venerdì 10 luglio 2020

Quando una vita può diventare feconda

XV Domenica del TO anno A – 12 luglio 2020         



Dal Vangelo di Matteo (13,1-9):                       

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».


COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci da Fano

Nella più antica biografia di San Francesco d’Assisi si dice che egli non era mai stato un ascoltatore sordo del Vangelo; ma un giorno in particolare, mentre nella liturgia veniva letto il passo relativo all’invio da parte di Gesù degli apostoli, per andare a predicare senza possedere “né oro, né argento, né denaro …” il giovane Francesco non sopporta alcun ritardo a mettere in pratica quell’esortazione e, spogliandosi di tutto, comincia a predicare la conversione e la penitenza. 
Non si tratta di un automatismo, di una parola magica che agisce per il fatto stesso di essere ripetuta come fosse una parola d’ordine. Ma si tratta di una parola che trasmette una presenza, con una potenzialità enorme, e che ha bisogno di un terreno fertile per portare frutto. La fertilità è data dal desiderio profondo di Dio o comunque di quel “Tu” che potremmo ancora non conoscere ma che sinceramente ricerchiamo.

Difficilmente il Signore potrà manifestarsi e portare frutto in coloro che non cercano nulla al di fuori del proprio “io”, in coloro che ascoltano solo i sensi e non la profondità della coscienza, o in coloro che cercano un Dio a propria immagine, secondo il proprio gusto.

In questa parabola il Signore pone dunque una distinzione non a livello di appartenenza o meno ad un gruppo religioso, ma a livello della coscienza, della disponibilità ad accogliere la sua Parola come senso della nostra vita. Questo è propriamente il terreno buono che permetterà al Signore, presto o tardi, di portare frutti di misericordia e di giustizia là dove ci troveremo.

sabato 4 luglio 2020

Dio è per tutti. Il Padre solo per chi è nel Figlio

XIV Dom TO anno A - 5 luglio 2020 -


Dal Vangelo di Matteo (11,25-30)     
         
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci da Fano

Che un peso possa diventare leggero e un giogo dolce, diventa possibile solo in una prospettiva altra, diversa, rispetto a quella con cui normalmente guardiamo e giudichiamo le cose. Questo punto di osservazione privilegiato è quello da cui Gesù è venuto a svelarci i misteri del Regno di Dio, ed è la sua stessa condizione di vita: quella dei piccoli del mondo, quella di chi non presume da sé e da una propria sapienza ma è consapevole di dipendere da un Altro, da chi è sorgente e autore della vita stessa, detto in altri termini: quella di chi è consapevole di essere generato da un Padre. 

Gesù di Nazaret esulta nel cuore perché percepisce l’affermarsi, anzitutto nella sua vita, della presenza misericordiosa di Dio. Tale presenza rimane nascosta e preclusa a chi presume di poterla acquisire per meriti propri, ma si svela a chi accoglie il Figlio Gesù, e accogliendo la sua presenza, che nel tempo attuale è quella del suo Santo Spirito, accoglie il suo punto di osservazione della storia.

Tutti gli uomini che si ritrovano in una qualche confessione religiosa, in linea di principio accettano Dio come un’entità superiore a noi umani. Tuttavia sono ben pochi coloro che accettano che Dio abbia veramente potuto farsi uomo, un uomo disprezzato, e addirittura condannato dagli uomini. Che Dio è questo che si mischia così tanto con le nostre ingiustizie. Che sapienza è mai questa?

Qui occorre realmente la sapiente umiltà di chi si abbandona a Dio come un figlio e che Gesù vive per primo. Chi non accetta questa estrema degnazione dell’amore di Dio di abbassarsi così tanto, farà tanta fatica a credere nell'infinita misericordia del suo abbraccio che tutto perdona. Chi pensa di poter vantare sempre qualcosa davanti a Dio non riuscirà mai a sentirsi perdonato gratuitamente e la vita gli porrà gioghi e pesi impossibili da portare.
Solo l’amore del Figlio Gesù ci potrà restituire la libertà e la fiducia di invocare Dio “Padre!”

martedì 30 giugno 2020

venerdì 26 giugno 2020

Il valore dell'accoglienza

XIII Domenica del TO, anno A – 28 giugno 2020


Dal Vangelo di Matteo (10,37-42)                  

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: 
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».


COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci da Fano

Non sembra un quadretto di famiglia felice e spensierata quello che Gesù presenta al termine del suo discorso apostolico. Nei versetti precedenti Egli dichiara che è venuto a portare non la pace, ma la divisione, tra figlio e padre, tra figlia e madre; profetizza ancora che i nemici dei suoi discepoli saranno quelli della loro stessa casa (cf Mt 10,36); e qui afferma apertamente la pretesa nei confronti dei suoi discepoli di essere preferito all'affetto per un figlio o per un genitore.

A noi tutto questo suona male. Figuratevi quanto doveva suonare assurdo a degli ebrei di quel tempo, appartenenti ad una cultura così centrata sulla famiglia, e sulla famiglia patriarcale.
Giova ricordare cosa dice ancora Gesù quando, secondo il Vangelo di Marco, i suoi familiari lo mandano a cercare. La sua risposte è chiara: « «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,35).

Non dobbiamo cogliere in queste parole del disprezzo verso i legami parentali, ma semplicemente la premura di ricollocarli dentro una relazione ordinata e organica in rapporto all'unica e originaria Paternità di Dio da cui deriva ogni relazione d’amore. Di questa paternità la vita di Gesù, nella completezza della sua corporeità, è la sola porta di accesso. Una porta che è stretta, non perché sia difficile passarvi, ma perché coincide esattamente con la vita di Gesù, centrata e alimentata solo dal compimento della volontà di Dio Padre.

Chi si lascia battezzare, cioè immergere in Cristo, nelle sue parole, nella sua mentalità filiale, nella sua Grazia, sarà un tutt'uno con Lui e potrà vivere ogni legame umano nella giusta maniera, quella voluta da Dio, come un riflesso dell’Amore creatore del Padre nostro che è nei Cieli. Ne verrà allora che chi incontrerà un discepolo di Cristo, incontrerà la presenza di Cristo stesso, e chi gli offrirà anche solo un bicchier d’acqua, lo avrà offerto a Cristo stesso. Anche la semplice accoglienza di un missionario sarà dunque un modo di accostarsi alla presenza del risorto Gesù fatto Chiesa. 

venerdì 19 giugno 2020

Il respiro del discepolo

XII Domenica TO anno A, 21 giugno 2020     



Dal Vangelo di Matteo (10,26-33)  

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: 
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto.
Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 

Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».


COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci da Fano

Ai suoi dodici apostoli Gesù chiede il coraggio della testimonianza. Questo brano è pieno di verbi all'imperativo: “non abbiate paura, dite, annunciate”. Raccomandazioni che serviranno a non disperdere il sapore e la potenza della parola di salvezza che essi hanno già sperimentato vivendo con Gesù. Nel discorso della montagna Gesù infatti aveva dichiarato, “voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo (cf. Mt 5,13-18), parlando questa volta all'indicativo, cioè come di una realtà già esistente.

L’azione missionaria, coraggiosa, in nulla frenata dalla paura delle reazioni degli uomini, non solo sarà una logica conseguenza della scelta di seguire la proposta di vita del Messia di Nazaret, ma sarà soprattutto il respiro vitale del discepolo. In qualche maniera la vita del discepolo non può fare a meno della testimonianza, non anzitutto per il dovere di propagare la propria religione, ma per il contagio d’amore che essa ha provocato nel proprio cuore.

L’azione missionaria della Chiesa, chiediamoci, è sempre stata guidata dall'amore e dal desiderio di aprire le porte della vita eterna agli uomini? Sicuramente non sempre, e tuttavia di santi missionari la Chiesa di Cristo è ricchissima. 

