Contenuti della Scuola di Preghiera

 FRATI CAPPUCCINI DI CIVITANOVA ALTA


Scuola di preghiera
2018-2019

La preghiera del cuore



1° INCONTRO
Se sei assetato di preghiera, che è come dire, essere assetato di Dio, puoi fare tue le parole del salmista: «L’anima mia ha sete del Dio vivente» (Sal 42). Lascia allora che ti incoraggi riportandoti due parole che possono attirarti ad affrontare il cammino che si distende dinanzi a noi. Santa Teresa d’Avila ha scritto: «La preghiera del cuore è come una scintilla di vero amore di Dio che il Signore comincia ad accendere nell’anima» e San Giovanni Crisostomo: «La preghiera è un bene sommo, è una comunione intima con Dio, deve venire dal cuore, deve fiorire continuamente, giorno e notte. È luce dell’anima, vera conoscenza di Dio, mediatrice tra Dio e l’uomo; è un desiderare Dio, è un amore ineffabile prodotto dalla grazia divina».

Nella Scuola di preghiera di questo nuovo anno vorremmo presentarti la conoscenza e la pratica di una preghiera assai profonda, una preghiera che impegna fortemente l’interiorità dell’uomo, la cosiddetta Preghiera di Gesù o Preghiera del cuore. Il percorso che vogliamo intraprendere attraverso questa forma di preghiera, diciamocelo subito, ha come traguardo il vivere continuamente alla presenza di Dio. Avremo modo nel corso dei vari incontri, di entrare più nel dettaglio di alcuni suoi contenuti specifici, ma non sarà male in questo primo incontro fare qualche accenno introduttivo alla genesi e alla diffusione di questa preghiera lungo la storia. È una forma di preghiera molto antica che risale ai Padri del deserto dei primi secoli, Macario l’Egiziano, Evagrio Pontico ed altri, e che poi si è diffusa nel corso dei secoli, in maniera particolare negli ambienti monastici delle chiese d’oriente, ma non solo. Se in Oriente si parla della Preghiera del Nome, di preghiera monologica o di preghiera pura, in Occidente si parla di Orazione interiore, di quiete o di semplicità. Questa preghiera ha avuto i suoi principali focolai di vita nei monasteri del Sinai, fin dal VI secolo, e in quello del Monte Athos, soprattutto nel XIV secolo. Dopo la fine del sec. XVIII essa si è diffusa al di fuori dei monasteri per influsso di un’opera, la Philokalia, pubblicata da un monaco greco, Nicodemo Agiorita; un’altra opera più recente della fine del XIX sec., diffusissima in Russia, I racconti di un pellegrino russo, ha contribuito a renderla popolare.

È di grande importanza per comprendere bene questa preghiera, ambientarla nel movimento spirituale che le ha dato origine. Il contesto in cui sorge questa preghiera è quello dell’esicasmo: l’esicasmo è una tendenza particolare della spiritualità monastica. La parola viene da hesichia che, nel linguaggio dei monaci, designa il silenzio, la pace dell’unione con Dio, la quiete del cuore. Se per i monaci il vero padre è Antonio, per gli esicasti è Arsenio (IV sec.), che, dopo aver lasciato il palazzo imperiale, divenuto anacoreta udì una voce al cielo che gli diceva: «Arsenio, fuggi, taci, rimani tranquillo». Si può definire l’esicasmo come una forma di spiritualità basata sulla quiete interiore e il cui orientamento è essenzialmente contemplativo. Si cerca la solitudine, il silenzio, interiore ed esteriore, per arrivare a una quiete profonda. Tuttavia, e questo va specificato bene, per non confondere questa forma con una specie di yoga cristiano, l’esicasmo non vede nella pace o nella tranquillità un fine in sé, ma un mezzo per arrivare all’unione con Dio. 

Vorrei farvi ascoltare un passo delle Fonti Francescane che parla dell’amore di San Francesco alla preghiera sembra di vedere in Francesco un perfetto esicasta. Così scrive Tommaso da Celano parlando del Santo di Assisi: «L’anima di Francesco era tutta assetata del suo Cristo e a lui si offriva interamente nel corpo e nello spirito. Trascorreva tutto il suo tempo in santo raccoglimento per imprimere nel cuore la sapienza; temeva di tornare indietro se non progrediva sempre. E se a volte urgevano visite di secolari o altre faccende, le troncava più che terminarle, per rifugiarsi di nuovo nella contemplazione. Perché a lui, che si cibava della dolcezza celeste, riusciva insipido il mondo, e le delizie divine lo avevano reso di gusto difficile per i cibi grossolani degli uomini. Cercava sempre un luogo appartato dove potersi unire, non solo con lo spirito, ma con le singole membra al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola con il mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra se´ e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: cosı` poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto. Assorto in Dio e dimentico di se stesso, non gemeva né tossiva, era senza affanno il suo respiro e scompariva ogni altro segno esteriore» (FF 681).

Avremo modo di tornare con più calma su alcuni aspetti particolari dell’esicasmo, per ora ci basti dire che da questo movimento nasce la Preghiera di Gesù che pian piano inizieremo a conoscere e praticare e che si condensa nella formula: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me». Si potrebbe anche dire che la preghiera di Gesù, per la sua brevità e semplicità, umilmente utilizzata, conviene particolarmente all’uomo di oggi, che crede di non avere tempo di pregare. Se si pratica almeno un poco questa preghiera, si scopre che si ha per pregare molto più tempo di quanto si supponeva: quando si sale una scala o si esegue un lavoro ripetitivo, o si fa uno stacco nel corso di una conversazione, o ci si raccoglie un istante durante un lavoro intellettuale, ecc. Un monaco della chiesa d’oriente ha scritto: «L’invocazione del Nome di Gesù è alla portata degli adoratori più umili, e nondimeno introduce nei misteri più profondi. Essa si adatta a tutte le circostanze di tempo e di luogo: i lavori dei campi, dell’officina, d’ufficio, di casa, sono compatibili con essa».

Tale preghiera si fonda sulle esortazioni dell’apostolo Paolo: «Pregate ininterrottamente» (1 Tes 5,17); «In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito» (Ef 6,18); o anche sulla parabola della vedova importuna che Gesù racconta per spiegare la «necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1), e sulla sua parola d’ordine: «Vegliate e pregate in ogni momento» (Lc 21,36). Chiediamo al Signore che benedica fin dai primi passi con un’abbondante effusione dello Spirito il cammino che percorreremo insieme in quest’anno e che ci faccia crescere nel suo amore.

Dal primo libro dei Re (1 Re 19, 7-13)
«L’angelo del Signore toccò Elia e gli disse: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb. Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Che cosa fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna». 

Di questo brano, alcune cose possiamo sottolineare che simboleggiano la nostra preghiera. Il Monte Oreb è il luogo dell’incontro con Dio, Elia che vi sale è la tua anima che desidera salire per incontrare il Signore. Se desideri Dio che ti muoverai verso lui. Elia, poi, entra in una caverna oscura, simbolo del cuore, dentro il quale sei chiamato ad entrare per vivere l’incontro con Dio. Il cuore, infatti, appare come un mondo oscuro alla vista interiore, un luogo confuso in cui penetriamo a tentoni senza vedere. E lì arriva l’invito: «fermati alla presenza del Signore». Il vento, il terremoto, il fuoco, sono tutte quelle distrazioni interiori, irruente, che ti tirano di qua e di là e non ti permettono di accorgerti della presenza del Signore. Elia, alla fine, avverte il «sussurro di una brezza leggera» e in essa la presenza del Signore. Il Signore parla con sussurri, non urla, non strepita, non si impone, parla con voce soave ai cuori silenziosi che sanno ascoltare in profondità.



2° INCONTRO
Dicevamo nel primo incontro che la preghiera del cuore ha una finalità ben precisa che dovremo richiamarci in ogni incontro; quella di condurci a vivere continuamente alla presenza di Dio. Perché vogliamo imparare questa preghiera? Perché in ogni momento e in ogni luogo della nostra vita, che stiamo lavorando o che riposiamo, in casa o in altro luogo, da soli o in compagnia, sempre possiamo vivere in una relazione continua con il Signore, senza mai staccarci da Lui, illuminati costantemente dalla sua presenza e dalla sua parola.

Iniziamo questo secondo incontro lasciandoci introdurre dalle pagine iniziali di un famoso testo cui abbiamo accennato la volta scorsa. Nel primo racconto del Pellegrino russo il pellegrino racconta: «ventiquattro settimane dopo la festa della Santissima Trinità entrai in una chiesa, durante la liturgia, per pregare. Stavano leggendo, dalla prima lettera dell’apostolo Paolo ai Tessalonicesi, il passo in cui è detto: “Pregate ininterrottamente” (1 Tes 5,17). Queste parole si incisero profondamente nel mio spirito, e comincia a chiedermi come fosse possibile pregare senza sosta quando ciascuno è necessariamente impegnato a lavorare per il proprio sostentamento». Così il pellegrino iniziò il suo cammino in cerca di qualcuno che potesse offrire una risposta alla sua domanda: come pregare incessantemente? Andò dapprima nelle chiese dove si trovavano predicatori di grande fama. Assetato di parole illuminanti, ascoltò molte prediche sulla preghiera, che cos’è la preghiera, perché è indispensabile, quali sono i suoi frutti, ma nessuno spiegava come vivere e praticare la preghiera ininterrotta; sul modo di arrivarci neppure un accenno. Cercò allora un uomo sapiente ed esperto, un maestro spirituale ricco di esperienza che gli spiegasse il mistero della preghiera e gli venne indicato un uomo che in un villaggio viveva da tempo dedito completamente alla preghiera. Si precipitò da quest’uomo e gli pose la domanda: «Spiegatemi che cosa significhi ciò che ha detto l’apostolo: “Pregate ininterrottamente” e in che modo ciò si possa realizzare. Ho tanto desiderio di capire, e non mi riesce in nessun modo». Il signore restò in silenzio un momento, lo guardò fisso e disse: «La preghiera interiore ininterrotta è la costante aspirazione dello spirito umano verso Dio. Per riuscire in questo dolce esercizio occorre chiedere più spesso al Signore che ci insegni a pregare ininterrottamente. Prega di più e con maggior fervore: la preghiera stessa ti rivelerà in che modo essa può diventare continua; ma per questo ci vuole tempo».

Anche noi, come il pellegrino russo, desideriamo imparare la preghiera continua, quella che fluisce dal nostro cuore incessantemente. Ma per imparare la Preghiera di Gesù dobbiamo anzitutto ritrovare il nostro cuore, il cuore così come lo intende la Bibbia e non secondo l’accezione che gli viene data nell’uso corrente, in cui il “cuore” è ridotto alla sfera romantica, come sede dei sentimenti e delle emozioni. Dobbiamo riappropriarci del significato cristiano del termine cuore, che la Bibbia descrive come la fonte di tutte le energie fisiche, emozionali, intellettuali, volitive, morali e religiose della persona. L’uomo della Bibbia pensa con il cuore; è il cuore che prende decisioni; il cuore è la sede dell’amore; nel cuore ha sede anche quel tipo di conoscenza che è la coscienza; il cuore percepisce una gamma variopinta di sentimenti che lo attraversano. In sostanza, il cuore indica quel nucleo che racchiude la totalità della vita interiore e che abbraccia tutte le facoltà e le attività dell’uomo: il cuore conosce, decide, sente, ricorda, in esso si vive la relazione con Dio. Il cuore è «l’organo dell’insieme» della persona, il centro vitale dell’uomo. Il cuore decide la diversa personalità dei soggetti: c’è l’uomo dal cuore docile, dal cuore indurito, indolente, incostante, ribelle, doppio, il cuore retto, puro, saggio, sapiente. Conoscere una persona è possibile solo a partire dall’interno, se si conosce il suo cuore. Per questo il Signore dice: «Io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore».

