giovedì 3 febbraio 2022

Il tuo tesoro tra gli attimi

  

V domenica tempo ordinario — anno C — 6 febbraio 2022 


Dal Vangelo di Luca (5,1-11) 

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 

Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore, infatti, aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 

E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.



Commento
a cura di Benedetta Dui da Jesi

Siamo alla quinta domenica del Tempo Ordinario: il vangelo di Luca ci accompagna con l’episodio della chiamata dei primi discepoli e noi ci immergiamo nella Parola, per imparare ad offrire al Signore i nostri hic et nunc (qui e ora), in altre parole, i nostri attimi.

Gesù, uno che ci sa fare

È giorno oramai sul lago di Gennèsaret. La notte faticosa, travagliata e vuota di pesci e di ore, se ne è volata via. Ora il nuovo giorno ha portato con sé una Luce potente, incarnata nella persona di Gesù. Simone lo ha incontrato e ospitato sulla sua barca. Avrà forse pensato: “Dato che non mi è servita a prendere pesci, almeno sarà utile a qualcun altro”. Lì sopra, il Signore può infatti insegnare ed essere ascoltato dalla folla. Anche Simone ascolta, mentre lo immagino a sistemare con le mani le reti. Forse vorrebbe non ascoltare e rimanere da solo a rimuginare lamentele nello sconforto, ma non c’è niente da fare: quell’Uomo, quando parla, ti smuove qualcosa dentro e sa toccare i tessuti del cuore, come nessun altro prima d’ora. 

E se da un lato penso che durante tutto l’insegnamento di Gesù, Simone si sia dedicato ai suoi lavori quotidiani, dall’altro credo proprio che il suo cuore, la sua mente, i suoi pensieri, fossero già tutti per Gesù. In altre parole, le sue mani avranno pure continuato ad essere impegnate nella pulizia delle reti, ma forse la sua attenzione era per la prima volta rivolta altrove. Questo episodio evangelico ci presenta veramente un uomo che sta cambiando, perché si sta innamorando di Dio. Ed è così che in Cristo, prezioso come un tesoro, Simone comincia a far dimorare il proprio cuore (Mt 6, 21). 

Come vivere gli attimi

Da un po’ di tempo porto nel cuore questo desiderio: poter fare la volontà di Dio minuto per minuto e vivere ogni minuto con la consapevolezza di essere innestata in Lui e che Lui è una cosa sola con me. Eppure mi imbatto quotidianamente nei miei illimitati limiti e constato che non mi viene tanto spontaneo amare e pensarmi sempre unita a Dio. Simon Pietro e gli altri discepoli avevano Gesù sempre con loro, in carne, ossa e Spirito, mentre per noi le cose sono un po’ diverse. Perciò quando rivedo le mie giornate all’indietro, mi capita di porre a Dio un mare di domande, del tipo: “Ma lì, in quella situazione, dov’ero io e dov’eri Tu? Stavamo insieme? O meglio, ero con Te quando ho parlato, agito in quel modo? Perché quando studiavo, apparecchiavo, … il mio cuore si lasciava vincere dall’ansia, dalla noia, invece che essere orientato su di Te che pure sei il mio vero tesoro?”.

Di fronte a tali quesiti, che forse custodiamo tutti nel cuore, bussa alla memoria il ricordo della passione che la mistica Madeleine Delbrêl vide riflessa nei suoi amici cattolici e che ella descrisse tanto concretamente e lucidamente: “Parlavano di Cristo come se fossero sul punto di offrirgli una sedia per sedersi”. 

Dev’esserci un modo per vivere così! Tuttavia non credo dipenda tanto dai nostri sforzi e in effetti la prima lettera ai Corinzi, che la liturgia ci propone, mette in fuga anche quest’ultima pericolosa idea. Dice infatti San Paolo: «Ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me» (1 Cor, 15, 10). Allora non è questione di sforzo intellettuale nostro, è piuttosto questione di Spirito Santo che – se gli lasciamo la porta aperta – penserà Lui a ‘faticare’ dentro di noi, per renderci sempre più simili a Cristo e uniti con Lui, qualunque sia il lavoro, il mestiere, la situazione che ci chiama a vivere.