Il nostro Papa Francesco, su questo aspetto, mette continuamente in guardia i cristiani: non si annuncia Cristo per ansia di proselitismo, per il desiderio di portare altri uomini alle mie stesse convinzioni, ma per il desiderio che l’amore di Dio Padre, che in Cristo mi ha già donato la gioia di sentirmi figlio, trasformi anche la vita di chi mi incontra. È evidente: chi tramite persone credibili, in qualsiasi epoca della storia, ha incontrato la presenza di Cristo risorto-vivo, non potrà fare a meno di condividere ad altri la sua stessa gioia, senza temere più nulla: né privazioni, né persecuzioni, né alcun tipo di temporanea perdita

venerdì 12 giugno 2020

Un cibo spirituale per la vita dello spirito

 Domenica del Corpus Domini, anno A – 14 giugno 2020



Dal Vangelo di Giovanni (6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».



Commento a cura di fra Damiano Angelucci da Fano

Nella Domenica successiva a quella della Santissima trinità celebriamo la Festa del Corpus Domini, cioè, detto in italiano, del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. Questa festa è stata istituita nel XIII secolo ma fin da subito i cristiani hanno creduto alla profonda verità delle parole dette da Gesù, riportate nel Vangelo e appena ascoltate. 
Tanta era la coscienza già all’inizio della Chiesa della presenza di Cristo nell’Eucaristia che ci è giunta da quei tempi lontani la testimonianza dell’accusa di cannibalismo che in alcuni casi fu loro rivolta. Nessuno stupore se è vero, come è vero, che gli stessi Giudei si misero a discutere aspramente, (tradotto letteralmente) a lottare fra loro dicendo “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” 
Tuttavia Gesù parla della sua carne come di un “pane disceso dal cielo” che nutre per la vita eterna. E d’altra parte al versetto 63 di questo stesso capitolo Gesù specifica: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla: le parole che vi ho dette sono spirito e vita”.
Dunque dobbiamo tenere insieme due elementi. La realtà della presenza della vita di  Cristo nel cibo che egli ci offre, nel rito che egli ha ordinato alla Chiesa di celebrare perpetuamente; dall’altra il carattere spirituale-sacramentale di questo cibo che non nutre per la vita terrena ma per la vita eterna. Il corpo eucaristico di Cristo è la sua presenza per eccellenza nel tempo di questo mondo ma questo non ci faccia dimenticare che tale presenza rimane comunque velata dalla realtà terrena di cui è costituita, ed inoltre è temporanea, perché solo quando il Signore si sarà manifestato alla fine della storia “lo vedremo così come egli è” (cfr. 1 Gv 3,2). 
Il pane del cielo, il corpo sacramentale di Cristo, non è termine assoluto del cammino di fede, ma tuttavia ne è il sostegno, la sorgente e il riposo, alimento insostituibile del discepolo di Cristo che vuole orientare la propria vita e quella del mondo ad un regno di pace e di giustizia, cioè al regno di Dio.  

sabato 6 giugno 2020

L'ante fatto dell'amore che è Dio

Domenica della SS. Trinità – 7 giugno 2020


Dal Vangelo di Giovanni (3,16-18)

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: 
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».




COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci da Fano

Se a Natale e a Pasqua i cristiani festeggiano la nascita e la resurrezione del Figlio; e se a Pentecoste gli stessi cristiani celebrano lo Spirito Santo, effuso sulla nascente Chiesa rappresentata da Maria e dagli apostoli, quando viene celebrato in modo particolare Dio Padre? Forse proprio in questo giorno della Santissima Trinità. Celebrare nella prima Domenica dopo Pentecoste la Santissima Trinità significa riconoscere che nel cuore di Dio c’è un amore di Padre. 

Non ci dobbiamo sbagliare su questo: le tre persone della santissima trinità – Padre e Figlio e Spirito Santo - sono divine nella stessa misura e nella medesima eterna gloria, e chi adora l’una adora anche le altre due, eppure in tutto questo circolo d’amore che Gesù di Nazaret è venuto a svelarci, c’è un principio, un prima, anzi, sarebbe meglio dire: una “ante-prima”. C’è un Padre che da sempre e per sempre si dona, perché volendo essere amore in se stesso, liberamente sceglie di donarsi e di donare vita oltre la sua soggettività.