Non vi è nella persona un organo più centrale e assoluto rispetto al cuore. Ciò che il direttore d’orchestra rappresenta per gli strumentisti, il cuore lo è per la direzione delle facoltà umane. Perciò, per usare le parola di un grande conoscitore della preghiera del cuore, Teofane il Recluso, «se il cuore è al centro della persona umana, allora è attraverso il cuore che l’uomo entra in relazione con tutto ciò che esiste». Anche nella preghiera, quando è lì col suo Signore, l’uomo è lì “con tutto il cuore”. Ed è nel cuore che riceve la visita della Spirito Santo perché «soltanto l’uomo nella sua interezza può ricevere la grazia, e non questa o quella parte del composto umano. Siamo stati creati per essere uniti a Dio con tutto il nostro essere, di cui il cuore è il centro.

Dagli abissi delle sua profondità, il cuore irrora la vita a ogni angolo dell’io umano: se il cuore è buono, tutto l’uomo è nella benedizione; se il cuore è perverso, ogni sfumatura dell’uomo è intaccata dal male. Per questo dice un altro grande padre spirituale Macario l’Egiziano: «il cuore governa tutto l’organismo corporeo e regna su di lui, e quando la grazia possiede i pascoli del cuore essa governa tutte le membra e tutti i pensieri, perché è nel cuore che hanno sede l’intelletto e tutti i pensieri dell’anima come pure tutti i suoi desideri; per suo tramite, la grazia penetra in eguale misura tutte le membra del corpo».

Troppo spesso noi intendiamo la preghiera come una realtà esterna a noi e ci sforziamo di suscitarla a partire dalle parole, dalle idee, la cerchiamo al di sopra o attorno a noi. Finché cerchiamo di far nascere la preghiera a partire dall’esterno non arriveremo mai a pregare veramente. Prima o poi ognuno può arrivare a scoprire di avere in sé un cuore di preghiera. La preghiera che vogliamo imparare in questi incontri è la Preghiera del cuore, cioè quella preghiera che cerca la sua sorgente e le sue radici nel profondo del nostro essere. Con la preghiera del cuore noi cerchiamo Dio in persona e lo incontriamo nella profondità del cuore. Lì dove la vita trinitaria giace sepolta sotto il peso di un cuore di pietra, la preghiera del cuore, invocando il nome di Gesù, ribalta il macigno che chiude la porta del cuore, ci apre la strada all’incontro con Dio nel nostro cuore rinnovato, il “cuore di carne”, vivificato dallo Spirito di Dio. Magari accadrà anche a noi quello che un monaco diceva: «Oggi ho l’impressione che già da anni portavo la preghiera nel mio cuore senza saperlo. Era come una sorgente ricoperta da una pietra. A un certo momento, Gesù ha spostato la pietra. Allora la sorgente si è messa a sgorgare e da allora continua a sgorgare» (Andrè Louf).

Dal Vangelo secondo Matteo (6,5-8)
«Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

È Gesù stesso che con queste sue parole ci ammaestra: se vuoi pregare fuggi ogni apparenza e non preoccuparti di nessun altro sguardo se non di quello di Dio. Non conta quello che gli altri possono vedere dall’esterno di te, conta quello che Dio vede dentro di te, nel tuo cuore, la preghiera sincera che sgorga dalla tua anima e sale a Dio.

Gregorio il Sinaita, che nel basso medioevo introdusse la pratica della preghiera di Gesù sul Monte Athos, così commentava la parola che abbiamo ascoltato: «camera dell’anima è il corpo; nostre porte sono i cinque sensi; l’anima entra nella sua camera quando la mente non si aggira più qua e là tra le cose del mondo, ma si trova nel nostro cuore, e i nostri sensi si chiudono e restano serrati quando non li lasciamo aderire alle cose sensibili e visibili. Dio che conosce le cose segrete vede la tua preghiera interiore e la ricompensa. Poiché questa è la vera e perfetta preghiera, questa riempie l’anima dei doni dello Spirito come l’unguento profumato che, quanto più lo chiudi in un vaso tanto più lo riempie del suo profumo: così è anche per la preghiera, quanto più la serri entro il tuo cuore, tanto più lo riempi della grazia divina». La preghiera riempie il tuo cuore della grazia di Dio, lo rende un vaso profumato, un giardino irrigato, una sorgente di acque limpide. Per questo, nel libro dei Proverbi è scritto: «Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa poiché da esso provengono le sorgenti della vita» (Pr 4,23). Custodire il cuore significa prendersi cura della propria anima e fare in modo che essa sia sempre più unita a Dio.

3° INCONTRO
Nell’ultimo incontro avevamo lasciato il pellegrino russo che, dopo aver ascoltato durante un liturgia il passo in cui è detto: “Pregate ininterrottamente” (1 Tes 5,17) ne era stato colpito a tal punto da mettersi in cammino alla ricerca di chi gli spiegasse come poter vivere questa parola. Egli aveva incontrato un maestro spirituale che gli aveva rivelato che «la preghiera interiore ininterrotta è la costante aspirazione dello spirito umano verso Dio». Congedato da questo sapiente, si era rimesso in cammino finché lungo la strada maestra non incontra un vecchietto che aveva l’aspetto di un religioso e al quale rivela il motivo del suo peregrinare: scoprire come si può pregare sempre, ininterrottamente. Interrogativo al quale finora nessuno aveva saputo dare risposta. L’anziano religioso gli disse: «Ringrazia Dio, amato fratello. Ti è stato concesso di capire che la preghiera ininterrotta si trova nella povertà di spirito e nell’esperienza di un cuore semplice. Molte buone opere sono richieste al cristiano, ma quella di pregare deve essere la prima, perché senza la preghiera non si può compiere nessun’altra buona azione. Senza una frequente preghiera non potrai trovare la via che conduce al Signore, conoscere la verità, crocifiggere la carne con le sue passioni e i suoi desideri, essere illuminato nel cuore dalla luce di Cristo e unito a Dio nella salvezza. Dico “costante” perché la perfezione e la rettitudine della preghiera non dipendono da noi. A noi spetta solo di pregare spesso, di pregare sempre, come mezzo per raggiungere la purezza della preghiera che è la madre di ogni benedizione spirituale».

La preghiera è la fonte di ogni benedizione e nella vita cristiana ad essa va dato il primo posto, perché dare il primo posto alla preghiera significa dare a Dio il primo posto nella propria vita. E la preghiera rinnova l’uomo a partire dal suo cuore. San Pietro, nella sua prima lettera, ha un breve passaggio che, per la preghiera del cuore è una vera pietra miliare. Così si esprime: «Cercate di adornare l’uomo interiore nascosto nel cuore, nell’incorrotta purezza di un’anima piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio» (1 Pt 3,4). C’è dentro il nostro cuore, come nascosto nelle sue parti più intime e profonde, un uomo interiore, come una cripta è la parte più sotterranea e, a prima vista, invisibile di una chiesa. E solo chi vive in profondità, oltre i livelli più superficiali della vita, riesce ad entrare in questa dimensione, che è una dimensione prettamente spirituale. Un monaco dei nostri tempi nota che: «molta gente non conosce il proprio cuore, il proprio essere interiore. Questa gente conduce una vita completamente esteriore: si identificano con la loro forza o con l’aspetto fisico, con i loro successi, con il loro profilo psicologico, ecc. Dobbiamo invece scoprire il nostro essere più profondo e identificarci con quello, cioè essere uno con il Signore Gesù, essere uno col Figlio amato di Dio. È lo Spirito Santo che ci dimostra e ci manifesta quello che abbiamo di più profondo, che ci fa vedere la realtà del nostro essere interiore». Dice l’apostolo Paolo: «Lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi infatti conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato» (1 Cor 2, 9-14).

«Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso» proclama il salmo 64: nel cuore umano vi è una profondità che tocca il mistero di Dio. Diceva il mistico Meister Eckhart: «Dio è nascosto nel fondo dell’anima, là dove il fondo di Dio e il fondo dell’anima non sono che un unico e medesimo fondo». A questi livelli di profondità l’uomo sente la chiamata a partecipare alla vita divina. Ma fino a che non si immerge nella profondità del suo essere non riuscirà ad entrare nelle profondità di Dio. Finché rimane esterno al suo centro è fuori dal luogo in cui Dio gli è vicinissimo. C’è un mistero che ci abita, la presenza di Dio al fondo di noi stessi. «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Cor 4,16).

La preghiera del cuore ci risveglia e ci conduce ad ancorarci a queste profondità, ancora nascoste, per vivere alla presenza del Signore. «Dio ha messo nell’uomo il suo dono più grande: l’immagine di Dio. Ma questo dono, questa perla preziosa, si nasconde negli strati più profondi dell’anima: chiuso in una rozza conchiglia fangosa. Se Dio non avesse nascosto il suo dono, le forze del male avrebbero potuto contaminarlo, ora esso si dà solo nelle mani di colui che è in grado di vederlo e lo vede solo colui che ha perseverato nella sua ricerca» (Florenskij).

Il cuore umano è la sede dello Spirito di Cristo. In esso possiamo vivere un contatto reale con l’umanità di Gesù Risorto. «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1 Cor 6,17). Il discorso sul cuore non è completo finché non lo poniamo nel suo rapporto naturale con lo Spirito Santo. Dice Teofane il Recluso che «se il cuore e lo Spirito Santo sono divisi tra di loro, l’uomo non è più buono a niente». La Scrittura presenta il cuore come il luogo in cui è infuso lo Spirito del Signore: «Dio stesso ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori» (2 Cor 1,21-22). Lo Spirito si unisce e trasforma tutta la realtà umana: la ragione, la volontà, i sentimenti e anche il corpo. Poiché vi abita lo Spirito di Cristo, il cuore è l’organo religioso per eccellenza. «Col cuore si crede» (Rm 10,10) dice san Paolo. Il cuore è credente nel senso che la conoscenza dei misteri della fede si dischiude soltanto a colui che si apre a Dio con tutto il suo essere. Per questo Blaise Pascal diceva che «conosciamo la verità non soltanto con la ragione ma anche con il cuore. Ecco cos’è la fede: Dio sensibile al cuore». Il cuore conosce amando: conoscenza e carità sono in esso legate da un legame inscindibile. Posso pensare e giungere a conoscere bene una realtà solo quando la amo e mi apro ad essa con una simpatia del cuore. Così, non si può conoscere Dio per la sola via della riflessione intellettuale, staccata dall’amore. Una conoscenza di Dio che non è mossa dalla carità non giunge lontano. Per questo Diadoco di Fotica afferma che «non vi è nulla di più povero di un pensiero che indaghi sulle cose divine ponendosi al di fuori di Dio». Solo quando il cuore è mosso dallo Spirito d’amore può davvero penetrare e conoscere il mistero di Dio, non tanto come una serie di verità che d’improvviso gli si fanno chiare, ma come una relazione d’amore che finalmente illumina ogni cosa.