Non dimentichiamoci mai di chiedere il dono dello Spirito Santo!


venerdì 14 gennaio 2022

Ascolta tua Madre


 Vangelo della II Domenica del TO / C – 16 gennaio 2022


Dal Vangelo di Giovanni (2,1-11) 

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 

Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 

Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.



Commento a cura di Benedetta Dui da Jesi

Avete mai letto il Vangelo delle nozze di Cana, entrando piano piano nella scena quasi foste anche voi degli invitati? Perché, a essere sinceri, la parte più bella in assoluto dello scrivere un commento al Vangelo, sapete qual è? Reggetevi forte... è leggere il Vangelo! Non so come, ma la Parola di Dio riesce sempre ad orientarsi dentro di te, a trovare la strada per parlarti lì, proprio lì, in quell’angolino di cuore polveroso che ti sei pure dimenticato che esiste, ma che a poco a poco ricomincia a battere. Allora lasciamo anche stavolta che il nostro cuore si immagini Gesù insieme a sua Madre e ai suoi discepoli che, in mezzo a una folla di parenti e amici, partecipano alla gioia e alla festa di una sposa e uno sposo uniti in matrimonio.

Madre attenta

Per quanto la nostra vita possa essere santa, per quanto Gesù e Maria possano abitare il nostro cuore, a un certo punto l’imprevisto viene a farci visita. A un tratto, qualcosa comincia ad andare storto, magari proprio quando sembrava che tutto fosse perfetto. Che fare allora, quando nella nostra vita o in quella dei nostri fratelli accadono imprevisti, crisi relazionali o di qualunque tipo, eventi che possono ferire o anche spaventare? 

«Non hanno vino». Maria non è mai stata una chiacchierona e dunque non dà voce a una futile constatazione del tipo: “Sai, Gesù, che il vino s’è finito?”. E non è neppure una donna che si fa prendere dal panico dinanzi all’inconveniente: “Gesù mio, non c’è più vino, e adesso?!”. Maria è piuttosto una madre attenta, che supervisiona attiva e silenziosa ogni particolare. Al banchetto di nozze si sarà forse premurata dell’organizzazione, delle varie portate, degli ospiti, con il suo fare umile e deciso, affinché la festa fosse piena di letizia e nessuno avesse di che lamentarsi. E in virtù della sua attenzione al prossimo, non solo è la prima ad accorgersi della mancanza di vino, ma è anche la prima ad accogliere questo imprevisto spiacevole. Allora diventa chiaro ai nostri occhi che con quel “Non hanno vino”, Maria ci precede e si fa preghiera al posto nostro. È commovente pensare che sin dalle nozze di Cana, in lei brillasse la vocazione ad essere Madre della Chiesa. 

Il messaggio di Maria

«Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Una carissima amica l’anno scorso mi regalò un mini-Vangelo tascabile da portare sempre con me, custodito da una copertina in cuoio pirografata, con l’episodio delle nozze di Cana. Ebbene, sul retro di essa vi sono incise proprio queste parole di Maria, insieme a un buffo servitore che le mette in pratica. Mi è capitato spesso di contemplare questa piccola manifattura artistica e a poco a poco vi confesso che il consiglio di Maria ha attraversato le stanze del mio cuore, illuminando alcune parole del Vangelo che mi tenevo dentro da tempo, senza capire come interpretarle o che cosa farci. «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Maria ha lasciato questo messaggio valido per ciascuno di noi e per qualunque situazione. Come a dirci: se hai capito che è il Signore che ti parla, che aspetti? Ascoltalo e vivi meglio che puoi ciò che ti sta dicendo, anche se nella tua testa non è ancora tutto chiaro, anche se non sai quale miracolo vuole costruire Lui con te; perché ricominciare a fare la volontà di Dio è la via che ti libera sempre da tanti inganni, da tante paure che ti assillano dentro.