C’è un’affermazione che chi frequenta la Messa domenicale ripete ogni volta nel credo a proposito del Figlio Gesù: “…Per mezzo di lui tutte le cose sono state create”. Sarebbe a dire che quando Dio ci ha creati, egli ci aveva già amati nel suo cuore paterno, perché in quel cuore di Padre che ci amava ancora prima di crearci, c’era già un Figlio. 
In quel soffio d’amore divino tra un padre che ama e un figlio che teneramente risponde “Papà mio!” ci siamo noi, c’è l’alito di vita in cui siamo stati pensati e salvati. 

Un vero Padre quale è Dio non vuole mai la sofferenza di uno dei suoi figli, ma un figlio che non si accorge di essere oggetto di un amore totalmente gratuito e liberante si condanna da solo alla solitudine, che è il peggior inferno di chi non ama. La più radicale opera di salvezza realizzata per noi da Gesù non è tanto aver cancellato il peccato dell’uomo, quanto averci restituito un cuore di figlio che sa esultare nello Spirito Santo e lodare Dio Padre. E questo trapianto di cuore non poteva che passare attraverso l’espianto del cuore vecchio-peccatore, quello da schiavo, quello che fa la contabilità di quanto paradiso si merita per le sue opere buone…presunte

Il paradiso che Dio ci prepara non è il premio per i meritevoli, ma l’abbraccio caldo e tenero di un padre per chi, grazie a Gesù, si sarà accorto di essere stato atteso e cercato come un figlio unico.

giovedì 28 maggio 2020

Spirito di Dio che agisci

Domenica di Pentecoste - anno A - 31 maggio 2020 


Dal Vangelo di Giovanni (20,19-23)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».





COMMENTO  a cura di fra Damiano Angelucci da Fano

L’evento della Pentecoste, l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli, è inscindibilmente legato all'evento della resurrezione storica di Gesù; il dono dello Spirito Consolatore, che viene dal Padre tramite il Figlio, segna il passaggio tra la missione di Gesù di Nazaret nel suo corpo storico individuale e la sua missione nel suo corpo spirituale che è la Chiesa, ma ha avuto molteplici manifestazioni, come sono molteplici le manifestazioni di Gesù risorto alle donne e ai suoi discepoli.

 Giovanni racconta – lo abbiamo appena ascoltato - che il dono dello Spirito avvenne la sera stessa di quel primo giorno della settimana, all'alba della quale fu rinvenuta la tomba vuota; l’evangelista Luca racconta invece nel 2° capitolo degli Atti degli Apostoli – la prima lettura della liturgia odierna – che quell'esperienza straordinaria di irruzione dello Spirito Santo avvenne nel giorno di Pentecoste ebraica, cioè 50 giorni dopo la pasqua. 
Ora, non è tanto importante conoscere il momento preciso della Pentecoste, quanto sapere che questa persona divina si è immediatamente sostituita alla presenza del Gesù storico. La nostra fede ci invita alla fiducia nella sua presenza, nella sua azione intima, efficace, perseverante, al cuore della nostra persona, e nel cuore delle nostre relazioni ecclesiali. 

Quello che gli uomini vedevano nell'umanità di Cristo è ora passato nei segni sacramentali – diceva un Padre della Chiesa – e Cristo, e Dio Padre in Lui, continua ad agire per noi, con noi e soprattutto in noi nell'azione del Santo Spirito che, nelle mille e a volte tormentate vicende della nostra storia grida in noi “Abbà Padre!” (cf Rm 8,14-17), e ci rende certi della sua misericordia. 

Da qui l’efficacia della missione essenziale della Chiesa: portare ad ogni uomo la buona notizia che nell'unica mediazione di Cristo Signore, Dio Padre ci salva da ogni male, anche da quello della morte fisica.  

giovedì 21 maggio 2020

Il Signore bussa sempre

Solennità dell’Ascensione del Signore – anno A – 24 maggio 2020


Dal Vangelo secondo Matteo (28,16-20)            

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».


COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci da Fano

Il Signore ci parla al presente: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. I maestri di vita spirituale ci insegnano a distinguere il modo di parlare di Dio dal modo di parlare dello spirito tentatore. Dio parla al presente: adesso; ci invita a cogliere la Grazia del momento, ad accorgerci della sua presenza permanente, anche se a volte sembra molto assente, o addirittura che si sia addormentato, come capitò di vedere agli apostoli durante la traversata in barca, col lago in tempesta. 

Il tentatore invece ci parla al passato, per indurci alle solite sterili recriminazioni con discorsi del tipo. “Se quella persona non mi avesse fatto questo…se non avessi subito quella ingiustizia…se, se” e così via. Pensieri questi che non ci riconciliano col passato e anzi induriscono il cuore. Ma il tentatore ci parla anche al futuro, per indurci a vane speranze, ad illusioni senza fondamento con discorsi del tipo: “quando avrò risolto questo problema, allora sarò in pace; quando sarà finita questa situazione allora starò finalmente bene” e così si finisce che troveremo che c’è sempre qualcosa\qualcuno a cui dare la colpa perché impedirebbe la mia gioia; ma anche in questo caso restiamo ciechi rispetto alle grazie del momento presente.

Chi invece vive immerso, battezzato nello Spirito di Dio, non manca di nulla. Il mistero dell’Ascensione non è la celebrazione della dipartita di Gesù risorto, ma dell’inaugurazione – completata dalla Pentecoste – della sua più intima modalità per restare tra noi, con noi e soprattutto in noi. È la certezza della sua presenza spirituale, e quindi reale, che permette di fare una memoria spirituale del passato, quindi con la gratitudine per ciò che ci ha donato; e di fare un atto di speranza fondato sulla certezza della realtà del suo amore per me, qui e adesso.

Chi ha l’amore di Dio nel cuore, non manca di nulla! Anche quando le cose vanno male, Egli rimane con noi, soffre con noi, partecipa al nostro dolore, per superarlo con noi. Condivido il pensiero di chi ha detto che quando un giorno scopriremo tutto questo, ci vergogneremo di tutte le accuse che abbiamo rivolte a Dio in vita!

domenica 17 maggio 2020

Mai più soli

VI Domenica di Pasqua – anno A – 17 maggio 2020


Dal Vangelo di Giovanni (14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 

Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».






COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci

Le parole di Gesù di questo brano sono come un ponte tra l’evento della resurrezione e quello dell’Ascensione e della Pentecoste che celebreremo le prossime due domeniche.
Gesù parla di un altro Paràclito, di un altro consolatore che il Padre donerà. Si parla di un altro rispetto a qualcuno che evidentemente c’è già, e questo qualcuno è proprio Gesù che sta parlando. Gesù è la grande consolazione, il grande Paràclito, o avvocato - come si potrebbe definire - venuto a salvare il popolo di Dio. Le sue parole, i suoi gesti, le sue guarigioni, i suoi inviti alla fiducia nella misericordia di Dio Padre sono già una grande consolazione. Tramite lui da subito il Regno di Dio si rende presente in mezzo agli uomini che lo accolgono.

Tuttavia, tutto questo appena detto sarebbe ancora troppo poco, se oltre e dopo la resurrezione di Gesù non ci fosse altro, se non ci fosse la possibilità di una relazione ancora più intima tra Gesù e i discepoli; e questa si realizza esattamente nel dono dello Spirito Santo, lo Spirito della verità che procede da Dio Padre, origine di tutto.

Solo dopo l’Ascensione al cielo di Gesù, solo dopo la sua scomparsa dalla realtà visibile si rende possibile la sua presenza spirituale, e quindi reale, nel suo nuovo corpo che è la Chiesa, fatta del corpo di tutti i battezzati. Unicamente con tale presenza spirituale, inaugurata dalla pentecoste, l’Altro consolatore, lo spirito di Dio, vive e regna nell’ambito di quella dimensione così intima della vita dell’uomo che gli autori spirituali chiamano “cuore”.