Dal Vangelo secondo Matteo (21, 18-22)
«La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: «Mai più in eterno nasca un frutto da te!». E subito il fico seccò. Vedendo ciò, i discepoli rimasero stupiti e dissero: «Come mai l’albero di fichi è seccato in un istante?». Rispose loro Gesù: «In verità io vi dico: se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che ho fatto a quest’albero, ma, anche se direte a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, ciò avverrà. E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete».

Questo passo del Vangelo ci introduce ad un insegnamento di Gesù sul potere della preghiera fatta con fede. A questo vuole richiamare il gesto simbolico della pianta di fico che si secca all’istante. «Se avrete fede e non dubiterete» ci dice Gesù. Egli chiede prima di tutto la fede. A chiedere siamo capaci, ma è a chiedere con fede che non siamo capaci. Egli ci insegna che la risposta di Dio è sicura quando c’è la preghiera piena di fede. È la fede la chiave della preghiera. Con la fede ogni dubbio viene dissolto in un abbandono fiducioso nelle mani di Dio. Per chiedere con fede non basta dire delle parole, non bastano pochi minuti. Per chiedere con fede ci vuole un’umiltà profonda e tutta un’intimità di relazione da vivere con Dio. Quando il cuore è veramente coinvolto in ciò che chiede, quando le parole della preghiera sono davvero una risonanza del cuore, quando il centro della nostra attenzione non è più il nostro problema ma Dio, allora la nostra è una preghiera fatta con fede. E come dice altrove Gesù: «Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo già ottenuto e vi sarà accordato» (Mc 11,24). Abbiamo bisogno di rinvigorire la nostra preghiera con una potente iniezione di fede. Chiediamo al Signore il dono della fede per poterlo pregare con piena fiducia e presentiamo a lui nel silenzio le nostre preghiere personali.



4° INCONTRO
Nell’ultimo incontro avevamo lasciato il pellegrino russo che, incontrato un anziano religioso, aveva ricevuto da lui l’esortazione a pregare spesso, in maniera costante, poiché la preghiera è la prima e più importante opera del cristiano. La purezza della preghiera, avevo poi affermato l’anziano, è un dono di Dio. Davvero, come affermava un padre spirituale «la preghiera è un dono che Dio fa a chi prega». Così conversando, senza quasi accorgersene, i due erano giunti all’eremo dell’anziano. Non volendo separarsi da lui, poiché era un saggio che davvero conosceva la preghiera per esperienza e non come studio, gli chiese di rimanere con lui e di spiegargli che cosa fosse la preghiera continua e interiore e come poter apprenderla. L’anziano accolse la sua richiesta, lo invitò nella sua cella e gli disse: «L’ininterrotta preghiera di Gesù è l’invocazione continua e senza sosta del divino nome di Gesù Cristo con le labbra, con la mente e con il cuore, nella visione mentale della sua presenza costante e nell’invocazione della sua pietà, durante ogni occupazione, in ogni luogo, in ogni tempo, anche nel sonno. La preghiera si compone di queste parole: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me!”. E chi si abituerà a questa invocazione proverà una tale consolazione e un tal bisogno di pronunciare di continuo la preghiera, che non potrà più vivere senza di essa, ed essa fluirà spontaneamente dentro di lui».

L’invocazione continua del nome di Gesù porta a una profondità crescente: si parte dalle labbra (la preghiera vocale), si passa per la mente (prendere coscienza del senso delle parole con cui si prega) e si arriva infine al cuore, dove l’uomo intero e non una sua sola parte è coinvolto nella preghiera. La preghiera vera sgorga dalle profondità del cuore. Perché? Perché in quelle profondità essa scopre una sorgente divina e questa sorgente sono le acque del Battesimo. Per poter davvero vivere la preghiera cristiana dobbiamo immergerci in questa profondità, arrivare al centro di noi stessi e attingere a questa sorgente che abita in noi. Senza di questo, la preghiera rimarrà uno sforzo che non porta a nulla, una fatica senza gusto, un impegno incapace di cambiare la vita.

Come è accaduto allora che abbiamo perso la consapevolezza di questo dono divino che abbiamo ricevuto e che ciascuno di noi custodisce in se stesso? Giovanni Crisostomo, un grande padre della Chiesa, dice che quando l’uomo riceve il battesimo è illuminato da quella grazia, essa però si dilegua poi nell’inconscio. Questo dono inestimabile, la vita di Cristo in noi, viene disperso perché non ne abbiamo coscienza e perciò non ne abbiamo neanche cura. Rimane come sepolto sotto un accumulo di altre cose che riempiono la vita e diventa perciò inattingibile per l’uomo, impegnato com’è in mille altre cose (magari anche religiose!), il quale finisce per dimenticarsene, come se non l’avesse mai ricevuto. Così molte volte la vita cristiana è contrassegnata da questa dimenticanza perenne del dono ricevuto. Per un cristiano perdere la coscienza del battesimo è come vivere in coma. La preghiera cristiana invece scaturisce proprio da questa sorgente battesimale. Dobbiamo perciò riprendere coscienza della grazia battesimale che ci abita: è qui che è celata la sorgente della preghiera. Tutta l’opera del cristiano consiste nell’accogliere e far riemergere nella propria coscienza e nella propria vita quella grazia battesimale che è in qualche modo sepolta nelle profondità della sua esistenza corporea, un po’ come la sorgente nascosta che alimenta il getto d’acqua della fontana. Vi è dentro di noi un’inestinguibile principio di santità, un germe divino seminato negli abissi della nostra persona, una vita divina che è dono del battesimo. Per mezzo di esso, infatti, siamo innestati nel corpo di Cristo e la vita di Cristo, che chiamiamo “grazia”, ci viene partecipata per mezzo dello Spirito. Come dice san Paolo: «chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1 Cor 6,17). L’invocazione del nome di Gesù riporta senza sosta la nostra anima nel suo interno, nell’abisso del cuore dove vive il Signore. Si tratta di riscoprire in noi la presenza di Dio. In questo senso, non ci dobbiamo “formare” (cioè darci una forma) alla preghiera, non dobbiamo riprodurre un modello e neanche imparare una buona tecnica, ma permettere alla preghiera che nasce dalla vita battesimale di venire alla luce. Questo significa che non si può insegnare a qualcuno a pregare così come non gli si può insegnare a gioire, ad amare o a piangere. La preghiera procede da un istinto vitale che è già in noi, non c’è da costruirlo, bisogna farlo emergere, lasciarlo vivere.


Osserviamo infine più da vicino questo movimento di ritorno al centro dell’essere umano per scoprire il cuore di preghiera. È il movimento con cui ritorniamo al centro di noi stessi per ritrovarvi Dio presente ed operante. Non consiste in una semplice introspezione ma nell’incontrare Dio che è all’opera dentro di noi. Per descrivere questo cammino di ritorno al cuore, l’Occidente parla di raccoglimento, di silenzio interiore, di verginità del cuore. L’Oriente parla di hesychia, una condizione di riposo, di pace e di tranquillità, che si vive all’inizio e al termine di una vita di preghiera. È uno stato di pienezza, di pace, di silenzio dell’unione con Dio. Non è il benessere psicofisico che può venire da una tecnica di rilassamento ma la coscienza che viene riempita dalla presenza amorosa di Dio. L’uomo è chiamato a intraprendere un pellegrinaggio interiore verso il luogo del cuore. Qui risuona la preghiera tipica della preghiera del cuore: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me”. Questa preghiera non ha altro scopo che quello di attualizzare, rendere viva e incessantemente operante la grazia battesimale, cioè il nostro essere innestati nel corpo risorto di Gesù. A poco a poco la persona si unifica a partire dal cuore, dove risiede l’energia divina. A forza di ripetere la preghiera di Gesù, l’orante discende nelle profondità del proprio essere e il nome di Gesù libera il dinamismo dello Spirito imprigionato in lui. La gloria del risorto può quindi penetrare tutta la sua persona, spirito, anima e corpo e irradiarsi in tutto il suo essere. È la trasfigurazione della vita dell’uomo, il quale viene illuminato completamente dalla presenza di Dio che abita in lui. L’uomo di preghiera vive perciò il suo paradiso interiore perché si scopre unito a Dio, partecipa del suo amore e può davvero compiere la sua vita nelle due azioni dell’amore: offrire e ringraziare. Così lasciamo che accade per noi quanto afferma il Salmo 68: «Si ravvivi il cuore di chi cerca il Signore», riprenda vita in Cristo e la vita che Cristo dona è l’amore.

Dal Vangelo secondo Matteo (6,19-21; 13,44-46)
«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore». La parole del Vangelo che abbiamo ascoltato sono forti e ti invitano a porti una domanda: qual è il tesoro della tua vita? Quali sono i tuoi tesori? Cosa ha per te più valore di ogni altra cosa? Queste sono domande fondamentali perché la risposta che diamo ci condiziona tutta la vita. Da essa proviene la gerarchia delle tue priorità e il comportamento concreto di ogni giorno. “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» significa che l’attenzione, la preoccupazione e l’impegno quotidiano della tua persona sarà orientato verso ciò che per te ha più valore. Come l’ago della bussola tenderà inevitabilmente verso il nord, così il cuore sarà proteso verso il suo tesoro. La parola di Gesù è radicale, non ama i compromessi, e ci offre un’indicazione sapiente sulla quale faremmo bene a riflettere per convertire il nostro cuore: ci sono tesori effimeri, che si consumano e che possono essere rubati (le cose, la fama, i ruoli sociali) e ce ne sono altri duraturi, che niente può consumare e nessuno può scippare. Questi ultimi sono quelli da perseguire. Chi prega con fede può capire che il tesoro è nel suo cuore, è il tesoro della presenza di Cristo che rinnova la vita, è l’amore di Dio che illumina e vivifica di energie nuove l’anima dell’uomo. Ecco il tesoro che dà valore a ogni altra cosa. Ciò che nasce dall’Amore di Cristo non scompare ma acquista un valore eterno; niente di ciò che viviamo che esprime questo amore viene cancellato né può essere rubato. Chi vive in Cristo, nel suo Amore, entra già in una dimensione eterna. Per questo altrove Gesù dice: «chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,26). 


