lunedì 5 luglio 2021

La superbia e l’anima: la buona battaglia della fede

 

Commento del Vangelo della XIV Domenica del TO, anno B – 4 luglio 2021


Dal Vangelo secondo Marco (6,1-6)

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.



Commento a cura di Elisabetta Corsi da Fermo

«Voi siete già sazi, siete già diventati ricchi; senza di noi, siete già diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all'ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo dati in spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini.» (1Cor. 4, 8-9)

La superbia

Come leggiamo in S. Paolo, il peccato primo e più grave dell’uomo è la superbia. Affaccendata in una esistenza superficiale, la superbia corre affannosamente per i sentieri dei nostri pensieri, si arrampica sulle pareti scoscese di ogni nostro vano affaticamento e incita alla fretta. Nel richiamarci verso le vette del mondo, vuole che il nostro sguardo interiore non guardi all’anima. Questa, languente e anelante il Cielo, continua a sperare di assediare la roccaforte del superbo inganno e ritornare in patria.

Vincere la battaglia

Tutta la liturgia di questa XIV domenica del Tempo Ordinario ripete all’anima in battaglia una semplice verità: la superbia non potrà vincere. Nella prima lettura, dice Ezechiele: ἐξῆρέν με καὶ ἔστησέν με ἐπὶ τοὺς πόδας μου (exéren me kai éstesen me epi tous pòdas mou), ovvero: «mi sollevò e mi fece stare dritto sui piedi». Il profeta, entrato nel mistero di Dio diviene profondamente consapevole del fatto che non può reggersi in piedi senza lo Spirito. L’anima allora diventa consapevole che non riuscirebbe a muovere un dito senza il soffio di Dio, senza sentire la vita del Vivente scorrere nelle sue vene. Forte di questa verità, sferra un colpo alla superbia che cade, vinta, al suolo.

Increduli

Ma per vincere, l’anima ha bisogno di credere. Noi, invece, patria del Cristo, sua Chiesa terrestre, siamo Nazaret incredula e lontana, che non si meraviglia, che non guarda all’esistenza con sguardo innamorato. Troppo indaffarata e orgogliosa, la nostra «vita si sdraia alle cose», come scrive Rebora nella poesia O pioggia feroce. Tutto diventa banale al nostro sguardo, nulla più ci meraviglia e non riusciamo a capire che istante per istante Dio prepara per noi un’esistenza terribilmente bella e che l’unico sforzo che possiamo fare è dire, sì, Signore. Ma, no, Signore, siamo ancora increduli.

Credenti

Cosa fai, allora, Padre Celeste, di fronte a questa nostra incredulità? Continua così, di rimando alla domanda, la poesia di Rebora: «mentre l’Eterno, in martirio di prove/ ci sembra spontanea purezza del vero/ […] tu operi come la morte/ dove immortale è il pensiero». L’amore trinitario percorre il martirio della via crucis, si carica di ogni nostra offesa alla carità, si consuma in tutte le nostre imperfezioni e glorifica la nostra vita e la libera dalla mortale dispersione. Perché, infine, possiamo cogliere la spontanea purezza della sua Verità. 


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