Allora vorrei augurare a ciascuno di noi di diventare proprio come quei servitori: semplici nella fiducia, disponibili al dialogo con la Madre e con il Figlio e obbedienti alla divina volontà.


sabato 8 gennaio 2022

«L’arcobaleno di un nuovo diluvio»


 Battesimo del Signore, anno C – 9 gennaio 2022


Dal Vangelo di Luca (3,15-16.21-22)

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». 

Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»




Commento a cura di Elisabetta Corsi, da Fermo


Dio è con me

Una grande gioia ci viene proclamata questa domenica, un lieto annuncio che soccorre il cuore, troppo spesso inaridito dalla fatica del quotidiano: la certezza che Dio è con noi. Pensiamo a quanto meraviglioso sia questo annuncio, ripetiamocelo nel silenzio della nostra interiorità: Dio è con me. Nessun passo, nessuna scelta, niente della nostra vita non è salvo, perché Dio era, è e sarà con me. Spesso l’incredulità-frattura che si interpone fra il nostro cuore e il vero volto di Dio si interroga sul senso della presenza di Dio e ci fa chiedere: che vuol dire che Dio è con me? Come si manifesta alla mia vita?


Nell’attesa di un evento

Nel vangelo di questa domenica, il popolo di fronte a Giovanni è «in attesa», «tutti si domandavano». Questo duplice atteggiamento di attesa e di domanda incarna nella parola un modus vivendi che si fa sostanza in ogni nostra cellula vitale: corrisponde al desiderio di qualcosa di grande, di un evento che cambi per sempre il corso della storia. L’attesa genera una domanda: cosa o chi può appagare un desiderio tanto grande? La Parola risponde: il Dio che mi ha creato. Se è vera la certezza che questo vangelo annuncia — Dio è con me, — significa che il suo «farsi vicino» corrisponde al suo esistere nella mia vita e nel mio cuore. Ma come è possibile?


L’arcobaleno di un nuovo diluvio

Per rispondere alla domanda, è necessario comprendere la dichiarazione d’amore del Signore in questa domenica. Leggiamo insieme, allora, qualche verso di una poesia di D.M. Turoldo (di cui abbiamo parlato in questo articolo) che ripropone in versi l’episodio del battesimo di Cristo. Scrive:


Non griderà, né alzerà la sua voce,

non farà strepito in mezzo alle piazze,

non spezzerà la canna incrinata,

non spegnerà la fiammella morente.

Proclamerà con fermezza il diritto,

non verrà meno, né mai cederà

finché non l'abbia affermato sul mondo:

la sua dottrina attendono le isole


In questi versi, impreziositi di vari riferimenti alla Scrittura, si condensa il modus amandi del Signore, il vero volto di Dio, che è Cristo: non alza la voce, non spezza la canna incrinata e non spegne una fiammella che muore, perché è sostanza e vita del vivere e solo Lui può chinarsi ad accarezzare il quotidiano, può scendere nelle acque impetuose del cuore e vivificarle.


Anche l'apostolo a stento capiva

Come inarcava quel giorno sul mondo

L'arcobaleno di un nuovo diluvio,

e nuova usciva una vita dall’acque.

Turoldo chiama Cristo «arcobaleno di un nuovo diluvio», riconoscendo nel Salvatore il compimento della storia antica, ma anche compimento di ogni storia particolare, centro del cuore che tutta l’esistenza abbraccia. Solo in Lui l’isola dell’anima può radicarsi nell’infinito mare d’amore a cui è destinata. Certi, allora, di questa promessa l’uomo deve, infine, chiedersi: credo davvero a tutto questo?


domenica 19 dicembre 2021

Maria ed Elisabetta: la santità nel quotidiano

 IV Domenica di Avvento/C – 19 dicembre 2021


Dal Vangelo di Luca (1,39-45) 

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 

Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».


