sabato 28 marzo 2020

Il Signore della vita

V Domenica di Quaresima, anno A - 29 marzo 2020


Dal Vangelo di San Giovanni             
(Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».


Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
 

Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
 

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.



 




COMMENTO (a cura di fra Damiano Angelucci)
 

Vi ricordate la risposta di Gesù nel Vangelo di Domenica scorsa, quando di fronte al cieco nato gli viene chiesto se quella disgrazia gli fosse toccata a causa dei suoi peccati o di quelli dei suoi genitori? Gesù risponde che “né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.
 

Qualcosa di simile Gesù lo dice anche nell’episodio evangelico di oggi riguardo la malattia di Lazzaro: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il figlio di Dio venga glorificato”.
 

In realtà Gesù sapeva che Lazzaro sarebbe morto di lì a poco, tanto che quando due giorni dopo, decide di andare in Giudea, da Lazzaro, dice apertamente ai discepoli che Lazzaro si era addormentato e l’evangelista rimarca che “Gesù parlava della morte di lui”.
 

Questo della risurrezione di Lazzaro, che in realtà è un ritorno alla vita naturale e quindi da tenere ben distinta dalla risurrezione di Gesù, è l’ultimo segno che Gesù compie nel racconto del Vangelo di Giovanni prima della sua passione-morte. È il segno decisivo che significa la sua signoria sul mondo, e quindi anche sulla morte, e di conseguenza significa la sua divinità.

La capacità di restituire Lazzaro all’affetto dei suoi amici e soprattutto delle due sorelle testimonia l’autorità di Gesù sulla vita e sulla morte, perché egli ha la medesima autorità del Padre, proprio come dice qualche versetto prima: “Io e il Padre siamo uno!” (Gv 10,30). Per questa ragione quella malattia non era per la morte ma perché il Figlio di Dio venisse glorificato, cioè manifestato agli uomini”. E quando gli uomini riconoscono la presenza del Figlio di Dio in mezzo a loro, nella persona di Gesù di Nazaret, essi hanno già vinto la morte e hanno già messo un piede nella vita eterna. Ricordiamo quel passaggio, sempre nel Vangelo di Giovanni in cui Gesù dice “In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. (Gv 5,24).


Per Gesù quella morte di Lazzaro fu l’occasione di manifestare ed annunciare al mondo che anche la morte, massima e peggiore conseguenza della caducità umana, non è una parola tombale sul destino dell’uomo. 


Essa resta una realtà oggettiva e alquanto dolorosa, e ne facciamo una tristissima esperienza in questi giorni, ma per chi ha fede nel Signore - Cristo Gesù, rimane sempre e solo un passaggio: traumatico e drammatico, ma pur sempre un passaggio. Le lacrime di Gesù davanti alla tomba dell’amico Lazzaro dicono la sua compassione con il dolore e le lacrime di tutti gli uomini, di tutti i tempi, anche di questi giorni; ma per il fatto stesso di aver condiviso tutto il nostro dolore, egli ci condivide anche la sua stessa speranza e la sua stessa gloria divina, che ha già brillato nella sua resurrezione e Ascensione, e che brillerà anche nella nostra resurrezione e in quella dei nostri cari, alla fine dei tempi.


venerdì 20 marzo 2020

Vide e credette



IV Domenica di Quaresima, anno A - 22 marzo 2020

Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve:  9, 1.6-9.13-17.34-38)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.




COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci


 È un itinerario spirituale quello del cieco nato: un passaggio dall’infermità fisica alla piena salute e più ancora, ed è questo il vero punto d’arrivo, alla salute spirituale, cioè alla visione della fede. Infatti il racconto dell’evangelista Giovanni non si poteva arrestare con il recupero della vista da parte di quest’uomo, avvenuta per altro in giorno di sabato e quindi con grande scandalo dei farisei, ma doveva completarsi in quell’atto di fede uscito dalle labbra dello stesso uomo:
 Gesù gli chiede: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

 Questa è la guarigione che Gesù è venuto a portare, in funzione della quale certamente egli pone diversi miracoli, o segni come preferisce chiamarli l’evangelista Giovanni che in tutta la sua opera ne racconta esattamente sette. Il recupero della vista ha permesso all’uomo di guardare e di vedere Colui che gli stava rivolgendo la parola e che voleva donargli la luce vera, la luce della Grazia di Dio.