5° INCONTRO
L’ultima volta il pellegrino russo, dopo aver camminato accanto a un anziano religioso ed essere stato accolto nella sua cella, aveva ricevuto da lui un primo e importante ammaestramento sulla preghiera continua, per raggiungere la quale – così gli era stato detto – è necessario invocare senza sosta, in ogni tempo e in ogni luogo, il nome di Gesù, e farlo con le labbra, con la mente e con il cuore. Dinanzi a questo insegnamento, il pellegrino esclama: «Ho capito, padre mio! Per amore di Dio, ora insegnatemi come arrivarci!». E il maestro spirituale in risposta aprì un libro, La filocalia, vi cercò il trattato di San Simeone il Nuovo Teologo e lesse: «Siedi nel silenzio e nella solitudine. Inclina il capo, chiudi gli occhi; respira dolcemente, e guarda con l’immaginazione dentro il tuo cuore. Dirigi la tua mente, cioè il tuo pensiero, dalla testa verso il cuore. Scandisci, respirando: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me”, a fior di labbra o anche soltanto con la mente. Sforzati di escludere ogni pensiero estraneo: abbi una serena pazienza e ripeti il più spesso possibile questo esercizio». Quanto il maestro legge al pellegrino russo sono gli ingredienti essenziali della preghiera del cuore: il silenzio, la solitudine, la perseveranza, il cammino interiore verso il proprio cuore e lì, nel profondo di se stessi, l’invocazione del nome di Gesù. San Francesco, pur in tutt’altro contesto storico e culturale, e con forme sue proprie, viveva anch’egli questa profonda dimensione di preghiera, tanto che i biografi scrivono che di lui: «Trascorreva tutto il suo tempo in santo raccoglimento. Cercava sempre un luogo appartato dove potersi unire, non solo con lo spirito, ma con le singole membra al suo Dio. Spesso, senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva a Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente» (FF 681-682).

Pregare è aprire il cuore a Dio, ma per farlo occorre prima entrarvi. Ecco perché Gesù paragona il cuore alla propria stanza in cui entrare (cf. Mt 6,6) e i mistici parlano del tempio interiore, della casa interiore, dell’appartamento segreto. Nel profondo di ogni uomo c’è questo luogo da cui attinge la sua vita. Per i mistici il rapporto con Dio si vive in questa stanza interiore segreta che è il fondo dell’anima. Si tratta di compiere un pellegrinaggio interiore verso il luogo del cuore e questo percorso non è semplice. Non è semplice perché siamo abituati a vivere alla superficie di noi stessi, perché la velocità è nemica della profondità e la fretta con cui viviamo le nostre giornate ci impedisce di avere tempo da dedicare alla nostra interiorità. Ma non è semplice anche perché quando l’uomo inizia questo cammino verso il suo interno, per ritornare al suo centro, scopre che la sua unità interiore è lacerata in mille frammenti. Non appena l’uomo si ferma per stare con se stesso scopre che la mente è come un fiume in piena, i pensieri e le immagini si succedono e si accavallano senza sosta. La dispersione dei pensieri è il segno più eloquente della disintegrazione del cuore. Teofane il Recluso usa delle immagini suggestive per farci capire il gioco dei pensieri vaganti. Essi si «accavallano l’un l’altro come zanzare che sciamano e le emozioni seguono i pensieri». È questa una situazione dannosa per l’uomo perché egli si ritrova come smarrito e disorientato, porta nel cuore una bussola impazzita il cui ago schizza a destra e sinistra. Questa situazione è invece molto favorevole al nemico dell’uomo, che si comporta come «un abile mercante capace di allettare il nostro occhio spirituale presentandogli una merce dopo l’altra». L’uomo che ha perso il cuore non ha più il suo centro regolatore ed è «simile a un cavallo che pascola senza padrone: chi vuole mi cavalca; appena quel primo mi ha cavalcato abbastanza e mi lascia, subito si mette sopra di me un altro e fa lo stesso. Questo è il vagabondare qua e là dei nostri pensieri; per mezzo di essi, il nemico cavalca su di noi e fa lo stesso anche attraverso le molteplici attività e le molteplici occupazioni che portano a un incontrollabile smarrimento».


Chi pensa di combattere la sua dispersione interiore a colpi di volontà e con un autodisciplina dei pensieri, ha perso la battaglia in partenza. Una mente disgregata non è in grado di ricomporre da se stessa la sua unità, nonostante questo sia ciò che desidera. La preghiera del cuore ci mette su un altro cammino, più semplice, e che può ricondurre l’uomo alla sua unità interiore riportandolo al centro del suo essere. Attraverso la preghiera del cuore lo spirito si libera dall’agitazione del mondo esterno, supera la molteplicità e la dispersione, si purifica dal movimento disordinato dei pensieri, delle immagini, delle rappresentazioni, delle idee; si interiorizza e si unifica. Nel profondo del cuore, lo spirito e il corpo ritrovano la loro unità originaria, l’essere umano recupera la sua semplicità. La preghiera del cuore non è una preghiera complicata, intellettuale, ma non è neanche una preghiera sentimentalistica che va alla ricerca di pie emozioni. Essa è una preghiera teologica e ricompatta la coscienza dell’uomo intorno a un unico e preciso centro: la presenza di Dio in lui. Ecco la sorpresa a cui conduce la preghiera del cuore: l’uomo, andando al fondo di se stesso, scopre di non essere abbandonato a una solitudine interiore radicale, ma riconosce di essere abitato da Dio, si scopre “tempio di Dio”, sperimenta che alla radice di se stesso egli si incontra con il mistero di Dio che è in lui. «Dimorate in me e io in voi» dice Gesù nell’immagine della vite e dei tralci. Questo la preghiera ci rivela: Cristo abita nell’anima, Dio abita in noi. Come dice un monaco dei nostri tempi: «Più di qualsiasi altra preghiera, la Preghiera di Gesù, ha come scopo di metterci alla presenza di Dio senza alcun altro pensiero, eccetto la coscienza del prodigio di trovarci, ora, qui, con Dio e Lui con noi» (A. Bloom). A questo mira la ripetizione continua della formula: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me». Si tratta di invocare il Signore Gesù con un desiderio fervente e in una paziente attesa, lasciando da parte ogni pensiero. Non dobbiamo preoccuparci del numero delle preghiere da recitare, della quantità, ma solo che la nostra preghiera scaturisca del cuore, viva, come acqua di sorgente. 

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,1-7)
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto».

L’immagine che Gesù ci offre in questo brano del Vangelo di Giovanni è di un’importanza capitale nella vita spirituale e può avere un impatto straordinario nella nostra vita. Pensiamo attentamente a quanto rivela: Cristo è la vite, io sono il tralcio unito alla vite. In me scorre la linfa della vite, la sua vita passa nella mia vita, e questo linfa è lo Spirito d’Amore che Cristo ci dona. Più vivo unito a questa vite, più l’amore di Cristo mi invade e passa in me. E la verifica sicura che vivo unito a Cristo sono i frutti, cioè l’amore concreto agli altri che la mia vita manifesta. Invece, il tralcio che si stacca dalla vite si priva della linfa, rinsecchisce e non è capace di portare alcun frutto. Rimane isolato, chiuso, e non serve ad altro che ad essere gettato via. Nel tempo di silenzio che ora vivremo, ricordiamo a noi stessi che il Signore abita nel nostro cuore, prendiamo coscienza della sua presenza in noi, pensiamoci come il tralcio attaccato alla vite, lasciamo che la linfa del suo amore scorra in noi. Ricordiamo le parole di Gesù: «Rimanete in me e io in voi».






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Scuola di preghiera
2017-2018

Le beatitudini




1° INCONTRO: Beati i poveri in spirito perché di essi è  il regno dei cieli
L’anno passato abbiamo dedicato le sette tappe annuali della nostra scuola di preghiera al Padre nostro, riflettendo ogni serata su un’invocazione. Quest’anno la nostra preghiera sarà alimentata dalle Beatitudini, che possiamo chiamare anche “le vie della felicità”. Diceva il grande filosofo dell’antica Roma Seneca: «tutti vogliono vivere felici ma quando si tratta di veder chiaro cos’è che rende felice la vita, sono avvolti dall’oscurità». Ebbene le beatitudini sono una lampada in questo cammino verso la felicità, anche se il cammino che tracciano non è quello che pensiamo noi.
Nelle Scritture leggiamo spesso delle affermazioni che proclamano la beatitudine, la felicità riservata al credente che vive determinate situazioni e assume comportamenti precisi. Solo per citarne una: «Beato chi trova gioia nell’insegnamento del Signore e lo medita giorno e notte» (Sal 1,2). Anche Gesù, in continuità con i Profeti e i Salmi, nella sua predicazione ha proclamato alcune beatitudini. Ne abbiamo numerose tracce nei vangeli: «Beato colui che non trova in me motivo di scandalo» (Mt 11,6); «Beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano» (Lc 11,28); «Beati quei servi che il Signore alla sua venuta troverà vigilanti» (Lc 12,37). Vi è però un brano, riportato in due differenti versioni, una nel Vangelo di Luca e l’altra in quello di Matteo, che è conosciuto come “le beatitudini” per eccellenza ed è come un bellissimo e imponente portale posto all’inizio del grande discorso della Montagna. Secondo Matteo, infatti, Gesù per pronunciare le beatitudini salì sulla montagna e anche noi idealmente faremo lo stesso cammino per meditarle. Ogni meditazione sarà come avanzare di un gradino, nel tentativo di salire a contemplare quella bellezza divina che potrà far risplendere il nostro volto. È bene all’inizio di questo cammino riascoltare con cuore aperto le parole stesse del Vangelo:

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

Perché fermarci a riflettere sulle Beatitudini, al punto da farne un combustibile per la nostra preghiera? Perché le Beatitudini dicono chi dobbiamo diventare e la strada da percorrere, che tipo di persona il Signore mi chiama ad essere, quali sono i tratti evangelici che vuole vedere in me. Esse sono la forma che dobbiamo prendere, la figura del “figlio di Dio” nascosta dentro la massa grezza della mia persona, la trasfigurazione che la fede vuole operare rinnovando ognuno di noi.
Cosa sono le Beatitudini? Lo diciamo in maniera sintetica in tre punti:

1 – Esse sono un ritratto di Gesù Cristo, una biografia interiore di Gesù, una descrizione del suo cuore e della sua condizione. Gesù è l’uomo delle beatitudini: Egli, che non ha dove posare il capo, è il vero povero; egli, che può dire di sé: venite a me perché sono mite e umile di cuore, è il vero mite; è il vero puro di cuore perché contempla senza interruzione il volto del Padre, egli è misericordioso, è l’operatore di pace, è colui che soffre per amore di Dio. Nelle beatitudini si manifesta il mistero di Cristo stesso e di conseguenza il cammino di ogni discepolo che sceglie di seguirlo. Le beatitudini sono gli atteggiamenti vissuti in pienezza da Gesù Cristo e, come tali, devono diventare lo stile di vita dei suoi discepoli. E qui entra in gioco il secondo punto.
2 – Come le beatitudini mi chiedono di seguire il Signore? Le beatitudini sono dei paradossi! Forse siamo così abituati ad ascoltarle che non cogliamo più la loro dimensione di “scandalo”! Esse parlano con il “linguaggio della croce” che confonde la saggezza umana perché usa un alfabeto ad essa incomprensibile. Dovremmo chiederci invece: com’è possibile essere poveri e felici? Miti e felici? Piangere ed essere felici? Aver fame di giustizia ed essere felici? Perseguitati e felici? Le beatitudini sono scandalose! I criteri mondani vengono capovolti. Si parla di felicità ma guardando alla realtà da un’altra prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, che è diversa dalla scala dei valori del mondo. Le beatitudini esprimono quel rovesciamento dei valori che Gesù incarna e inaugura in sé e per il mondo. Le beatitudini diventano allora un interrogativo per noi: sto guardando il mondo dal verso giusto? E sto vivendo secondo i valori di Dio? So cogliere quello che vale agli occhi di Dio o do troppa importanza a cose che non lo meritano?

