti che durante la Santa Messa che celebrammo, ci fu chiesto di passarci gli uni gli altri un sacchetto contenente le offerte, che ciascuno era invitato in prima persona a tenere per qualche secondo in mano, prima di passarlo al vicino. Il senso era questo: anche se un fedele non poteva lasciare alcun soldo all’interno, era comunque chiamato a prendersi qualche secondo per ‘restituire’ simbolicamente in quel sacchetto ciò che aveva certamente ricevuto da Dio nell’arco della giornata o della settimana. 

Allora la prima domanda che mi cresce nel cuore è: Cosa posso restituire io al tesoro?

Farsi poveri per donare

Un dono è vero quando è libero, gratuito, quando non pretende un contraccambio, quando comporta una perdita magari faticosa ma che facciamo con la gioia nel cuore, perché sappiamo che il destinatario del dono è più importante del dono stesso. 

Non è un caso che la donna del vangelo oltre ad essere vedova sia anche povera perché in effetti si può davvero amare ed essere beati solo quando si ha un cuore povero… Allora non sarebbe bello se ogni tanto chiedessimo allo Spirito Santo di aiutarci a impoverirci di qualcosa? Non occorre pensare a doni eclatanti e impossibili da fare, ma bastano quelle ‘due monetine’. Bastano quei 5 minuti in cui chiedo a un'amica come sta. Basta offrire un passaggio in macchina a un fratello bisognoso, o mandare un messaggio solo per dire grazie, o dire una preghiera di cuore.

Basta credere che Dio sia il nostro tesoro e che nulla sia più importante di Lui e della carità verso il prossimo. Questo è il punto di partenza per mettere in pratica il comandamento di Gesù.

Una beata che ci è riuscita è stata Sandra Sabattini. Gli amici raccontano che era solita far loro dei regali che lei stessa realizzava: doni semplici, poveri, che però diventavano un modo unico e creativo per dir loro: ‘vi voglio bene’. 

Vi lascio il link di una canzone per la meditazione personale: ‘Cosa offrirti’ (https://www.youtube.com/watch?v=mdvOucpzet0).

Che il nostro cuore possa riconoscere in Dio un tesoro, a cui cantare ogni giorno: Il mio unico bene sei solo Tu, solo Tu.


sabato 30 ottobre 2021

Un comandamento 'su misura'

 

Commento al Vangelo della XXXI Domenica del Tempo Ordinario – anno B – 31 ottobre 2021, a cura di Elisabetta Corsi di Fermo


Dal Vangelo secondo Marco (12,28-34)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.




Commento

La Parola di Dio di questa domenica la sento particolarmente vicina, sia perché mi ha accompagnato per un bel tratto di strada sia perché mi ha liberato da una variante del perfezionismo.

Qui sta il genio di Marco, l'evangelista, nell'introdurre un pronome possessivo come 'tuo'; a volte infatti possiamo cadere nell'illusione che per amare ci sia bisogno di uno sforzo sovrumano, eroico.

La buona notizia di oggi è questa: è più che sufficiente che tu faccia il massimo delle tue possibilità, al massimo della tua anima, al massimo della tua mente, del tuo cuore. Non guardare troppo agli altri ma ama e se, come accade a tutti, non hai dato tutto, ricomincia perché la prossima volta, se perseveri, andrà meglio. Non fissare con tristezza ciò che manca ma gioisci di quello che hai donato perché "Il Signore ama chi dona con gioia".

Buona domenica in Cristo!

sabato 23 ottobre 2021

Mendicanti dell’amore di Cristo: la storia di Bartimeo

Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario – anno B -  24 ottobre 2021

a cura di Elisabetta Corsi da Fermo


Dal Vangelo di Marco (10,46-52)

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 

Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 

Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 

Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.



Commento

Bar-Timeo

Il vangelo di questa domenica presenta il personaggio che benefica della guarigione di Cristo attraverso queste parole:  ὁ υἱὸς Τιμαίου Βαρτιμαῖος (tr. o iòs Timéu Bartiméos), ‘il figlio di Timeo Bartimeo’. Se si scioglie ancora il nome proprio Bar-timeo e si traducono le sue componenti, la pericope risultante è, di nuovo, ‘figlio (bar) di Timeo’. Bartimeo è un uomo senza nome, il suo esserci coincide con il suo essere figlio di un  padre di cui, neppure, viene detto nulla. Bartimeo è, ancora, τυφλὸς (tiflòs), ‘cieco’ e προσαιτής (prosaitìs), ‘mendicante’ ed ‘era seduto accanto alla via’. 

Un avvenimento

Nella vita di quest’uomo, descritta come privata di identità, come una vita immersa nelle tenebre della cecità, una vita che mendica per sopravvivere, avviene un fatto. Ἰησοῦς ὁ Ναζαρηνός ἐστιν (Isùs o Nazarinòs estin), letteralmente ‘Gesù il Nazzareno è’. Nella vita di Bartimeo avviene Cristo. Bartimeo non può vederlo, e Gesù si manifesta al suo udire. Bartimeo, sul ciglio della via, sente che la Via è giunta a guarire la sua esistenza e riempie di parole e di grida lo spazio vuoto che lo separa dal Nazzareno. ‘Figlio di David, Gesù, abbi pietà di me’. Il ‘figlio di Timeo’ chiama Gesù ‘figlio di David’, lo chiama con il proprio nome, con l’unico linguaggio che conosce. Eppure sa che Gesù è Gesù, unica vera sostanza della propria vita.

Ti chiama

Cosa fa Gesù? Gesù dice: Φωνήσατε αὐτόν (Fonìsate avtòn), letteralmente, ‘Inviate a lui la voce’. È come se stesse dicendo agli astanti: ‘Siate miei testimoni presso di lui’. E la folla va da Bartimeo e gli dice: ‘Abbi coraggio, alzati, ti chiama’. Gesù si manifesta a noi, come a Bartimeo, per mezzo di una folla, la folla di coloro che hanno scelto la via del suo amore. Impauriti dalla vita, ciechi di fronte al nostro destino, mendicanti e cercatori della vera gioia, attendiamo l’avvenimento di Cristo. Ma poi un volto, pieno di vita, ci chiama e ci fa volgere lo sguardo alla stessa sorgente di Luce da cui è stato chiamato. 

Che io veda di nuovo

Cosa chiede Bartimeo? ἵνα ἀναβλέψω (ina anavlépso), ‘Che io veda di nuovo’. Non chiede soltanto di vedere, ma di vedere di nuovo. Perché Gesù non si conosce, ma si ri-conosce, perché sostanza della nostra sostanza, eternità della nostra conoscenza. La storia di Bartimeo suscita in me tante domande, nel mio sentirmi mendicante dell’amore di Cristo: 

1. Riesco a cogliere davvero la bellezza dell’incontro con il Signore?

2. Cristo è davvero 'avvenuto' nella mia vita?

3. Riesco a riconoscerlo nella folla di chi mi chiama a guardarLo?

Che il Signore possa illuminarci e sorridere della sua bellezza alla nostra vita - che cerca soltanto Lui -.