Possiamo concludere riconoscendo in tutto questo un itinerario che riguarda la vita di ogni uomo e di ogni credente. Il riconoscimento e l’ascolto della parola di salvezza che proviene dal Signore Gesù, dal Messia, apre un sguardo diverso, nuovo, sulla realtà della propria vita. La parola del Signore giunge a noi uomini attraverso il fango e la limitatezza di un’umanità in cui tuttavia Egli ha deciso di porre la sua dimora; se accolta con fede, questa parola diventa luce nel cuore dell’uomo e non sono più gli occhi del corpo a vedere, ma gli occhi del cuore, capaci di riconoscere in ogni frangente la presenza spirituale eamica di Gesù di Nazaret-salvatore, lui che di fatto ci apre le porte della vita eterna. Chiediamo al Signore uno sguardo di fede, perché solo in questo sguardo è possibile intravedere una prospettiva di luce anche in un contesto così difficile e oscuro, come quello che stiamo vivendo in questi giorni.





sabato 14 marzo 2020

Il tempio di Dio che siamo noi-Chiesa

Commento al Vangelo della III Domenica di Quaresima, anno A - 15 marzo 2020




 



TESTO (Forma breve: Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. 

Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! 


I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
 

Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
 


COMMENTO
 
Il dialogo tra Gesù e la donna samaritana è molto ricco di riferimenti e di agganci ad altri momenti centrali del Vangelo. Il dialogo avviene a mezzogiorno e un Gesù stanco chiede da bere: la stessa domanda, alla stessa ora, Gesù la fece nel giorno della sua crocifissione. E poi la donna samaritana, che stava vivendo per la sesta volta una relazione quasi-nuziale ma che nuziale non era, perché quell’uomo, come le profetizza Gesù, non era suo marito; c’è un evidente richiamo alla festa di nozze di Cana con le sei giare di acqua che grazie alla presenza di Gesù diventano vino e “salvano” una festa ormai compromessa. Simbolicamente e quindi nella realtà, Gesù è il settimo uomo della samaritana, il suo vero sposo, l’unico che poteva portare pienezza al suo cuore inquieto, l’unico che poteva dissetare in lei un’evidente sete d’amore che fino a quel momento era rimasta insoddisfatta. Gesù che chiede da bere, proprio Lui, chiede a noi il permesso di dissetarci, di darci un’acqua per la quale non avremo più sete in eterno. 


La donna samaritana è la figura della nostra chiesa, un popolo visitato dall’Alto e che, corrispondendo all’amore del suo Sposo-Signore, potrà finalmente vivere in Lui e adorarlo in ogni momento. Infatti Dio è spirito, dice Gesù, non perché sia evanescente o non concreto, come spesso noi pensiamo di ciò che è spirituale, ma perché egli abita la comunione del suo corpo, che è la Chiesa, con la forza del suo Spirito d’amore. Dio che è comunione trinitaria d’amore, si dona a noi per permetterci di vivere la medesima esperienza; e questo è proprio ciò che avviene nelle nostre relazioni ecclesiali, se sono improntate all’amore fraterno.
 

Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità. Non si tratta più di un luogo fisico privilegiato, fosse anche il tempio di Gerusalemme – fino a quel tempo unico luogo di culto ufficiale – perché dalla Pasqua di Cristo in poi, grazie a Lui e in Lui possiamo adorare e chiamare Dio “Padre” in ogni luogo della terra. Sono i vincoli di amore fraterno e non più le mura di un tempio, a custodire “il luogo sacro” in cui Cristo-vivo si rende presente.
 

Cari amici, più che mai in questi tempi, custodiamo vivi legami di carità e quindi di comunione con i nostri fratelli in Cristo. Le nostre celebrazioni, che pur ci mancano, a questo sono ordinate: a farci vivere sempre più in comunione con Cristo e i fratelli. Ora, anche tramite i nostri pastori e lo loro direttive, il senso di comunione ecclesiale ci chiede di vivere l’amore fraterno, la comunione in Cristo, in modo assai particolare. Ma è la comunione e lra carità, il fine di tutto, perché la carità non avrai mai fine! (1 Cor 13,8).

sabato 1 febbraio 2020

Sotto la guida dello Spirito


Festa della Presentazione del Signore – 2 febbraio 2020 -

 

Testo (Lc 2,22-32)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
 

Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

 

COMMENTO
 

La vicenda del giusto Simeone sembra tutta guidata dalla mano dello Spirito di Dio, e l’evangelista Luca lo sottolinea per ben tre volte: lo Spirito Santo era su di Lui, lo Spirito Santo gli aveva preannunciato, lo Spirito Santo lo sospinse ad andare al tempio nello stesso momento in cui genitori di Gesù stavano andando ad offrire ritualmente il loro figlio.
Simeone è un uomo che guardava nella direzione giusta, che si lasciava accompagnare  e sebbene non ci venga detto che fosse particolarmente anziano, tutto fa capire che la sua vita era ormai in età avanzata e che c’era nel suo cuore solo quell’ultimo desiderio di poter vedere il “conforto di Israele” cioè il Messia, “luce per illuminare le genti, e gloria di Israele”.
 