3 - Le beatitudini sono una caparra, un antipasto, o per dirla con linguaggio più sofisticato e teologico, sono promesse escatologiche; questa espressione tuttavia non deve essere intesa nel senso che la gioia che annunciano sia spostata in un futuro infinitamente lontano o nell’aldilà. Se l’uomo comincia a guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di quella gioia e pienezza (echaton) che ci attende in cielo si rende presente già adesso. Sì, le beatitudini sono un anticipo di cielo, sono la bellezza, la bontà e la gioia di Dio che già oggi posso vivere.

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» è la prima Beatitudine. Essa ci chiama a mettere insieme la povertà come condizione materiale e come atteggiamento spirituale. Non è solo questione di povertà come carenza di cose o solo di povertà come disposizione del cuore. Nessuna di queste due forme di povertà, presa da sola, coglie pienamente il senso della beatitudine. Possiamo dire che la povertà materiale nasconde in sé una perla spirituale. Ricordiamo qui due moniti di Gesù che ci mettono sull’attenti: «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mt 19,24) e ancora «Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24). Se sono ricco mi sento sicuro, potente, superbo, credo di poter contare solo su me stesso e di non aver bisogno di nessuno, anzi che tutto posso comprare perché tutto a un prezzo. Da povero, invece, non vivo l’autosufficienza, non posso poggiare sulle mie forze e far leva su me stesso; sono costretto a rivolgermi a un altro, deve aprirmi, umiliarmi e chiedere. Nei poveri Dio non apprezza tanto ciò che hanno, quanto ciò che non hanno: autosufficienza, chiusura, pretesa di salvarsi da soli. Per questo dice san Giacomo: «Dio ha scelto i poveri nel mondo per farli ricchi mediante la fede» (Gc 2,5). La povertà che ci è richiesta è quella del cuore, dell’umile, di chi sa stare davanti a Dio con le mani vuote e protese verso di lui e che poi si fa realtà concreta in uno stile di vita sobrio, essenziale e capace di condivisione con l’altro. Fermiamoci nel silenzio a pregare: “Signore, prendi il mio cuore ricco, pieno, orgoglioso, chiuso a te e insensibile ai bisogni degli altri, e ricordami che sono solo un povero, che tutto ciò che ho è dono tuo da condividere con gli altri e restituire a te. Ti ringrazio, apri il mio cuore a te e ai fratelli”.

In questa seconda meditazione, ci lasciamo aiutare dalle parole stesse di san Francesco, il quale ha dedicato una sua ammonizione (la numero XIV) proprio alla povertà di spirito. Così egli scrive: «Ci sono molti che, applicandosi insistentemente a preghiere e occupazioni, fanno molte astinenze e mortificazioni corporali, ma per una sola parola che sembri ingiuria verso la loro persona, o per qualche cosa che venga loro tolta, scandalizzati, subito si irritano. Questi non sono poveri in spirito, poiché chi è veramente povero in spirito odia se stesso e ama quelli che lo percuotono sulla guancia». Francesco coglie nella povertà in spirito l’invito a una spogliazione totale di sé. Quello che aveva fatto con gesto eclatante in piazza ad Assisi rimanendo nudo davanti al padre e a tutto il popolo, diventa l’icona perfetta dell’atteggiamento interiore di povertà che ha vissuto in tutta la sua vita, e diventa un interrogativo per noi. Chi può dirsi veramente povero? Chi sa spogliarsi di se stesso! Non basta pregare molto, non è sufficiente riempirsi di servizi e occupazioni, non basta neanche fare molti sacrifici e rinunce. Si può fare tanto, tantissimo, fare tutte cose buone, religiose e sante, ed essere poco evangelici perché molto pieni di sé. Ecco la cartina tornasole che Francesco ti offre per verificarti: se ti viene detta una parola di traverso, se vieni messo in secondo piano o ti viene tolto un incarico, il tuo cuore rimane in pace o subito spunta in esso rabbia, ribellione e risentimento? Se basta una sola parola pungente per farti irritare contro chi ti offende, sei ancora di quelli che hanno posto il loro tesoro in se stessi, sei ancora pieno di te. Non sei povero in spirito perché «Chi è veramente povero in spirito odia se stesso e ama quelli che lo percuotono sulla guancia» dice Francesco. Preghiamo: “Signore liberami da me stesso, donami un cuore semplice e povero, un cuore che non si attacchi, perché sappia amare senza possedere, servire senza avere, perdere senza guadagnare nulla, se non il tuo amore e la consolazione di amare come ami tu”.


2° INCONTRO: Beati quelli che sono nel pianto perché saranno consolati
«Beati quelli che sono nel pianto (“gli afflitti” nella vecchia traduzione), perché saranno consolati» è la seconda beatitudine, su cui ci soffermeremo stasera. Dicevamo già nel nostro primo incontro che le Beatitudini hanno un aspetto paradossale, scandaloso, che non dobbiamo perdere. Non siamo noi a dover addomesticare la Parola di Dio, ma è la Parola che deve addomesticare noi. Chiediamoci: come si può essere al tempo stesso beati e afflitti, beati e nel pianto? Ci sono due tipi di afflizione: 1) l’afflizione negativa, quella che logora e svuota l’uomo dall’interno facendogli perdere la speranza, facendo in modo che non si creda più nell’amore, nel bene, che diventi diffidente e disilluso verso tutto e tutti; 2) ma c’è anche un’afflizione positiva, che deriva dalla scossa provocata dalla verità e porta l’uomo alla conversione del cuore e alla resistenza di fronte al male. Questa afflizione è benefica, è un dolore che risveglia e risana l’uomo, gli ridona la forza di sperare e di amare di nuovo. Un esempio del primo tipo di afflizione è Giuda che, dopo il suo tradimento, non osa più sperare e si impicca in preda alla disperazione. Al secondo genere, appartiene l’afflizione di Pietro che, dopo aver rinnegato tre volte Gesù, colpito dallo sguardo del Signore, scoppia in lacrime risanatrici: lacrime che solcano il terreno della sua anima. Ricomincia da capo e diventa un uomo nuovo.
Di questo genere di afflizione positiva, che costituisce un potere opposto alla signoria del male, troviamo una testimonianza nel libro del profeta Ezechiele (9,4). Sei uomini vengono incaricati di punire Gerusalemme – la terra coperta di sangue, la città piena di violenza. Ma prima un uomo vestito di lino deve disegnare un tau (una specie di croce) sulla fronte di coloro che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono e le persone segnate in quel modo scampano al castigo. Sapete chi sono queste persone? Sono quelle che non seguono il branco, che non si lasciano coinvolgere con spirito gregario in un’ingiustizia divenuta normale, ma ne soffrono. Anche se non sta in loro potere cambiare la situazione nel suo insieme, oppongono tuttavia al dominio del male la resistenza passiva della sofferenza – è l’afflizione che pone un limite al potere del male.
La tradizione ha trovato anche un’altra immagine di afflizione risanatrice: Maria che sta sotto la croce insieme con le altre donne. In un mondo di crudeltà e cinismo, anche qui c’è un piccolo gruppetto di persone che restano fedeli: non possono ribaltare la sventura, ma nel loro con-patire si schierano dalla parte de condannato. Questa compassione fa pensare alla stupenda parola di san Bernardo di Chiaravalle, nel suo Commento al Cantico dei Cantici: «Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis» - Dio non può patire, ma può compatire. Sotto la croce di Gesù si comprende meglio la parola: «Beati coloro che sono nel pianto, perché saranno consolati». Colui che non indurisce il cuore di fronte al dolore, al bisogno dell’altro, che non apre l’anima al male, ma soffre sotto il suo potere dando così ragione alla verità, a Dio, costui spalanca la finestra del mondo per far entrare la luce. A questi afflitti è promessa la grande consolazione. In questo senso, la seconda beatitudine, è in stretta relazione con l’ottava: «Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli». L’afflizione di cui parla il Signore è il non conformismo col male, è n modo di opporsi a quello che fanno tutti e che s’impone al singolo come modello di comportamento. Il mondo non sopporta questo tipo di resistenza, esige che si partecipi, che ci adegui, che ci si metta in riga. Questa afflizione gli sembra una denuncia che si oppone allo stordimento delle coscienze. E lo è. Per questo gli afflitti diventano dei perseguitati a causa della giustizia.
«Giustizia» nel linguaggio dell’Antico Testamento è l’espressione della fedeltà alla Torah, la legge di Dio, la sua parola rivelata in maniera particolare nei dieci comandamenti. Nel Nuovo Testamento l’equivalente a questo è la fede: il credente è il giusto che percorre le vie di Dio, che segue la parola e l’esempio di Gesù e per questo ne soffre; umiliazioni, beffe e sarcasmi, ridicolizzazione, indifferenza, emarginazione sociale, avversioni e persecuzioni.
Eppure, agli afflitti viene promessa la consolazione, ai perseguitati il regno di Dio; è la stessa promessa fatta ai poveri in spirito. Le due promesse sono molto vicine: il regno di Dio – stare nella protezione della potenza di Dio e del suo amore – questa è la vera consolazione. E questa consolazione avrà la sua pienezza nell’aldilà: solo allora la persona che soffre verrà davvero consolata, solo allora le sue lacrime si esauriranno completamente, quando nessuna violenza potrà più minacciare lei e le persone impotenti di questo mondo.

«Beati coloro che sono nel pianto». Non ogni pianto in quanto tale è beato. Ci sono due grandi motivi per cui il pianto è detto beato. Primo motivo, piangere su se stessi; secondo motivo, piangere sugli altri. Diceva infatti un padre spirituale (Cromazio di Aquileia) «Beati coloro che si sforzano di cancellare con lacrime abbondanti i peccati di cui si sono macchiati, oppure coloro che non si stancano di espiare l’iniquità del proprio tempo e i delitti di quelli che sbagliano». In questa meditazione vediamo la prima forma di pianto, quella su se stessi. C’è un’afflizione malsana che avviene quando sono deluso da me stesso. È un dispiacere che nasce dallo scontento per aver mancato a un ideale di autoperfezione che mi sono dato. L’io, tutto rinchiuso e incentrato in se stesso, si rammarica perché non riesce ad essere come vorrebbe. Questo è un dolore nocivo che genera sensi di colpa, e può giungere fino ad infliggersi penitenze nel tentativo di ritornare a corrispondere all’ideale di noi stessi che ci siamo fatti. È un dolore che abbatte, che deprime, che non fa nascere nulla di nuovo. C’è, invece, un pianto benefico che è capace di rigenerare a una vita nuova. Questo pianto affiora sul viso dell’uomo quando nel suo cuore due cose si rendono presenti nello stesso momento, e quasi si toccano e si intrecciano tra di loro: il male commesso di cui finalmente si prende coscienza e il sentimento vivo dell’amore di Dio che abbraccia e perdona. Peccato e perdono, dolore e amore, lacrime di dolore e lacrime di gioia. Lacrime che portano in sé il dolore di un travaglio e fanno rinascere l’uomo, che finalmente si scopre avvolto dall’amore di Dio, e sa finalmente esclamare: «Quanto ci hai amato, o Padre buono, quanto ci hai amato!».
Nel silenzio, chiediamo al Signore la grazia di provare nel cuore dolore e amore, il dolore per i nostri peccati, e l’amore suo che mi abbraccia e mi salva.

