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sabato 26 ottobre 2019
Commento al Vangelo della XXX Domenica del TO anno C, 27 ott 2019
Cultori di Dio o del proprio “io”?
TESTO (Lc 18, 9-14) In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
COMMENTO
A quale Dio si rivolgono questi due uomini che pregano insieme al tempio? Apparentemente allo stesso Dio, ma se esaminiamo bene i due atteggiamenti potremmo dire che il fariseo sta rendendo un culto non al suo Dio ma a se stesso, al proprio “io”, alla propria immagine di buon osservante della legge ebraica. Egli difende una sua giustizia che presume di meritare per il semplice fatto di osservare delle prescrizioni, ma senza entrare in un rapporto personale col Signore e di contemplazione della bontà del suo cuore di Padre.
L’evangelista difatti racconta questa parabola proprio “per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri”, ed è ovvio che il suo sguardo è diretto proprio ai farisei ai quali aveva già detto in altra occasione: “Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini ma Dio conosce i vostri cuori”.
Anche i profeti dell’Antico Testamento avevano lamentato che la religiosità degli ebrei era troppo esteriore, troppo ipocrita, cioè senza cuore. Pensiamo solo a cosa disse il profeta Isaia (29,13): “Dice il Signore: «Poiché questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani”.
Il culto esteriore, senza un coinvolgimento della vita, significa mettersi sullo stesso piano di Dio, pensare di essere giusti e degni di salvezza come contropartita della propria presunta osservanza della legge. Il pubblicano invece, il peccatore pubblico, sa di non poter contare su meriti propri, entra nel tempio e invoca la pietà, cioè la bontà di Dio. Qui è in gioco la differenza tra due modi di vivere il rapporto con Dio. Quello del fariseo, che parte da se stesso e si riduce all’idolatria del proprio io, perché non tiene per nulla in conto tutto quello che Dio è e ha fatto per lui. Quello del pubblicano che invece parte dalla bontà, dalla pietà di Dio invocata umilmente sulla propria vita.
Il Signore al termine della parabola mette in guardia ciascuno di noi: “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Per quanto effettivamente i comportamenti e le azioni possono essere diversi, ciò che salva e giustifica sarà sempre l’apertura del cuore al Dio di ogni misericordia, perché dinanzi a tanta benevolenza di Padre ci si dovrà sempre sentire, almeno in parte, gioiosamente in debito!
sabato 30 marzo 2019
Fratelli spreconi
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo secondo
Luca (15,1-3.11-32) – IV domenica di Quaresima
In quel tempo, si
avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei
e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con
loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il
più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi
spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio
più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là
sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto,
sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel
bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella
regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto
saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.
Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in
abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò:
Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere
chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da
suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
COMMENTO
I pubblicani e i peccatori
percepivano simpatia da parte di Gesù, intuivano che in lui c’era un uomo che
li aspettava a braccia aperte, non per giudicarli ma per provare a ridar loro
dignità, e il senso del calore di un padre e della tenerezza di una madre.
Notate: in questa parabola non compare nessuna figura femminile. Forse perché
questo padre è talmente padre da essere anche madre. Se è vero che la paternità
rappresenta la norma e la maternità la tenerezza dell’accoglienza, possiamo
dire che la figura di Dio Padre che ci viene dipinta in questo racconto è così
oltre lo schema umano da contenere in se allo stesso tempo l’ideale della
paternità e della maternità.
sabato 23 marzo 2019
Un tempo per ogni cosa
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo
secondo Luca (13,1-9) – III domenica di Quaresima
In
quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei,
il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici.
Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più
peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se
non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone,
sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più
colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi
convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva
anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua
vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo:
“Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne
trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli
rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno
e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo
taglierai”».
COMMENTO
Gesù si trova ad essere interrogato su due
eventi tremendi che hanno sconvolto rispettivamente la Galilea e la Giudea
(Gerusalemme in particolare), due eventi con cause diverse: nel primo caso si
tratta della pura cattiveria umana, nel secondo di quella che noi normalmente
chiamiamo fatalità, anche se non dovremmo credere al fato cosi come lo
intendevano gli antichi greci, cioè di una sorte già decisa a priori.
sabato 16 marzo 2019
Un cuore … e tre capanne
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo
secondo Luca (9,28-36
In quel tempo,
Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre
pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e
sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi
nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a
Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando
si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre
questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi
essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa».
Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e
li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube
uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto;
ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non
riferirono a nessuno ciò che avevano visto
COMMENTO
Il Vangelo di Domenica scorsa ci ha
raccontato le tentazioni di Gesù nel deserto, anteprima di tutte le
incomprensioni degli uomini verso la sua missione di salvezza che passa
attraverso un totale e fiducioso abbandono al Padre. Il Vangelo di questa II
Domenica di Quaresima ci racconta, invece, una piccola anteprima della vittoria
finale di Gesù, quando ritornerà nella gloria di Dio Padre, quel Padre che
addirittura interviene con la sua voce per invitare i suoi tre discepoli ad
ascoltare la sua parola. Si tratta della Trasfigurazione, tradizionalmente
collocata sul monte Tabor, monte che però non compare mai nella geografia del
Vangelo.
venerdì 8 marzo 2019
Il percorso della figliolanza
di fra Damiano Angelucci
Dal
Vangelo secondo Luca (4,1-13) – I domenica di Quaresima
In
quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era
guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo.
Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora
il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi
pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il
diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra
e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata
data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a
me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo,
adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo
condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se
tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli
darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti
porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”».
Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio
tuo”».
Dopo
aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento
fissato
COMMENTO
Quante e quali devono essere state le
sollecitazioni del diavolo nei confronti di Gesù nel deserto! Noi conosciamo
solo quelle … “quando furono terminati [i quaranta giorni]” e che probabilmente
Gesù stesso ha raccontato ai suoi discepoli, altrimenti San Luca non avrebbe
potuto riferircele.
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sabato 2 marzo 2019
Un cuore diverso per uno sguardo diverso
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,39-45) – VIII domenica del tempo
ordinario
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».
COMMENTO
Chi
è l’uomo buono che produce frutti buoni? Chi è l’uomo buono che ha nel cuore un
tesoro di cose buone? Secondo quello che dice lo stesso Gesù al giovane ricco:
“Dio solo è buono!” Dunque buono in senso proprio è solo Dio,
Padre-Figlio-Spirito Santo. Allora ogni uomo può essere buono a condizione che
accolga nel cuore lo spirito di Dio, cioè la presenza di Gesù risorto e vivo.
Il tesoro di cose buone da custodire è esattamente la sua Parola, il suo
esempio, la sua Grazia sacramentale, il suo spirito di amore.
sabato 16 febbraio 2019
Un invito da non perdere
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,17.20-26) – VI Domenica del tempo ordinario
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo
pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da
tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
COMMENTO
È il discorso
della montagna sul terreno pianeggiante. L’evangelista Luca vede in quel luogo
una distesa pianeggiante accessibile al mondo intero, in cui ciascuno può trovare
accesso alla beatitudine, alla pace che è la vita con Dio. Infatti chi
pronuncia questo discorso è Gesù di Nazaret, e questo non è affatto
indifferente. Lui proclama beati i poveri, gli affamati, coloro che piangono
perché Lui stesso, vero Dio, si è fatto uomo per condividere le nostre lacrime,
per fare l’esperienza della povertà e della sofferenza umana, per poi trasformarla
in gioia eterna.
domenica 3 febbraio 2019
L’essenziale dentro l’umano
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4,21-30) – IV domenica del tempo
ordinario
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
COMMENTO
Cosa direste se il figlio del vostro
vicino di casa, o di un vostro collega di lavoro, cominciasse a dire che lui è
il salvatore del mondo! Sconcerto, o forse e soprattutto derisione e
compassione per la precoce e grave forma di demenza. Ma per gli ebrei di
Nazaret l’affermazione di Gesù di essere il compimento della profezia di Isaia,
in sostanza di essere il messia, suonò come una vera bestemmia. Proprio lui che
in fondo era il manovale e figlio di un carpentiere doveva essere il liberatore
di Israele e di tutte le nazioni? Una vera follia.
sabato 26 gennaio 2019
Pronti, attenti, … via!
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo secondo Luca (1,1-4;
4,14-21) - III domenica del tempo ordinario
Poiché molti hanno
cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo
a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da
principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare
ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un
resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti
conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù
ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in
tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a
Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella
sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il
rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del
Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai
prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno
di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga,
gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si
è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
COMMENTO
Gesù di Nazaret inizia da qui
ufficialmente la sua missione pubblica. Secondo l’evangelista Luca che si cura
di compiere accurate ricerche sulla vita e sui gesti di Gesù fin dagli inizi,
l’attesa di quel profeta annunciato da Isaia tanti secoli prima è ormai finita.