Commento a cura di Martha, Mary e Elisabetta

Quando accade qualcosa di bello, quando veniamo a sapere una buona notizia partiamo, ci mettiamo in cammino. Non stiamo fermi, non ci riusciamo. Il primo istinto è quello di andare, di andare a vedere, di andare a trovare. È come se il corpo fosse attratto da una forza bella, gioiosa, nuova. Il corpo è opera di Dio, noi deriviamo da lui, perciò aneliamo per tutta la vita alla felicità e la ricerchiamo in ogni angolo del mondo. 

Maria aveva saputo dall'angelo che sua cugina era incinta, lo aveva saputo quando ricevette l'annuncio. Emozione su emozione. Me la immagino, lì in ginocchio e poi seduta, e di certo anche durante la notte, distesa, con gli occhi spalancati, a pensare a tutto quello che le stava accadendo. Quel figlio che era arrivato dentro di lei, inaspettatamente, era qualcosa di inimmaginabile, era Qualcuno che avrebbe stravolto la sua esistenza prima di stravolgere quella dell'umanità intera. Me la immagino che pur nella sua santità avrà avuto dei momenti in cui si è sentita sopraffare da tutto questo, ma essendo Lei non avrà mai lasciato che l'angoscia prevalesse perché amava Dio, si fidava ciecamente di Lui e sapeva che non doveva temere nulla. Allora fece quello che fanno le donne di solito, andò avanti, occupandosi oltre che della sua anima anche del suo corpo di mamma, e pensò a quella cugina, anziana, che era incinta e che molto probabilmente aveva bisogno di una mano di donna, sia per affrontare e condividere il carico emotivo, che per tutto il resto. 

Qui c'è tutto un mondo femminile fatto di intimità, scambi di emozioni, accudimento, gentilezza. Qui c'è un po' di quegli incontri tra donne, amiche, cugine, durante i quali ci si chiede: "L'hai già preparata la valigia? Ti porti i body a manica corta o lunga?". E ancora: "Ma tu come stai? Io ho le nausee tutto il giorno. E poi per non parlare del nervo sciatico!". 

Maria non aveva questi pensieri, i suoi erano probabilmente molto più elevati e profondi, lei era pervasa di Spirito Santo, la pace regnava in essa. Ciononostante, sebbene fosse la prescelta, la madre del figlio di Dio, non veniva meno la sua natura di donna e quando fu il momento giusto si mise in viaggio e andò da sua cugina, per aiutarla, per starle vicino, per farle compagnia. 

È fantastico il carico di umanità che porta questa visita. Non è stato l'angelo a dirle di andare da Elisabetta, è stata lei, Maria, a prendere questa decisione. Ne avrà di certo parlato con Giuseppe, avranno organizzato tutto insieme, lui l'avrà aiutata e l'avrà salutata con amore. Probabilmente sono stati lontani ben tre mesi, fino al parto di Elisabetta. Maria voleva starle accanto nel trimestre più importante, quello che precede la nascita, quello in cui tutto si fa più concreto, i movimenti nella pancia sono forti, spesso ti rivoltano lo stomaco. La stanchezza è grande, c'è bisogno di mani esterne che aiutano, che confortano, che cucinano, puliscono. Potremmo immaginarci Maria, la madre di Dio, trascorrere la sua gravidanza in modo nascosto, in contemplazione, quasi in ritiro spirituale. E invece eccola, incinta, partire verso le montagne, fare un viaggio, il primo viaggio insieme a quel bambino appena nato dentro di lei. 

Questo ci dice tanto sulla santità, che non è uno stato d'essere astruso da ciò che ci circonda, è anzi l'essere nel mondo - ma non del mondo - in modo santo, con Dio nel cuore ma accanto alle persone. E Maria ci fa vedere come si fa: tra donne ci si deve aiutare nei momenti di bisogno, e di certo la gravidanza è un momento estremamente delicato, ricco di gioia ma anche di stanchezza, fatica, difficoltà, sensazioni e emozioni che un uomo non può comprendere pienamente, se poi pensiamo al tempo in cui si svolsero i fatti era impensabile che un uomo si occupasse di queste cose. 