Il secondo motivo del pianto è piangere sugli altri. Nel libro del profeta Ezechiele il Signore ordina a un uomo vestito di lino: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono». Il Tau diventa il simbolo di coloro che sono salvati, che non incombono nella punizione di Dio. Perché questi sono salvati? Perché sono coloro che non si lasciano trascinare dalla corrente ma soffrono per il male che vedono intorno a sé e per coloro che ne sono vittime. Questa beatitudine sembra quasi dire: “Beati coloro che non sono indifferenti… coloro che non sono assuefatti e il cui cuore sente ancora il dolore del male. Questa afflizione diventa resistenza, matura come libertà dinanzi al male e alle sue pressioni, anche quando questo conquista la maggioranza e chiede di pagare di persona.
Ma gli afflitti sono beati anche perché sono capaci di consolare le vittime del male. Il male semina dolore nella vita delle persone e il dolore vissuto nella solitudine diventa disumano e insostenibile. Con-solare significa allora essere con chi è solo con il suo dolore.  È, nel concreto, uno stare accanto, offrire la propria presenza, far sentire la nostra mano nella mano dell’altro. Ecco allora qual è l’opera di consolazione richiesta anche a ciascuno di noi; adoperarci affinché non esistano più lacrime che nessuno consola, solitudini in cui nessuno si fa compagno.
E, infine, beati sono coloro che si dispiacciono per il fatto che l’Amore non è amato, che soffrono perché il Signore non riceve nel mondo che indifferenza e avversione.
Chiediamo nel silenzio che il Signore prenda il nostro cuore di pietra e ci doni un cuore di carne, capace di non assuefarsi al male e di essere vicino a chi soffre.


3° INCONTRO: Beati i miti perché avranno in eredità la terra
«Beati i miti, perché avranno in eredità la terra» è la terza beatitudine pronunciata da Gesù. Questa affermazione è praticamente la citazione del salmo 37: «I miti invece possederanno la terra». Nella Bibbia greca la parola praeis (mansueti-miti) è la versione del vocabolo ebraico anawim, con il quale venivano definiti i poveri di Dio. La terza beatitudine si riallaccia così alla prima (“beati i poveri in spirito…”) ma si amplia di significato se prendiamo in considerazione alcuni testi in cui compare la stessa parola. Nel Libro dei Numeri si legge: «Mosè era un uomo molto mansueto, più di chiunque altro sulla terra» (Nm 12,3). Chi è il mite nell’AT? È il giusto (zaddiq), colui che davanti al successo e allo strapotere dei malvagi non si lascia vincere dalla gelosia o dalla collera, non si lascia tentare dall’agire come loro, non si vendica ricorrendo alla violenza, ma persevera nella sua adesione a Dio, nella sua attesa piena di fede. Nel Vangelo di Matteo Gesù afferma: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Cristo è il nuovo, l’autentico Mosè, il mite per eccellenza (questo è il pensiero fondamentale sotteso a tutto il Discorso della Montagna) – in lui si rende presente quella pura bontà che si addice proprio a Colui che è grande, che esercita il dominio.
Un altro testo fa da allaccio tra l’AT e il NT. Nel profeta Zaccaria troviamo la seguente promessa di salvezza: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile (mansueto), cavalca un asino… annunzierà la pace alle genti» (Zc 9,9). Qui viene annunciato un re povero, uno che non regna per mezzo del potere politico e militare. La sua natura più intima è l’umiltà e questa lo oppone ai grandi re del mondo, egli giunge cavalcando un’asina – la cavalcatura dei poveri, immagine contrastante con i carri da guerra che egli esclude: egli non è un messia bellicoso, è il re della pace.
La mitezza di Cristo non è stata per lui solo un discorso programmatico, uno slogan elettorale (visto che siamo in tempo di elezioni!) perché Gesù l’ha sempre vissuta in tutta la sua vita, fino alla sua passione e morte, quando «insultato non rispondeva con insulti, maltrattato non minacciava vendetta» (1 Pt 2,23). È in questo senso che Matteo afferma che in lui si compiono le parole di Isaia sul Servo del Signore: «Egli Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta» (Mt 12,19-20). Egli è discreto, non pretende di imporre la sua presenza.
Proprio per aver vissuto la mitezza Gesù l’ha richiesta ai discepoli, con l’autorevolezza di chi mette in pratica fino all’estremo ciò che domanda agli altri e noi siamo chiamati a far propria la mitezza di Cristo; mitezza che nasce dalla rinuncia al desiderio di potere, all’accantonamento delle pretese, del successo, della ricchezza, al dire no alla violenza, all’aggressività. Ecco i suoi precetti sulla mitezza: «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra… Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui  giusti  e  sugli  ingiusti» (Mt 5,38.44). Gesù chiede così di spezzare la catena infernale dell’odio e della violenza. Il discepolo di Gesù non deve rispondere alla violenza con la violenza, al male con il male, all’odio con l’odio, ma con l’amore, la preghiera e la benedizione. La mitezza richiesta da Gesù è una virtù che esige grande forza d’animo e un completo dominio di se stessi: è la virtù dei forti, è la «violenza dei pacifici» (frere Roger Schutz)! A chi vive questa beatitudine è legata la promessa di ricevere in eredità la terra. Che cosa significa? Non la proprietà terriera ma il luogo in cui Dio si rende presente pienamente perché trova un popolo disponibile ad accoglierlo e a farlo regnare – lui re della mitezza – su di lui. La terra che erediteranno i miti sarà quella nella quale Dio sarà lodato e nella quale vi sarà perfetta giustizia, il regno in cui Dio regna.

Fermiamoci in questa meditazione a contemplare la mitezza di Cristo perché tale mitezza sia trasferita dalla sua vita nella tua, perché da grazia sua diventi tua virtù, una mansuetudine da portare nelle situazioni che in ogni giorno ti troverai a vivere. Così Cristo vivrà in te e continuerà ad essere presente in questo mondo per mezzo di te. Chi non vive momenti di conflitto, situazioni in cui l’ira d’un tratto si scatena, relazioni che mettono a dura prova la pazienza? Gesù non ignora le fatiche della vita eppure osa affermare «Beati i miti» e dicendo queste parole non annuncia solo una virtù da vivere, un compito lasciato alla nostra buona volontà, ma infonde una grazia da ricevere: egli chiede di unirsi al suo cuore mite e umile perché anche il tuo cuore diventi mite e umile. Gesù è il modello della mitezza, se guardi alla sua vita vedrai che egli non impone con la forza la Verità, non piega con il potere la volontà dell’uomo, non costringe al bene e non risponde al male con il male, non dà spazio all’ira nel suo cuore, neanche quando, durante la sua atroce passione, viene investito fino alla morte dalla malvagità umana. Egli resiste alla tentazione della violenza, anche quando ricorrere ad essa parrebbe cosa legittima. Gesù ha fatto della mitezza e della non violenza il segno della vera grandezza. Dopo Cristo, la grandezza non consiste più nell’elevarsi sopra gli altri, ma nell’abbassarsi per servire ed elevare gli altri. Se il mondo esalta il sacrificio del debole a favore del forte, Cristo esalta il sacrificio del forte a favore del debole. Dopo Cristo, la grandezza non sta più nel rispondere alla violenza con una violenza maggiore, alla vendetta con una vendetta più grande, alla prepotenza con una sopraffazione maggiore. Se il mondo esalta chi pur di farsi grande sgomita con violenza sugli altri, Cristo esalta chi con mitezza e sa fare spazio all’altro.
Nel silenzio, pensando alle situazioni di conflitto della tua vita, chiedi a Dio il dono della mansuetudine del cuore perché ogni tuo atteggiamento sia un riflesso del suo.

Chi è mite non rinuncia alla lotta per debolezza, per paura o per rassegnazione. Anzi, la mitezza vuole essere un seme di pace piantato nel terreno dello scontro. Ma nessuno può essere mite senza la rinuncia interiore alla vanagloria, alla cupidigia dei beni e all’orgoglio: nessuno può essere mite se non mette il proprio “io” da parte. Chi desidera affermare se stesso non potrà essere mite. La mitezza evangelica che la terza beatitudine ci propone è un dono divino che il Signore vuole far fiorire nel tuo cuore come amore per l’altro, perdono, rigetto della violenza, fiducia nel giudizio di Dio. Egli desidera formare in te l’immagine di Gesù e fare di te una persona mite è paziente, benigna, benevola, docile, buona, dolce, mansueta, clemente, affabile, umana e gentile. Quanto bisogno ne ha questo mondo di una tale presenza all’interno di una società che si è fatta crudele, dura, spietata e offensiva. Sant’Ignazio di Antiochia suggeriva ai cristiani del suo tempo, nei confronti del mondo esterno, questo atteggiamento sempre attuale: «Davanti alla loro ira siate miti; di fronte alla loro arroganza siate umili». Se infatti non testimoni il vangelo nella mitezza, allora anche il contenuto del vangelo sarà contraddetto dalla tua condotta. Se sarai mite, per te è la promessa della terra. Non solo la terra definitiva che è la vita eterna, ma quella terra che sono i cuori degli uomini. I miti conquistano la fiducia, attirano gli animi. Diceva San Francesco di Sales, il santo della mitezza e della dolcezza: «Siate più dolci che potete e ricordatevi che si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto». Gesù dice: «imparate da me che sono mite e umile di cuore». La vera mitezza si decide lì, nel cuore, perché è nell’intimo dell’uomo che si scatenano le più grandi esplosioni di violenza, le guerre e le liti. Non c’è solo una violenza delle mani, c’è anche una violenza dei pensieri.


4° INCONTRO: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati
«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» è la quarta beatitudine sulla quale ci fermiamo a meditare stasera. Questa è la versione di Matteo, mentre in Luca suona così: «Beati voi che avete fame perché sarete saziati». Partiamo da questa seconda versione. Come si fa a proclamare beati gli affamati, in un mondo che ancora annovera milioni di persone e di bambini che muoiono di fame, mentre altri si riempiono di cibo fino a rovinarsi la salute e gettare tonnellate di cibo nella spazzatura? È un’indignazione più che giusta ed è condivisa da Gesù stesso, che a quella beatitudine fa seguire subito un “guai”: «Ma guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame». Gesù ha pronunciato la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31) proprio per denunciare questa situazione. Gli affamati delle beatitudine lucane non sono una categoria di poveri diversa dai poveri menzionati nella prima beatitudine. Sono gli stessi poveri considerati nell’aspetto più drammatico della loro condizione: la mancanza di cibo. Parallelamente, i “sazi” sono i ricchi che nella loro prosperità possono soddisfare non solo il bisogno, ma anche la voluttà del mangiare. Anche la parabola del ricco epulone considera povertà e ricchezza sotto l’angolatura della mancanza o sovrabbondanza di cibo: il ricco «banchettava ogni giorno lautamente»; il povero bramava invano di «sfamarsi con quello che cadeva dalla mensa del ricco». Il contrasto continua, rovesciato, nell’aldilà: un tempo Lazzaro desiderava sfamarsi almeno con le briciole che cadevano dalla mensa del ricco; ora è il ricco che implora da Lazzaro alcune gocce d’acqua per placare la sua sete. La parabola però non spiega solo chi sono gli affamati e chi i sazi, ma anche e soprattutto perché i primi sono dichiarati beati e i secondi sventurati. Il ricco epulone e tutti gli altri ricchi di cui Gesù parla nel vangelo non sono condannati per il semplice fatto di essere ricchi, ma per l’uso che fanno o non fanno della loro ricchezza. La ricchezza e la sazietà tendono a racchiudere l’uomo in un orizzonte terreno, perché «dove è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Lc 12,34); distraggono il cuore portandolo a ingolfarsi di piacere e lo rendono indisponibile ad accogliere il seme della Parola di Dio (cf. Lc 21,34); gli fanno dimenticare che la notte seguente potrebbe essergli chiesto conto della sua vita (Lc 16,19-31). Il ricco è sventurato perché la ricchezza gli rende l’entrata nel regno «più difficile che per un cammello passare per la cruna di un ago» (Lc 18,25).