Gesù di Nazaret ora è consapevole che non può più nascondersi, la sua umiltà
non può condurlo a ritardare la sua entrata in campo. Lo spirito del Signore è su di lui, è
all’opera, la profezia è compiuta, ma rimane da propagarne nell’umanità gli
effetti. Perché Gesù non vuole vincere il male in noi senza di noi, senza il
nostro assenso.
sabato 19 gennaio 2019
L'inizio delle trasformazioni
di fra Damiano Angelucci
Dal
Vangelo secondo Giovanni (2, 1-11) – II domenica del tempo ordinario
In
quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di
Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare
il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose:
«Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai
servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra
per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a
centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le
riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a
colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato
l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva
da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò
lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e,
quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte
il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni
compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in
lui
COMMENTO
A volte è sufficiente che una sola
coscienza si alzi dal torpore generale perché accada o riaccada una bella
novità. Quel giorno a Cana il pranzo di matrimonio stava diventando una mezza
tragedia ma qualcuno tra gli invitati ha quanto meno posto all’attenzione di
Gesù quello che stava succedendo. Anche nelle nostre famiglie spesso non sono
necessari chissà quali gesti eroici per riportare il sereno, perché a volte
basta la delicatezza di un’intuizione, e questo normalmente è caratteristico
delle mamme; basta un pizzico di sensibilità e attenzione ai particolari, la
capacità di aprire uno spiraglio alla luce in una situazione ormai del tutto
compromessa.
sabato 29 dicembre 2018
Sottomesso a Dio e agli uomini
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo
secondo Luca (2,41-52)
I
genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua.
Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa.
Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo
Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo
che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero
a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in
cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in
mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che
l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al
vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto
questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro:
«Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre
mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e
venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose
nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli
uomini.
COMMENTO
Nel brano di quest’oggi è evidente il
connubio tra due parole: Gesù e Gerusalemme; è una profezia sul destino di
questo fanciullo, qui appena dodicenne, che nella città santa di Davide dovrà
portare a termine la sua missione di salvezza. L’incomprensione degli uomini
che lo porterà alla morte di croce viene in qualche modo pre-annunziata dallo
stupore dei maestri del tempio e dallo stupore dei suoi stessi familiari che lo
ritrovano dopo tre giorni di cammino a ritroso, alla sua ricerca. Proprio in
Gerusalemme Gesù si consegnerà nelle mani del Padre, e il sigillo del
compimento della sua missione saranno proprio le sue stesse ultime parole:
“Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”.
sabato 22 dicembre 2018
Maternità del cuore
di fra Damiano Angelucci
Dal
Vangelo secondo Luca – IV Domenica di Avvento
In
quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una
città di Giuda. Entrata
nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il
saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di
Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il
frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da
me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha
sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto
nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
COMMENTO
Grande il merito della Vergine Maria per
aver dato carne al Figlio di Dio, ancor più grande il suo merito per aver
creduto alla sua Parola. Questo è quello che dice anche Gesù nel vangelo quando all’esclamazione di
stupore di una donna di mezzo la folla “«Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha
allattato!». Egli stesso rispose: «Beati piuttosto coloro che ascoltano
la parola di Dio e la osservano!». (Lc 11,27-28)
sabato 8 dicembre 2018
Le solite buche da tappare
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo
secondo Luca (3,1-6) – II domenica di Avvento
Nell’anno
quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era
governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo
fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca
dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su
Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del
Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,
com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce
di uno che grida nel deserto:
Preparate
la via del Signore,
raddrizzate
i suoi sentieri!
Ogni
burrone sarà riempito,
ogni
monte e ogni colle sarà abbassato;
le
vie tortuose diverranno diritte
e
quelle impervie, spianate.
Ogni
uomo vedrà la salvezza di Dio!»
COMMENTO
In quel lontano anno così dettagliatamente
indicato dall’evangelista Luca la parola di Dio venne su un uomo che, buon per
lui e per noi, non era sordo. Giovanni, figlio di Zaccaria, “visse in regioni
deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele” (Lc 1,80) e in
quello spazio libero dai frastuoni e dalle luci del mondo la parola di Dio
trovò accoglienza nella sua vita.
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sabato 1 dicembre 2018
Una salvezza “nuvolosa”
di fra Damiano Angelucci
Dal
Vangelo secondo Luca (21,25-28.34-36) – I Domenica di Avvento
In
quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella
luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore
del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa
di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno
sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande
potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e
alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi
stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e
affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come
un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia
di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza
di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio
dell’uomo».