Non siamo soli, non lo saremo mai più. Lo Spirito del Signore discretamente bussa sempre alla porta della nostra vita, per dimorare con noi e soprattutto, in noi. Aprirgli la porta significa accettare la sua proposta di vita, vivere secondo il comandamento dell’amore che Lui per primo ha incarnato, annunciato e vissuto. 

sabato 9 maggio 2020

Soprattutto un Padre

Commento al Vangelo della V Domenica di Pasqua – anno A – 10 maggio 2020



Dal Vangelo di Giovanni (14,1-12)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.

Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».


COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci da Fano

Ho in mente tanti cartelloni appesi nelle stanze di catechismo e anche il modo in cui più frequentemente i ragazzi raffigurano Dio Padre. Inutile dirlo, forse condizionati da tenta produzione artistica, il Padre è sempre un uomo barbuto e abbastanza anziano, quindi più che brizzolato. 

A prendere il Vangelo sul serio, invece, come riferimento per un identikit di Dio Padre dovremmo fermarci al volto di Cristo, ed essere certi che vedendo lui, Gesù di Nazaret, vediamo esattamente il Padre.

E se ci chiediamo quale sia, allora, la differenza tra il Padre e il Figlio in questa loro “semplice unità” che li caratterizza, dovremmo ascoltare proprio l’indicazione data a Filippo da Gesù: “«Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre.” 
Filippo infatti aveva intuito l’essenza della questione religiosa, e per questo disse: “Mostraci il Padre e ci basta!” Arrivare anche solo a sfiorare la presenza di un Dio che è Padre e cerca solo la felicità eterna dei suoi figli è la meta di ogni ricerca spirituale.

Ma a Filippo sfugge ancora la profonda intimità e unità di Gesù con Dio Padre. Gli apostoli la capiranno pienamente solo con la Pentecoste, con il dono dello Spirito Santo, che li immergerà nella comunione divina trinitaria, non spiegabile oltre un certo limite dall’intelligenza umana ma sperimentabile da chi vive “dello” e “nello” Spirito di Cristo, lo Spirito Santo.  
Solo questo Spirito, che soffia in ogni tempo nei sacramenti e nella vita della Chiesa di Cristo, ci guida alla verità tutta intera, alla conoscenza di Cristo e, in Lui, di Dio Padre. Lo Spirito ci permetterà, a volte anche inconsapevolmente, di vivere i suoi stessi atteggiamenti di filiale affidamento alla volontà del Padre e di misericordia verso i fratelli.

Come è difficile arrivare alla coscienza di essere figli di Dio! Siamo troppo spesso sicuri, purtroppo, che per essere in pace con Dio sia sufficiente osservare regole ed evitare i peccati più gravi. Ma se tutto questo è vissuto senza un cuore di figli, e senza la fiducia nella tenerezza di un Padre, tutte queste cose, pur essendo giuste, a cosa gioveranno? Se non ci riusciremo, saremo continuamente frustrati, per il rammarico di non essere capaci di fare tutto quello che percepiamo come un dovere assoluto. Ma se ci dovessimo riuscire, e forse tale ipotesi è anche peggiore, allora diventeremo delle persone rigide, giudici inflessibili e severi verso coloro che sbagliano, uomini non ricolmi di Spirito Santo, ma del lievito dei farisei, cioè di una giustizia “fai-da-te”! La paternità misericordiosa di Dio, in tal caso, potrebbe non servirci, perché ci sentiremo salvi da soli, meritevoli del Paradiso per le nostre (presunte) virtù.

Forse per questo Dio Padre, nella sua infinita tenerezza, permette per tanto tempo che ricadiamo sempre nelle stesse fragilità: per educarci all’umiltà, per condurci alla consapevolezza che da soli non saremo mai buoni, che abbiamo bisogno dell’amore di un Padre. Solo allora riusciremo a trasmettere tenerezza ai nostri figli e alle persone a cui vogliamo bene, e perdono a chi ci ha fatto del male. 

sabato 2 maggio 2020

La soglia dell'Amore

IV Domenica di Pasqua – 3 maggio 2020 – anno A


Dal Vangelo di Giovanni (Gv 10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse: 
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».



COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci da Fano

“Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti” – dice Gesù -. Più che un “prima” in senso temporale (non tutti i profeti e le guide di Israele prima di Gesù, in fondo, furono così malvagi!), sembra un “prima” nel senso della presunzione di una propria autorità rispetto a quella di Gesù, l’unigenito Figlio di Dio.

 Chi viene prima di Gesù, e che non vuol passare attraverso Lui, porta d’ingresso del gregge, è colui che pensa di fare a meno di Dio; chi si sente buono e bravo da solo! Chi pensa di saper essere una buona guida del popolo con una sua sapienza, o chi addirittura approfitta di una qualsivoglia autorità, in questo caso religiosa, per dominare il popolo, e non per servirlo.

Emergono quindi due modalità opposte e non conciliabili con cui rapportarsi con il prossimo: l’atteggiamento di chi serve e dà la propria vita per gli altri, come ha fatto Gesù, e quello di chi si serve degli altri per trarne un guadagno e un vantaggio personale. Quest’ultimi Gesù arrivò perfino a definirli “Satana!” Anche Pietro cadde in questa tentazione per non aver capito come il suo Maestro aveva deciso di essere Salvatore del mondo. 

Quando Gesù annuncia ai discepoli che egli avrebbe dovuto molto soffrire e morire, Pietro lo prende in disparte e inizia a rimproverarlo. Ma ecco la replica di Gesù: “vai dietro a me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33) e poi aggiunge: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34).

Gesù è non solo l’agnello immolato in favore degli uomini ma anche l’uomo compiuto, esemplare, la via da seguire per camminare verso la vita eterna. Lo stesso San Pietro, nella sua Prima Lettera, scrive “Cristo Gesù patì voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme” (1Pt 2,21)

Chi vorrà essere discepolo di Gesù, anche ai nostri giorni, dovrà passare per le sue stesse disposizioni del cuore, entrare nella porta del suo cuore e, in forza del suo Santo Spirito, amare fino alla fine, se servisse anche fino al sacrificio di sé. Edith Stein disse al riguardo: “L’amore rende fecondo il dolore, e il dolore approfondisce l’amore”.

domenica 26 aprile 2020

Presi per mano

III Domenica di Pasqua, anno A – 26 aprile 2020 -


Dal Vangelo secondo Luca (24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.

Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.



COMMENTO

Gli occhi dei due discepoli erano inizialmente “impediti a riconoscerlo”, impediti a riconoscere Gesù in quel misterioso uomo che si era loro accostato lungo la strada. Addirittura i due lo giudicano, proprio lui che era stato il protagonista di quegli ultimi giorni, come il solo forestiero nella città di Gerusalemme. 
La situazione è destinata però a ribaltarsi completamente.

Il punto è che loro stessi ammetteranno che in quel frangente il loro cuore era spento, era senza speranza; potremmo aggiungere che il loro cuore era incapace di dare una chiave di lettura a tutto quella che stava accadendo. Come se la loro fede fosse stata incapace di dare un senso e un significato alla loro vicenda, come se la loro fede fosse restata scollata dalla vita. Per questo i loro occhi vedevano, ma restavano incapaci di comprendere. 
I due sono presi per mano da Gesù e accompagnati in un diverso itinerario, non fisico, ma di rilettura e ricomprensione dell’accaduto secondo lo Spirito. 

Veramente le cose importanti sono invisibili agli occhi!
 Gesù, il più forestiero in Gerusalemme, è capace di condurre Cléopa e il suo amico a fare sintesi, a mettere insieme le scritture che riguardano lui, il Messia, con le esperienze che hanno vissuto negli ultimi tempi, compresa la notizia della tomba ritrovata vuota. Fare sintesi: è l’espressione che si addice perfettamente alla Vergine Maria quando il Vangelo ci racconta che ella, nel suo cuore, meditava (letteralmente: metteva insieme) le cose a lei appena accadute, (cf. Lc 2,51).