Nella parabola del ricco epulone Gesù fa intendere che ci sarebbe, per il ricco, una via d’uscita: quella di ricordarsi di Lazzaro alla sua porta e condividere con lui il suo lauto pasto. Il rimedio è di farsi «amici poveri con le ricchezze». La sazietà però anestetizza lo spirito e rende difficile imboccare questa strada e questo spiega il perché del “guai” rivolto ai ricchi e ai sazi. Un “guai” che nasce anch’esso da amore e che, più che un “maledetti!”, è un “attenti!”. Il miglior commento alla beatitudine dei poveri e degli affamati è quello che dice Maria nel Magnificat: «Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi» (Lc 1,51-53). Ora, guardando alla storia, non pare ci sia stata una rivoluzione sociale per cui i ricchi sono impoveriti e gli affamati sono stati saziati di cibo. Il rovesciamento è avvenuto, ma nella fede! In Gesù si è manifestato il regno di Dio, e questa cosa ha provocato una silenziosa ma radicale rivoluzione. Come se si fosse scoperto un bene che, di colpo, ha svalutato la moneta corrente. Si è rivelata infatti una nuova ricchezza, come dice san Giacomo: «Dio ha scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno» (Gc 2,5).

Il più grande peccato contro i poveri e gli affamati è forse l’indifferenza, il far finta di non vedere, il «passar oltre, dall’altra parte della strada» (cf. Lc 10,31). Come disse San Giovanni Paolo II, ignorare la sofferenza dei poveri significa «assimilarci al ricco epulone che fingeva di non conoscere Lazzaro». Noi tendiamo a mettere dei doppi vetri tra noi e i poveri. L’effetto dei doppi vetri è che impedisce il passaggio del freddo e dei rumori, stempera tutto, fa giungere tutto attutito, ovattato. E infatti vediamo i poveri muoversi, agitarsi, urlare dietro lo schermo televisivo, sulle pagine dei giornali, ma il loro grido ci giunge come da molto lontano. Non arriva al cuore, o vi arriva solo per un momento. La prima cosa da fare dunque nei confronti dei poveri è rompere i doppi vetri, superare l’indifferenza, l’insensibilità, gettare via le difese e lasciarci invadere a una sana inquietudine a causa della miseria spaventosa che c’è nel mondo. Siamo chiamati a condividere il sospiro di Cristo: «Sento compassione per questa folla che non ha niente da mangiare».




Nella versione del vangelo di Matteo questa beatitudine non parla di fame materiale, ma di fame e sete «di giustizia». Fame e sete possono anche diventare segno di bisogni spirituali. Per questo nelle Sacre Scritture leggiamo espressioni come: «fame di ascoltare le parole del Signore» (Am 8,2), «sete del Dio vivente» (Sal 42,3), «fame di sapienza» (Pr 9,1-5). Proprio questa esperienza di fame e di sete può essere cantata dal profeta Isaia: «Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia» (Is 62,1). Chi crede ha fame, ha sete, ha desiderio che la giustizia di Dio, quella che rende a ogni uomo la sua dignità di figlio e di fratello, sia instaurata nella comunità umana. Ciò è ribadito anche dal comandamento di Dio e del prossimo, amori inseparabili, due facce della stessa medaglia. Come non è possibile amare Dio che non si vede senza amare il fratello che si vede (cf. 1 Gv 4,20), così non è possibile partecipare della vita di Dio senza collaborare con la sua volontà che la giustizia si compia sulla terra, tra gli uomini. Stare dalla parte degli affamati e dei poveri rientra tra le opere di giustizia e sarà anzi, secondo Matteo, il criterio in base al quale avverrà alla fine la separazione tra i giusti e gli ingiusti. È l’amore del prossimo dunque che deve spingere gli affamati di giustizia a preoccuparsi degli affamati di pane. Gesù ha espresso tutto questo con parole che non necessitano di commento: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,7-8). Chiediamo nel silenzio il dono della fede perché anche il nostro cuore si apra al desiderio di giustizia per ogni uomo.



Circa la parola «giustizia», c’è un brano molto importante nel discorso della montagna che dice: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Vi è indicata una priorità per la nostra vita: cercare anzitutto e più di ogni altra cosa il regno di Dio e la sua giustizia: questa ricerca equivale alla fame di giustizia, la quale esige che il Regno venga, si faccia realtà, che Dio regni sui credenti nel mondo. Cercare la giustizia significa dunque per il cristiano sforzarsi di compiere la volontà di Dio sulla terra così come avviene nel cielo. Su questa giustizia del cristiano, Gesù nel discorso della montagna fornisce due avvertimenti più particolareggiati: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20). Non basta un’adesione formale e apparente, la giustizia che il Signore ci chiede deve calare nel cuore. Non basta non uccidere una persona, occorre anche non nutrire sentimenti di odio; non basta non commettere adulterio, occorre avere un cuore puro; non basta amare quelli che ci amano, occorre amare anche il nemico.

L’altro ammonimento di Gesù riguarda lo stile con cui praticare la giustizia: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6,1). Gesù ci chiama all’amore, non per esibizione di noi stessi avendo come ricompensa l’ammirazione degli uomini, ma per restituire agli altri l’amore che abbiamo ricevuto in dono da lui.

5° INCONTRO: Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia
La quinta beatitudine nell’ordine di Matteo dice: «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia». Le beatitudini sono un autoritratto di Cristo e perciò ci invitano a porci una domanda: come ha vissuto Gesù la misericordia? Che cosa dice la sua vita su questa beatitudine?
Nella Bibbia, la parola misericordia (hesed) si presenta con due significati: 1) indica l’atteggiamento della parte più forte (nell’Alleanza, Dio stesso) verso la parte più debole e si esprime di solito nel perdono delle infedeltà e delle colpe; 2) indica l’atteggiamento verso il bisogno e la sofferenza dell’altro e si esprime nelle cosiddette “opere di misericordia”. C’è, per così dire, una misericordia del cuore e una misericordia delle mani. Nella vita di Gesù risplendono entrambe queste due forme. Egli riflette la misericordia di Dio verso i peccatori, ma si impietosisce anche di tute le sofferenze e i bisogni umani, interviene per dare da mangiare alle folle, guarisce i lebbrosi, libera gli oppressi. Dice l’evangelista: «Ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie» (Mt 8,17).
Nella nostra beatitudine, il senso prevalente è certamente il primo, quello del perdono e della remissione dei peccati. Lo deduciamo dalla corrispondenza tra la beatitudine e la sua ricompensa: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia», s’intende presso Dio che rimetterà i loro peccati. La frase: «Siate misericordiosi, com’è misericordioso il Padre vostro» viene spiegata subito così: «Perdonate e vi sarà perdonato» (Lc 6,36-37). Dice Sant’Agostino: «Sei un mendicante alla porta di Dio, ma c’è un altro mendicante davanti alla tua porta: quel che farai con il tuo mendicante, Dio lo farà con il suo».
È nota l’accoglienza che Gesù riserva ai peccatori nel vangelo e l’opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori della legge che lo accusavano di essere «un mangione e beone, amico dei pubblicani e peccatori» (Lc7,34). Ma Gesù risponde: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i peccatori lo ascoltavano volentieri. Ma chi erano questi peccatori? Gesù non nega che esista il peccato e che esistano i peccatori, non giustifica le frodi di Zaccheo o l’adulterio della donna. Il fatto di chiamarli “i malati” lo dimostra. Quello che Gesù condanna è di stabilire da sé qual è la vera giustizia (come facevano i farisei) e considerare tutti gli altri «ladri, ingiusti, adulteri», negando loro perfino la possibilità di cambiare. È significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo del pubblicano: «Disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18,9). Gesù era più severo con coloro che condannavano i peccatori, che verso i peccatori stessi.
Gesù giustifica la sua condotta verso i peccatori dicendo che così agisce il Padre celeste. Ai suoi oppositori egli ricorda la parola di Dio nei profeti: «Voglio la misericordia, non il sacrificio» (Mt 9,13). La misericordia verso l’infedeltà del popolo è il tratto più saliente del Dio dell’alleanza e riempie la Bibbia da un capo all’altro. Essere misericordiosi appare così, per la creatura, un aspetto essenziale del suo essere «a immagine e somiglianza di Dio». «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36) è una parafrasi del famoso: «Siate santi perché io, il Signore Dio vostro, sono santo» (Lv 19,2). Ma la cosa più sorprendente circa la misericordia di Dio è che egli prova gioia nell’aver misericordia. Conclude la parabola della pecorella smarrita dicendo: «Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,7). La donna che ha ritrovato la dramma smarrita grida alle amiche: «Rallegratevi con me». Nella parabola del figliol prodigo, poi, la gioia straripa e diventa festa, banchetto. Non si tratta di un tema isolato, ma profondamente radicato nella Bibbia. In Ezechiele Dio dice: «Io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva» (Ez 33,11). Michea dice che Dio «si compiace di manifestare il suo amore» (Mi 7,18) cioè, di avere misericordia.
Ma perché una pecora deve contare sulla bilancia quanto tutte le rimanenti messe insieme e a contare di più deve essere proprio quella che è scappata e che ha creato più problemi? Una spiegazione convincente l’ha data il poeta Charles Péguy. Smarrendosi, quella pecorella, come pure il figlio minore, ha fatto tremare il cuore di Dio. Dio ha temuto di perderla per sempre, di essere costretto a condannarla e privarsene in eterno. Questa paura ha fatto sbocciare la speranza in Dio e la speranza, una volta realizzatasi, ha provocato la gioia e la festa.
Che dire allora delle novantanove pecorelle giudiziose e del figlio maggiore? Ricordiamo cosa risponde il Padre al figlio maggiore: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,31). Essere sempre nella casa del Padre non è un merito, è un privilegio donato a chi impara a vivere da figlio e non da servo.