COMMENTO
Per gli ebrei la salvezza passò dal
mare, tramite il mar Rosso per la precisione; per i discepoli del Messia Cristo
Gesù la salvezza passerà tramite il cielo, perché è scritto che sulle nubi
verrà il Figlio dell’uomo, personaggio annunciato dal profeta Daniele per la
venuta definitiva del Regno di Dio, di cui abbiamo parlato proprio domenica
scorsa. Quel figlio dell’uomo è però il Dio fatto uomo, è proprio il figlio di
Dio che si è reso figlio di un uomo per riportare tutti i figli di questa
umanità nella figliolanza divina.
sabato 24 novembre 2018
Un amore che vince
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo secondo
Giovanni (18,33-37) – Solennità di Cristo Re dell’universo
In
quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose:
«Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono
forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me.
Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo;
se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto
perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora
Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re.
Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare
testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
COMMENTO
Gesù ha appena concluso la più lunga e più
importante preghiera che i 4 vangeli ci riportano (cfr Giovanni 17) nella quale
prega il Padre perché gli uomini siano salvi dallo spirito del mondo e possano
contemplare la sua Gloria infinita. Ora Gesù si trova proprio dinanzi a un re
di questo mondo, Pilato. Gesù però non si mette in competizione ma indica un
Regno diverso, che appunto non è di questo mondo ma che tuttavia non ne è
estraneo.
sabato 17 novembre 2018
Chi guida la nave?
di fra Damiano Angelucci
Dal
Vangelo secondo Marco (13,24-32) – XXXIII domenica del tempo ordinario
In
quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella
tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle
cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora
vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria.
Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti,
dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico
imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le
foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere
queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico:
non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la
terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o
a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il
Padre».
COMMENTO
Scriveva un filosofo dell’800: «La nave è
in mano al cuoco di bordo. E ciò che trasmette il megafono del comandante non è
più la rotta ma ciò che mangeremo domani». Chissà cosa direbbe oggi questo
pensatore! Senza andare tanto lontano ma fermandoci ad ascoltare i nostri
vicini, parenti e amici, capiamo che non interessa andare a fondo nella
comprensione di ciò che stiamo vivendo, della direzione che stiamo dando alla
nostra vita, alla nostra società, e soprattutto della direzione che altri
stanno dando al nostro tempo.
Proprio perché siamo interessati
soprattutto a quello che si mangerà, non siamo attenti ai segni dei tempi, a
quella pianta di fico il cui ramo tenero annuncia imminente l’estate. Ci è
risparmiato indovinare quale sarà il giorno ultimo del giudizio finale in cui
Cristo tornerà a giudicare i vivi e i morti, tanto più che neppure Gesù ha
detto di conoscerlo; ma quanto meno in tanti eventi e situazioni riceviamo
segni ben più eloquenti di un ramo di fico che preannuncia cambio di stagione;
dovremmo avvertire la temporaneità e l’instabilità delle tradizionali certezze.
Il grande gestore di fondi di investimento Soros diceva che per l’uomo ci sono
solo due investimenti sicuri: il mattone e i figli, intendendo per mattone gli
investimenti immobiliari. Ora neanche più la case sono sicure e provocano più
tasse che profitti e neanche sui figli si investe. Su cosa stiamo investendo?
In quale direzione conviene orientare la navigazione?
Siamo sempre molto connessi, molto
informati su tutto, ma pochissimi e pochissimo si occupano di cogliere il senso
degli eventi, e in quale direzione sta girando il vento. Papa Francesco ci ha
detto che viviamo non un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento di epoca. Quale
epoca ci lasciamo alle spalle, e verso quale epoca ci stiamo incamminando?
Ulisse era un navigatore che viaggiava su
e giù per i mari ma aveva un’isola, Itaca, da cui era partito e alla quale
voleva ritornare. Qual è la nostra origine, e dove vogliamo approdare. Gesù
figlio di Dio ci rivela una paternità e a quella paternità ci vuole orientare
perché in quel cuore troveremo finalmente pace, conforto e consolazione. Non
sarà forse il caso di spegnere i megafoni di bordo e in un sobrio digiuno dal superfluo
del mondo ritrovare la voce di quel Padre dei cieli che ci dice: “io sono con
voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo!”. (Mt 28,20)
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sabato 10 novembre 2018
La vedova anti-borghese
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo secondo Marco (12,41-44)
In quel tempo, Gesù, seduto di fronte al tesoro
[nel tempio], osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne
gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno
un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi
discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha
gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte
del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello
che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
COMMENTO
Soren
Kierkegaard definiva borghese colui per il quale “il troppo e il troppo poco
rovinano tutto”. Nell’accezione deteriore che ormai ha assunto, l’atteggiamento
borghese è quello di chi non dice di “no” a niente ma neppure si coinvolge in
niente, in una sorta di equilibrio che non è frutto di sapienza, ma del
desiderio di non rischiare in nulla e in nessun modo.