Non sappiamo neppure quando Simeone sia di fatto morto, se molto o poco tempo dopo l’incontro col bambino Gesù; ma le sue parole rivelano che la sua vita era giunta ora al compimento, al riempimento delle attese e dei suoi desideri.
 

Se nella festa odierna la liturgia celebra la presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme, giova a noi ricordare che la presenza del Signore potrà divenire anche per noi motivo di grande gioia e di pienezza di vita, a condizione che il nostro cuore sia alla ricerca: non necessariamente di Dio, ma comunque alla ricerca di verità, di giustizia, di vita, di tutto ciò che, in senso ampio, è veramente bello. Nessuna risposta potrà infatti mai saziare un cuore che non ha domande.

sabato 25 gennaio 2020

Ogni piccolo attimo


III Domenica del TO, anno A, 26 gennaio 2020

Dal Vangelo di Matteo (4,12-17)

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».


 

Commento a cura di fra Damiano Angelucci da Fano
 

Convertirsi a cosa? Certo: al Vangelo. Ma in quest’ultima sintetica affermazione di Gesù – “convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” - c’è il richiamo alla vicinanza del regno di Dio. Gesù ci invita a convertire la nostra attenzione a ciò che è più prossimo, perché i cieli qui menzionati non richiamano questioni di astronomia ma piuttosto la profondità spirituale delle cose quotidiane.

 Il Padre nostro che è nei cieli e che Gesù è venuto a rivelare, non abita sopra le nuvole, ma vive nei nostri cuori, cammina accanto a noi, si rende presente in tutte le nostre relazioni quotidiane, anche se noi lo ignoriamo il più delle volte. In un altro passo dirà: “Il regno dei cieli è in mezzo a voi”, alludendo ovviamente alla sua persona.
 

Quale ebreo poteva aspettarsi che il Messia fosse detto nazareno e che crescesse in una regione malfamata come la Galilea- in quel tempo crocevia di diverse etnie e religioni – caratterizzata da diffuso sincretismo religioso e non certo da una diffusa fedeltà alla legge ebraica? Eppure il popolo che abitava nelle tenebre della Galilea ha visto sorgere una grande luce, quella di Gesù di Nazaret.
Come Giovanni il Battista di cui abbiamo sentito molto parlare durante il tempo di Avvento e queste ultime due domeniche, siamo chiamati all’ascolto degli eventi, alla sobrietà del cuore. 


Gesù non è venuto per nascondersi ma al contrario per rivelarsi; ma la percezione della sua presenza richiede di non perdersi nel clamore e nel chiasso del mondo, e di affinare i sensi del cuore. Diventiamo, allora, attenti osservatori di ciò che stiamo vivendo; proviamo a cogliere il senso di tutto ciò che sperimentiamo e che ci accade. In questa attenzione profonda alle situazioni avvertiremo un bisogno, un vuoto, la sete di altro…. Esattamente il regno dell’amore che Gesù è venuto a seminare.

sabato 18 gennaio 2020

E l'umanità riemerse



Dal Vangelo di Giovanni (Gv 1,29-34)

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 


Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».


 

COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci

Giovanni annuncia perché vuole testimoniare; non vuole affermare sé stesso, vuole affermare la presenza del figlio di Dio nel mondo, venuto per ristabilire la piena comunione tra Dio e l’uomo tramite la persona di Gesù.
 

Questi è definito l’agnello di Dio, perché era proprio un agnello ad essere sacrificato nei riti ebraici per significare l’espiazione dei peccati dell’uomo. Ma quei tanti agnelli uccisi dagli ebrei erano solo una figura, una pre-figurazione senza efficacia dell’unico atto d’amore che doveva salvare l’uomo dal peccato: la croce di Gesù.
 

In quella colomba che discende su Gesù, il Battista contempla la presenza dello Spirito Santo che accompagna la missione del Salvatore. Se fu lo Spirito a rendere presente nella carne di Maria il Figlio di Dio, così d’ora innanzi sarà lo Spirito a rendere presente nei gesti e nella missione di Gesù tutto l’amore del Padre, tutto l’abbandono obbediente del Figlio e tutto l’amore della comunione divina. 