Nella beatitudine di questa sera Gesù ci dice: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia», e nel Padre nostro ci fa pregare così: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Dice anche: «Se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,15). Dobbiamo interpretare bene queste frasi, altrimenti potrebbero indurci a pensare che la misericordia di Dio verso di noi sia un effetto della nostra misericordia verso gli altri, e sia proporzionata ad essa. Come se Dio si adeguasse al nostro comportamento e alle nostre misure. Ma non può essere così, perché l’amore di Dio rimane sempre gratuito e incondizionato, e la grazia che egli ci dona non è legata alle nostre opere. La parabola dei due servitori (Mt 18,23ss) ci fornisce la chiave per interpretare correttamente il rapporto tra la misericordia di Dio e la nostra. Lì si vede come è il padrone che, per primo, senza condizioni, rimette un debito immenso al servo (diecimila talenti), ed è proprio la sua generosità che avrebbe dovuto spingere il servo ad avere pietà di colui che gli doveva la misera somma di cento denari.
Dobbiamo dunque avere misericordia perché per primi abbiamo ricevuto misericordia, perdonare agli altri perché per primi siamo stati perdonati da Dio; però, è anche vero che se non ridoniamo agli altri quello che abbiamo ricevuto, la misericordia di Dio non avrà effetto in noi e ci verrà ritirata, come il padrone della parabola la ritirò al servo spietato. La grazia di Dio previene sempre ed è essa che crea il dovere: «Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» scrive san Paolo ai colossesi (Col 3,13). Preghiamo il Signore nel silenzio perché conceda al nostro cuore di riconoscere quanto siamo amati dal Padre e quante volte il suo perdono ci ha risollevati dalle nostre colpe, e domandiamo la grazie di perdonare davvero, dal profondo del cuore, coloro che ci hanno fatto del male.

Ogni beatitudine ci tocca nel cuore e ci chiama a conversione. San Paolo esortava i colossesi con queste accorate parole: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3,12-13). Noi esseri umani – diceva sant’Agostino – siamo come vasi di creta che, solo sfiorandosi, si fanno del male». Non possiamo vivere insieme in armonia, nella famiglia come in ogni altro tipo di comunità, senza la pratica del perdono e della misericordia reciproca. Il perdono è per una comunità quello che è l’olio per il motore. Se ti metti in viaggio su un’auto che non ha neppure una goccia d’olio nel motore, dopo pochi minuti vedrai andare tutto in fiamme. Come l’olio, anche il perdono scioglie gli attriti. L’olio che dobbiamo mettere negli ingranaggi della vita sono soprattutto le parole buone. L’apostolo esortava i cristiani di Efeso: «Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano» (Ef 4,29). E nel libro dei Proverbi è scritto: «Una parola buona è un albero di vita, quella malevola è una ferita al cuore» (Pr 15,4). Una parola buona, di incoraggiamento, di pace, è un balsamo dei rapporti umani. Cerchiamo ora concretamente di individuare, tra i nostri rapporti con le persone, quello nel quale ci sembra più necessario far penetrare l’olio della misericordia, della bontà e del perdono, e versiamocelo silenziosamente, con abbondanza, dal profondo del cuore. Dove si vive così, nel perdono e nella misericordia reciproca, il Signore «dona la sua benedizione e la vita per sempre».


6° INCONTRO: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio

Chi ascolta la beatitudine: «Beati i puri di cuore», pensa istintivamente alla virtù della purezza, quasi che la beatitudine sia l’equivalente positivo e interiorizzato del sesto comandamento: «Non commettere atti impuri». In realtà, nel pensiero di Cristo, la purezza del cuore non indica una virtù particolare, ma una qualità che deve accompagnare tutte le virtù perché esse siano davvero delle virtù e non invece “splendidi vizi”. Il suo contrario più diretto non è l’impurità ma l’ipocrisia. Secondo il vangelo, quello che decide della purezza o impurità di un’azione – sia essa l’elemosina, il digiuno o la preghiera – è l’intenzione: cioè se è fatta per essere visti dagli uomini o per piacere a Dio. Diceva sant’Agostino: «Tutte le nostre azioni sono oneste e gradite alla presenza di Dio, se sono compiute con il cuore schietto. Non si deve considerare tanto l’azione che si compie, quanto l’intenzione con cui si compie». L’ipocrisia è il peccato denunciato con più forza da Dio lungo tutta la Bibbia e il motivo di ciò è chiaro. Con essa l’uomo declassa Dio, lo mette al secondo posto collocando al primo posto se stesso e il pubblico che lo ammira. Eppure, si dice nel primo libro di Samuele: «L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1 Sam 6,7). Coltivare l’apparenza più che il cuore, significa dare più importanza all’uomo che a Dio. Il giudizio di Cristo sull’ipocrisia è senza appello: «Hanno già ricevuto la loro ricompensa», una ricompensa, quella dell’ammirazione altrui, illusoria anche sul piano umano, perché la gloria, si sa, fugge chi la insegue e insegue chi la fugge». Aiutano a capire il senso della beatitudine dei puri di cuore anche le invettive che Gesù pronuncia nei confronti di scribi e farisei. Esse sono tutte incentrate sull’opposizione tra il “di dentro” e il “di fuori”, l’interiore e l’esteriore dell’uomo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità» (Mt 23,27-28). La rivoluzione realizzata in questo campo da Gesù è di una portata incalcolabile. Prima di Cristo, la purità era intesa in senso prevalentemente rituale e cultuale; consisteva nel tenersi lontani da cose, animali, persone o luoghi ritenuti capaci di contagiare negativamente e separare dalla santità di Dio. Gesù fa piazza pulita di tutti questi tabù. Anzitutto con i gesti che compie: mangia con i peccatori, tocca i lebbrosi, frequenta i pagani: tutte cose ritenute altamente inquinanti; poi con gli insegnamenti che impartisce: «Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro» E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo» (Mc 7,14-45.21-23). «Dichiarava così puri tutti gli alimenti», nota quasi con stupore l’evangelista. Contro il tentativo di alcuni giudeo-cristiani di ripristinare la distinzione tra puro e impuro nei cibi e in altri settori, la Chiesa apostolica ribadirà con forza: «Tutto è puro per puri» (Tt 1,15).

La purezza, intesa nel senso di continenza e castità, non è assente dalla beatitudine evangelica (tra le cose che inquinano il cuore Gesù pone anche, abbiamo sentito, «fornicazione, adulteri e impudicizia»); vi occupa però un posto limitato e, per così dire, secondario. È un ambito accanto ad altri in cui viene messo in rilievo il posto decisivo che occupa il «cuore», come quando dice che «chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,28).
Ora, il cuore puro apre la strada all’unione con Dio. Bisogna purificare il cuore da ogni legame malsano e da ogni male, in questo modo il cuore dell’uomo tornerà ad essere quella pura e limpida immagine di Dio che era all’inizio, e nella propria anima, come in uno specchio, la creatura potrà vedere Dio. Avere il cuore puro è il mezzo per giungere a vedere Dio. Quando il cuore ama Dio e il prossimo (cfr Mt 22,36-40), quando questo è la sua vera intenzione e non parole vuote, allora quel cuore è puro e può vedere Dio.

Abbiamo riflettuto nella meditazione iniziale che nel pensiero di Cristo la purezza di cuore non si oppone primariamente all’impurità ma all’ipocrisia, e quello dell’ipocrisia è il vizio umano forse più diffuso e meno confessato. L’uomo – ha scritto Pascal – ha due vite: una è la vita vera, l’altra quella immaginaria che vive nell’opinione, sua o della gente. Noi lavoriamo senza posa ad abbellire il nostro essere immaginario e trascuriamo quello vero. Se possediamo qualche virtù o merito, ci diamo premura di farlo sapere, cerchiamo in un modo o nell’altro di far parlare di noi. Questa tendenza è accresciuta dalla cultura attuale, dominata dai mass media, televisione e mondo dello spettacolo in genere, dove ciò che conta è l’apparire.
All’origine, il termine “ipocrisia” era riservato all’arte teatrale e significa semplicemente il “recitare una parte”. Questo ci aiuta a scoprire la natura dell’ipocrisia. Essa è fare della vita un teatro in cui si recita per un pubblico: è indossare una maschera, cessare di essere una persona e diventare un personaggio. Il personaggio, però, non è altro che la corruzione della persona. La persona è un volto, il personaggio una maschera. La persona è nuda, il personaggio è tutto abbigliamento. La persona ama l’autenticità e l’essenzialità, il personaggio vive di finzioni e di artifici. La persona obbedisce alla proprie convinzioni, il personaggio obbedisce al copione. La persona è umile e leggera, il personaggio è pesante e ingombrante.
Il richiamo all’interiorità della nostra beatitudine è un invito a non lasciarci travolgere da questa tendenza ad apparire che finisce per svuotare la persona. Chi vive di maschere, vive sempre e solo al cospetto degli uomini, perde se stesso per acquistarsi l’opinione altrui, ma non vive mai al cospetto di Dio, l’unico che guarda oltre le apparenze e scruta il cuore dell’uomo. Per questo san Francesco amava dire: «Quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più». Nel silenzio, depositiamo le nostre maschere ai piedi del Signore e chiediamogli in dono un cuore puro.

Parlando dell’ipocrisia, la cosa peggiore che si possa fare, è quella di servirsene solo per giudicare gli altri. È proprio a costoro che Gesù applica il titolo di ipocriti: «Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Mt 7,5). L’ipocrisia insidia soprattutto le persone pie e religiose, e il motivo di ciò è semplice: dove più forte è la stima dei valori dello spirito e della virtù, li è più forte anche la tentazione di ostentarli per non sembrarne privi. Cosa penserebbe la gente di me che sono tanto religioso, che vado sempre in chiesa, se non mi mostrassi così come dovrei essere? Se non sono fossi altezza degli standard di accettazione e di stima degli altri, magari anche quando il cuore vive la sua fatica e la sua fragilità? In realtà, l’ipocrisia più pericolosa è quella di nascondere la propria ipocrisia e sotterrare le proprie fragilità. Nessun uomo, se non Gesù stesso, è alieno da questo peccato. Eppure, è difficile trovare in un esame di coscienza la domanda: “Sono stato ipocrita? Mi sono preoccupato dello sguardo degli uomini su di me, più di quello di Dio?» Gesù ci ha lasciato un mezzo semplice e insuperabile per rettificare più volte al giorno le nostre intenzioni. Sono le prime tre domande del Padre nostro: «Sia santificato il tuo nome. Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà». Possiamo recitarle come preghiere, ma anche come dichiarazione di intenzioni: tutto quello che faccio, voglio farlo perché sia santificato il tuo nome, perché venga il tuo regno, perché sia fatta la tua volontà. Allora, la purezza diventa trasparenza della persona, omogeneità tra l’interno e l’esterno, corrispondenza tra la parola e il pensiero, tra i gesti e le intenzioni. Da questa armonia dell’insieme, da questa trasparenza, filtra la luce di Dio che inonda la persona e le fa sperimentare la pace e la gioia. Nel silenzio, chiediamo al Signore di non aver paura delle nostre fragilità e delle nostre contraddizioni. Il suo amore per noi non viene mai meno, questa è la nostra forza.

Entriamo nell’ultimo momento della nostra preghiera. Rivolgiamoci al Padre lasciandoci aiutare da San Francesco che in una sua Ammonizione sulla purezza del cuore dice:  Ammonizioni dice: «Veramente puri di cuore sono coloro che disprezzano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere sempre il Signore Dio, vivo e vero, con cuore e animo puro». Le «cose terrene» che i puri di cuore devono disprezzare non sono per Francesco le realtà visibili, ma ogni modo di essere, di pensare e di agire estraneo o contrario alla santità di Dio. Ha il cuore puro chi vive un rapporto di piena sintonia con il Padre, chi vive in sé i sentimenti, i pensieri e le azioni di Gesù, chi può dire con san Paolo: «Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me».


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