Lentamente la presenza del Signore, la sua amicizia, la sua compagnia, la sua Parola che spiega e che crea connessioni, li rende capaci di aprire gli occhi e finalmente lo riconoscono mentre benedice e spezza il pane a tavola.

Sarebbe auspicabile che l’itinerario dei due discepoli di Emmaus divenisse l’itinerario di ciascuno di noi. L’idea del fare un cammino di 11 km è quanto di più remoto dalle nostre attuali possibilità, ma forse proprio per questo ci è reso possibile un più prolungato tempo per meditare la Parola di Dio, perché in essa troviamo luce, ispirazione, e finalmente quella dolce compagnia del Signore che ci prende per mano e ci permette di intravedere il filo di una resurrezione anche in questo tempo di dolore e di lutti. Anche per noi giungerà allora il momento in cui lo riconosceremo, finalmente, più che mai presente nel gesto di spezzare il pane al banchetto eucaristico.

sabato 18 aprile 2020

I segni permanenti della misericordia di Dio






II Domenica di Pasqua - 19 aprile 2020
 

 
Dal Vangelo di San Giovanni  (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
 

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
 

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


 

COMMENTO a cura di fra Damiano Angelucci da Fano
 

L’evangelista Giovanni dice che i segni, appena raccontati nel suo vangelo, bastano e sono sufficienti a credere in Gesù di Nazaret, prescelto da Dio per salvarci da ogni male e donarci la vita eterna.
Ma la presenza di Cristo vivo, nel suo vero corpo di risorto dopo la morte di croce, era proprio il segno che mancava all’apostolo Tommaso. Egli aveva bisogno, e noi con lui, di vedere i segni della misericordia di Dio, predicata dal Maestro durante tutta la sua vita pubblica, incisi nella sua carne e qui rimasti, anche dopo la resurrezione, a sigillare il superamento da parte di quell’annuncio di ogni barriera, anche di quella della morte.
 

Nessuno dei quattro evangelisti ci ha raccontato il perché dell’assenza dell’apostolo Tommaso alla prima apparizione di Gesù, la sera stessa del giorno della resurrezione. Potremmo anche immaginare che egli fosse andato a cercare Gesù, che fosse stato così fortemente convinto della sua resurrezione da non poter restare fermo e chiuso nel cenacolo ad aspettare.
 

Il Signore non nega mai di rivelarsi a chi lo cerca, nei modi e nei tempi che egli provvidenzialmente stabilisce. Tommaso ha cercato nelle ferite del costato e delle mani del Signore la realtà, la verità, la permanenza del suo amore vittorioso al di sopra dell’odio, dell’ingiuria e dell’invidia dell’uomo. Il perdono invocato sulla croce da Gesù per il ladrone pentito – “oggi sarai con me in paradiso” (Lc  23,34) -, e per i suoi uccisori – “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,43) – ha attraversato l’esperienza della morte. Ecco il significato del segno di quelle ferite. Quel corpo apparso agli apostoli poteva rassomigliare a qualsiasi altro uomo, ma solo il corpo di Cristo poteva e doveva portare in sé la firma di Dio, l’autentificazione dell’amore che ha vinto l’odio.
 

Il Signore affida così agli apostoli e alla Chiesa nascente la trasmissione della sua misericordia: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tuttavia l’uomo di ogni tempo cerca nel corpo di Cristo vivente, oggi, che è la Chiesa, le stesse tracce di misericordia che Tommaso cercava in quella notte nel corpo storico di Gesù. E Se i cristiani di oggi non sono capaci di vincere l’odio con il perdono, di testimoniare e di incarnare una misericordia sincera ed eloquente, difficilmente potrà essere credibile l’annuncio della notte di Pasqua. Una comunità credente ferita, sì, ma che confida nella misericordia del Padre, e che in nome di tale misericordia non tiene conto del male ricevuto.