L’umanità riemerge dall’abbandono in cui si era confinata. Nel diluvio fu il ramoscello d’ulivo riportato dalla colomba a significare che la terra era riemersa. Qui è la carne di Gesù, la sua stessa presenza fisica su cui discende la colomba a segnare il reale riemergere dell’umanità dall’abisso del peccato, dalla lontananza di Dio.



domenica 5 gennaio 2020

Cielo-terra andata e ritorno: ultima chiamata

Battesimo del Signore, 12 gennaio 2020

  
Dal Vangelo di San Matteo (3,13-17)

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
 



COMMENTO
 
Per aprire e varcare i cieli non occorreva costruire una torre, come quella che provarono a costruire alcuni uomini a Babele (cfr Gen11,4); era invece necessario attendere Colui dall’Alto li avrebbe riaperti scendendo tra noi, dopo la quasi totale chiusura delle comunicazioni terra-Cielo realizzata dal peccato dell’uomo.
 

La Bibbia ci racconta tante storie di uomini che da soli hanno cercato di farsi una posizione, dalla prima coppia di uomini ingannati dall’idolatria della propria auto-affermazione, per poi passare ai re di Israele perennemente affascinati da divinità straniere. L’uomo è sempre stato tentato, spesso cadendo, di affermare se stesso, sotto pretesto di giustizia, di amore alla nazione o a qualche pseudo-dio fatto a propria immagine.
Gesù ci mostra il giusto itinerario: l’abbassamento. Non sarà forse un caso, non lo è sicuramente, che Gesù si fa battezzare (letteralmente: immergere) nel fiume più depresso del pianeta (a 400 mt sotto il livello del mare) che sfocia in un lago chiamato “mar morto”.
 

Gesù compie dinanzi all’amico Giovanni un gesto rituale di assenso alla volontà di Dio Padre, e cioè acconsentire a caricarsi di tutte le conseguenze dei peccati dell’uomo, scendendo nei più profondi abissi del “No” dell’uomo a Dio. Un rito, certo, che dice però finalmente un “Si” pienamente umano e pienamente solidale col nostro peccato. Qui, i Cieli si aprono; qui, scende lo Spirito di Dio; qui, si riapre il dialogo tra Cielo e terra. 

Quel Battesimo non servì a Gesù per purificarsi, ma al contrario per annunciare la salvezza da Lui conquistata sulla croce, in vista della purificazione di tutti coloro che lo avrebbero accolto. Ed ora, nel corpo di Cristo risorto e storicamente presente nella Chiesa c’è posto per ognuno di noi, per chiunque abbia desiderio di rinascere dall’Alto. In Cristo si riapre una possibilità di Infinito, quando spesso ci illudiamo di essere noi a poter avere una vita con infinite possibilità!

giovedì 2 gennaio 2020

Gesudinazaret: la pass-word dell'amore trinitario


Dal Vangelo di San Giovanni (1,1-5) - II Dom di Natale, 5 gen 2020

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.





 

Commento a cura di fra Damiano Angelucci da Fano
 
Quasi tutti, ormai, quando entrano in un locale pubblico, cercano la pass-word della Wi-fi (della connessione alla rete senza fili).
 

Potremmo dire, se l’accostamento non sembrerà irrispettoso, che Gesù Cristo è la pass-word dell’amore trinitario che è Dio stesso: Padre-Figlio-Spirito Santo. Una connessione gratuita, senza fili e soprattutto senza fine.
Così come l’Antico Testamento, nel primo versetto della Genesi, afferma: “In principio Dio creò…”, ugualmente San Giovanni ci racconta la salvezza operata da Gesù di Nazaret, non solo andando indietro fino al concepimento nel grembo di Maria, ma addirittura risalendo all’eternità quando il tempo non era, e quando il Verbo, la Parola, la Sapienza di Dio, era già in Dio.
 

Ci sembra di intuire in queste brevi parole la comunione divina che precede la creazione stessa, quella creazione che purtroppo ha scelto le tenebre ma che nell’umanità di Cristo Gesù ha riaperto definitivamente il varco alla luce dell’amore di Dio.
 

Seppure il mondo con la sua superbia, l’avidità e il desiderio di possesso continua ad opporre la sua resistenza alla tenerezza misericordiosa di Dio nostro padre, all’uomo è dato ormai un accesso che non sarà più chiuso: lo stesso Cristo Gesù. Papa Francesco, scrivendo ai giovani dice non solo che Dio è amore, ma anche che Cristo è vivo e ci salva. È Lui la parola, la porta d’accesso al senso della vita, alla gioia vera, alla paternità di Dio.  Buon cammino, allora, e buon inizio d’anno, sempre connessi!