Il bello, il grandioso, il segno ci viene dato nel momento in cui Maria arriva in casa della cugina, saluta Zaccarìa, ed eccola, vede Elisabetta, le va incontro salutandola e probabilmente la abbraccia. In quel momento, quel saluto fa sussultare, o più che altro saltare di gioia, il bambino nella pancia di Elisabetta. Ed Elisabetta non tentenna, non dubita, non perde tempo e riconosce subito la grandezza della giovane donna che aveva davanti a sé: Maria. Elisabetta loda sua cugina, le rivolge parole di amore e in questo suo benvenuto, che somiglia ad una preghiera, benedice Maria e poi benedice il figlio che porta nel grembo, riconoscendo senza esitazione il fatto straordinario della maternità divina.

Ecco cosa vuole dirci Luca nel suo vangelo: Dio passa attraverso una donna, sua madre Maria, e viene da noi con un entusiasmo unico. Ognuno di noi è amato, cercato, voluto e quando Maria ci saluta sta a noi riconoscerla, sta a noi sentire il sussulto di gioia. Maria ci porta a Dio, lo fa come una mamma, quindi ci mette gentilezza, delicatezza, cura. Non viene da noi con eserciti al seguito, non grida, non ci scuote le spalle, anche se a volte sono certa che lo vorrebbe, specie quando vede uno dei suoi figli perdersi, darsi via, trattarsi come fosse spazzatura. Ma non lo fa, rimane discreta, rispetta i nostri tempi, prende strade tortuose, passa per vicoli stretti, fa tutto pur di portarci a Dio. Noi dobbiamo fare la nostra parte, dobbiamo mettere a tacere tutto il rumore del mondo, tutto l'inquinamento acustico che non ci permette di sentire il sussulto, perché quando accadrà, quando dopo tanta fatica, tanto dolore, pur soffrendo avremo fatto silenzio, ci saremo messi in ascolto e lo avremo sentito, quel sussulto sarà come un terremoto che spazza via tutte le macerie in cui abbiamo ridotto la nostra anima e ci costruisce sopra una vita nuova.


domenica 5 dicembre 2021

Giovanni l'eccentrico

II Domenica di Avvento, anno C– 5 dicembre 2021


Dal Vangelo di Luca (3,1-6) 

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.

Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:

«Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!

Ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato;

le vie tortuose diverranno diritte

e quelle impervie, spianate.

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».


Commento a cura della fraternità della Speranza

Da subito il brano evangelico capovolge i canoni tradizionali della storia, dirotta uno svolgimento classico, in qualcosa di inaspettato. È la Parola che, guidando il nostro sguardo sulla storia, lo dirotta dai palazzi imperiali di Roma e dalle curie sacerdotali di Gerusalemme, al deserto di Giuda. Così come la parola aveva dirottato lo sguardo su una giovane ragazza di un insignificante villaggio della Galilea delle genti. In modo da abituare il nostro cuore a fermarsi dove Dio ama posarsi.

Il Battista rappresenta quell’uomo vero, che può finalmente accogliere il Signore che viene e raggiungere così la completezza, perché l’uomo è immagine di Dio. La caratteristica fondamentale di Giovanni è che è una persona eccentrica, non solo perché andava vestito di peli di cammello e mangiava locuste e viveva nel deserto, ma perché ha il centro fuori di sé. Il nostro centro è fuori. Noi abitiamo dove sta il nostro cuore, dove amiamo.

Lasciandoci quindi affascinare da ciò che conta davvero ai Suoi occhi. Imparando anzitutto a passare dall'abitudine istintiva di guardarsi addosso, d'essere auto centrati, a saper vedere nella direzione che lo sguardo di Dio ci indica di volta in volta.

Giovanni raffigura la sua missione in modo visivo, il deserto /esodo, la terra promessa/ Gesù. La sua missione analogamente a Mosè è condurre verso la libertà, verso la terra promessa che è Gesù.

La parola cadde quindi su quest'uomo nel deserto di Giuda e non nel palazzo di Tiberio Cesare, né dei sommi sacerdoti a Gerusalemme. Perché la parola cade sempre nel luogo del silenzio, il luogo del non disturbo, il luogo dove si è fuori da tutti i giochi di potere, il luogo della povertà.