sabato 27 ottobre 2018
Credere per vedere
di fra Damiano Angelucci
Dal
Vangelo secondo Marco (10,46-52) – XXX
domenica del tempo ordinario
In
quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta
folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a
mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio
di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti
lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di
Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il
cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo
mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora
Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose:
«Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha
salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
COMMENTO
Ormai abbiamo capito che i miracoli di
Gesù, specialmente le guarigioni, hanno sempre un significato fortemente
simbolico, oltre l’indubbio beneficio per chi lo riceve. La cecità è una
disabilità altamente invalidante ma c’è una cecità ancor peggiore sulla quale
il Vangelo ci vuole far riflettere: la cecità del cuore!
venerdì 19 ottobre 2018
L'amore perfetto
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo
secondo Marco (10,35-45) – XXIX domenica del tempo ordinario
In quel tempo, si
avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli:
«Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse
loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di
sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù
disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io
bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli
risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi
lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete
battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me
concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci,
avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù
li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i
governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra
voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro
servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il
Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare
la propria vita in riscatto per molti»
COMMENTO
Giacomo
e Giovanni rappresentano bene la difficoltà penosa dei discepoli a comprendere
i caratteri della missione del maestro Gesù di Nazaret. Nonostante che questi
per la terza volta avesse loro spiegato il suo destino di sofferenza, Giacomo e
Giovanni chiedono un posto alla destra e alla sinistra nella sua gloria e si
mettono piuttosto nella scia di Pietro che aveva proclamato di fronte al primo
annuncio della passione e morte di Gesù: “questo non ti accadrà mai”.
sabato 6 ottobre 2018
Ad immagine di Dio
di fra Damiano Angelucci
Dal Vangelo secondo
Marco (10,2-16) – XXVII domenica del tempo ordinario
In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.
In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.
COMMENTO
Quando
ci chiediamo perché per un cristiano il matrimonio sia un Sacramento, un segno
sacro, un segno della Grazia di Dio, ecco che questo brano ci offre una buona
risposta. Certo occorrerebbe riferirsi anche a quel primo segno raccontato
dall’evangelista Giovanni che Gesù compie a Cana, proprio durante una festa di
nozze; e poi la descrizione del matrimonio come di un segno grande in riferimento
al rapporto Cristo- Chiesa proposta da San Paolo.
Cosa
dice in realtà Gesù in questa risposta ai farisei? In realtà non inventa nulla,
ma ribadisce il principio, l’inizio della creazione (la Genesi appunto), il
disegno originario di Dio di fare dell’uomo e della donna una coppia
emblematica, intensamente simbolica di cosa sia la comunione divina, prima che
il peccato rovinasse tale progetto e “obbligasse” Mosé a mettere qualche toppa.
Infatti
non solo l’uomo è stato creato maschio e femmina da Dio ma ad un certo punto
della sua vita, l’uomo lascerà suo padre
e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. La
comunione dell’uomo e della donna è un fatto di libertà, di risposta ad una
chiamata che è già scritta nella loro carne, nella loro umanità sessualmente
caratterizzata. L’unione dei due non è qualcosa di automatico e predeterminato
ma il frutto di un cammino. Ci sarebbe da domandarsi perché non siamo stati
creati già uniti fin dall’inizio, visto che la coppia nasce secondo la Genesi
da una sorta di sdoppiamento dell’uno da una costola dell’altro. Perché
sdoppiare l’uomo e poi chiedergli di tornare ad essere una carne sola?
Perché
la comunione vera è questione di libertà, di libera adesione ad un sogno di
amore, eternamente vissuto da Dio nel suo essere tri-unitario, e condiviso a
noi suoi figli che proprio nell’essere creati a sua immagine, siamo invitati a imitare
liberamente la scintilla e l’ebbrezza dell’amore divino, eternamente libero.
Davvero
l’unione uomo-donna, l’unità dei due in una sola carne è Mistero grande, come
dice San Paolo in Efesini 5; grande perché rende visibile come nessuna altra
cosa al mondo l’intensità e l’energia di cosa sia l’Amore comunionale che è Dio,
Padre- Figlio e Spirito Santo.
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