Quello è il luogo fondamentale dove l’uomo sperimenta i suoi limiti, dove ha bisogno di tutto, dove si può vivere solo insieme con gli altri in solidarietà, sennò muori subito se sei da solo.

È il luogo della prova, della tentazione, ma anche il luogo della fedeltà, della manna, della parola, del cammino, dell’acqua. Il deserto è il luogo fondamentale. Come il silenzio è il luogo della parola, il deserto è il luogo dove si forma l’uomo.

Giovanni non è uno che si fa strada e non è certo preoccupato della sua carriera tra le gerarchie del mondo e delle religioni. È un apripista esperto e capace di aprire varchi, di individuare percorsi, di intravvedere sentieri che col tempo s'erano persi. Capace di attraversare le montagne, di fare ponti, di farti correre verso la meta. La sua grande e unica passione è quella di permettere a tutti di riuscire a vedere finalmente “la salvezza di Dio”. E mentre parla e cerchi di fissare lo sguardo su di lui, la sua immagine si dissolve e in dissolvenza vedi già Lui, Gesù di Nazaret che sta avanzando.

Non sei più tu il motore che avvia il senso, una direzione di vita che merita d'essere percorsa. Un altro ti sta conducendo. Di Lui hai cominciato a fidarti, accettando che ti abitasse senza più fare calcoli su di te, senza avere più riserve o recuperi. È così che si diventa traghettatori: portatori di una Parola che ti brucia dentro e ti dirotta il cuore là dove non avresti mai pensato.

E, come Giovanni, gridi la Parola e alzi la voce. Senza provare vergogna, senza temere le reazioni dei potenti. Semplicemente prendi posizione e ti schieri. E c'è chi ti esalta e chi invece ti giudica temerario e ti disprezza. Ma tutto questo non conta. A te importa d'essere allineato alla Parola che ti conduce e che dentro ti brucia: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”.

Sul Giordano luogo del passaggio alla terra promessa, Giovanni proclama un battesimo. Le prime parole che dice sono quelle del profeta Isaia, che annuncia, in un momento di grande disperazione, quando il popolo è schiavo a Babilonia – schiavo per colpa propria e in esilio per il suo peccato, che è possibile uscire da questo esilio, da questo male. E allora dice di preparare la via del ritorno verso la terra promessa. La terra promessa è la via di cui bisogna far dritti i sentieri, colmare i burroni, spianare le colline, far dritte le vie storte. Questo va fatto per fare una strada decente.

Il punto d’arrivo qual è? Ogni carne veda la salvezza di Dio. La salvezza di Dio è per ogni carne, per ogni uomo. La salvezza è per l’uomo. Ogni carne vedrà la salvezza di Dio. Si arriva alla contemplazione, al gusto della salvezza.

Allora perché la figura di Giovanni per noi in questa seconda domenica di avvento; perché il Battista è semplicemente un indice puntato su Colui che sta per venire. Se hai la grazia di incontrare un uomo così, che da come vive e come parla, non è preoccupato di sé, ma subito ti proietta verso l'altro che viene o già ti sta accanto, allora scatta anche per te la grande occasione. E se trovi un uomo fatto così, che ti fa ancora sognare, allora non fai alcuna fatica a stargli accanto e senza forzature lo introduci nel segreto del tuo cuore. Lo tempesti di domande, chiedendogli comprensione e lumi.

Luca parla di folle di persone che gli chiedono cosa possono fare, e Giovanni risponde a tutti in modo appropriato, sapendo dare a ciascuno la risposta più adatta e diretta. C'è quindi un esercizio che tutti possiamo fare: prendere sul serio l'altro mentre ci sta parlando, mentre semplicemente, per un bisogno del cuore, ti sta regalando qualcosa di sé, si sta compromettendo con te e tu decentrato sei concentrato sull’altro. Essere ascoltati è la speranza di ogni uomo, ed anche la nostra.